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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Nina (Morena Baccarin) in Elevation è uno dei momenti più intensi del film perché trasforma una scena di dialogo in una confessione profondamente umana. Mentre racconta cosa stava facendo quando il mondo è finito, il personaggio rivela lentamente un senso di colpa devastante: non essere stata presