Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo è una trappola perfetta per attrici che vogliono portare dolore senza trasformarlo in esibizione. Se stai cercando un monologo femminile per provino che lavori su trauma, memoria spezzata e vergogna trattenuta, il monologo di Nat Da Silva da Come uccidono le brave ragazze 2 è materiale forte. Il punto non è “fare la vittima”. Il punto è restare lucida mentre il corpo vorrebbe scappare.
Film/Serie: Come uccidono le brave ragazze 2
Personaggio: Nat Da Silva
Attore/Attrice: Jessica Webber
Stagione/Episodio: Episodio 3, 23:17-25:40
Durata monologo: 1 minuto e 40 secondi
Difficoltà: 9/10 — trauma trattenuto, memoria frammentata, niente melodramma
Emozioni chiave: vergogna, paura, nausea, solitudine, lucidità spezzata
Adatto per: provini drama, ruoli traumatizzati, courtroom scenes, young adult intensi
Dove vederlo: Netflix
Nat Da Silva si trova in tribunale e sta cercando di raccontare ciò che le è accaduto durante il Calamity Party. Non è una scena privata: è una deposizione, quindi il dolore deve passare attraverso il filtro della formalità, della vergogna e della necessità di essere precisa. Questo cambia tutto. Nat non sta facendo una confessione romantica o uno sfogo. Sta cercando di dire l’indicibile in un luogo che le impone ordine, chiarezza e controllo. Jessica Webber, in Come uccidono le brave ragazze 2, lavora bene proprio su questa tensione: una ragazza che prova a mettere in fila i fatti, mentre i fatti le rompono il fiato.

Il Calamity Party era in una villa abbandonata alla fine di Wyville Road. Non volevo restare a lungo, ma… la mia amica, Andy… lei desiderava tanto andare. Dopo una ventina di minuti ha iniziato a girarmi la testa, e… da quel momento in poi i ricordi si fanno confusi, ma… Ricordo che qualcuno mi ha presa per mano. E… e… Mi ha portata in una delle stanze vuote in fondo al corridoio. Non c’era nessuno. Solo un vecchio divano rosso.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Continua...
E poi non ricordo più niente. Io… ho ripreso coscienza qualche ora dopo. Ero ancora sul divano. Se n’erano andati tutti. Ero da sola. Nessuno mi aveva cercata. Mi sentivo malissimo. Avevo la nausea. La testa mi scoppiava. E… sapevo che mi era successo qualcosa. Perché, ah… avevo la gonna tirata su e… a… la mia biancheria intima era a terra.
“Il Calamity Party era in una villa abbandonata alla fine di Wyville Road.”: attacco controllato, quasi da verbale; tono piano e preciso; schiena abbastanza dritta; qui Nat prova ancora a stare nei fatti.
“Non volevo restare a lungo, ma… la mia amica, Andy… lei desiderava tanto andare.”: sui puntini fai sentire il primo attrito emotivo; su Andy lascia una minima esitazione; evita l’accusa, c’è più il peso del ricordo che il risentimento.
“Dopo una ventina di minuti ha iniziato a girarmi la testa, e…”: rallenta su girarmi la testa; una mano può stringere l’altra o il leggio se c’è; qui il corpo comincia a ricordare prima ancora della mente.
“da quel momento in poi i ricordi si fanno confusi, ma…”: non dire confusi in modo illustrativo; cercalo mentre parli; lo sguardo può perdere per un attimo il presente, poi rientrare subito.
“Ricordo che qualcuno mi ha presa per mano.”: battuta cruciale; più bassa, più intima; non enfatizzare presa per mano come gesto tenero, anzi, fallo sentire sbagliato a posteriori.
“E… e…”: non riempire il vuoto con recitazione; lascia due veri inceppi del respiro; uno sguardo fisso davanti, come se la frase successiva costasse troppo.
“Mi ha portata in una delle stanze vuote in fondo al corridoio.”: torna più descrittiva, quasi meccanica; il personaggio si aggrappa ai dettagli spaziali per non crollare; nessun gesto ampio.
“Non c’era nessuno. Solo un vecchio divano rosso.”: qui l’immagine deve colpire; piccola pausa tra le due frasi; su divano rosso fai sentire che quel dettaglio è rimasto inciso.
“E poi non ricordo più niente.”: non farne una frase tragica; quasi sussurrata; la durezza sta proprio nella semplicità; sguardo basso o immobile.
“Io… ho ripreso coscienza qualche ora dopo.”: il Io… deve suonare come un ritorno faticoso al corpo; inspira prima di ho ripreso coscienza; lascia dentro una vergogna trattenuta.
“Ero ancora sul divano. Se n’erano andati tutti. Ero da sola.”: tre colpi secchi, non troppo rapidi; ogni frase più nuda della precedente; niente pianto aperto, qui c’è gelo.
“Nessuno mi aveva cercata.”: battuta da non sottovalutare; più che vittimismo, c’è abbandono; mezzo sorriso amaro o labbro che trema appena, ma dura un attimo.
“Mi sentivo malissimo. Avevo la nausea. La testa mi scoppiava.”: lascia il corpo entrare di più; spalle che cedono un poco; su nausea e scoppiava non spingere, tieni il disagio interno.
“E… sapevo che mi era successo qualcosa.”: questa va detta con il terrore di una certezza senza immagine; pausa lunga prima di sapevo; gli occhi possono salire solo un attimo e poi fuggire.
“Perché, ah…”: il piccolo suono spezzato è importante; non renderlo troppo teatrale; sembra l’inizio di una frase che Nat vorrebbe non dover dire.
“avevo la gonna tirata su e…”: qui il ritmo rallenta molto; non guardare nessuno se puoi evitarlo; lascia la frase quasi strozzata, come se la parola si opponesse a uscire.
“a… la mia biancheria intima era a terra.”: battuta finale da non “chiudere” come un climax; più spoglia è, meglio funziona; fermati dopo, niente coda emotiva in più.
Questo monologo di Nat Da Silva in Come uccidono le brave ragazze 2 funziona perché non chiede all’attrice di “mostrare dolore”, ma di gestire una lotta tra linguaggio e trauma. Nat deve raccontare, quindi ordinare i fatti. Però il suo corpo e la sua memoria continuano a sabotare quell’ordine. È qui che entra il sottotesto: ogni dettaglio concreto è anche un modo per non dire subito la cosa più devastante.
Il punto chiave è che la scena non va giocata tutta sulla vittimizzazione. Nat non cerca pietà. Jessica Webber in Come uccidono le brave ragazze 2 rende bene il fatto che la deposizione sia quasi una violenza secondaria: dover rivivere il fatto attraverso parole fredde.
L’errore più comune sarebbe caricare troppo il pianto o trasformare la frammentazione del ricordo in tremolio continuo. No. Qui serve contenimento. Più trattieni, più il testo fa male. Attenzione anche a non “colorare” ogni frase allo stesso modo: il monologo cresce per immagini isolate, vuoti, dettagli che restano lì come macchie.

Funziona per:
provini per ruoli drammatici contemporanei
personaggi femminili traumatizzati ma lucidi
courtroom scenes o testimonianze sotto pressione
casting young adult con forte sottotesto emotivo
Evitalo se:
ti chiedono un pezzo brillante o dinamico
non sai gestire il trauma senza spingere sul melodramma
hai bisogno di un monologo con arco più aggressivo che vulnerabile
Si abbina bene con: un secondo monologo più assertivo, magari di una ragazza che ribatte o accusa apertamente, per mostrare contrasto di energia.
Se lavori su questo pezzo, concentrati sui dettagli concreti e non sull’effetto finale. Il monologo di Nat in Come uccidono le brave ragazze 2 vale proprio per questo: ti obbliga a stare dentro la verità della parola, senza proteggerti dietro la “bella emozione”. Ed è lì che, per un’attrice, diventa davvero utile.
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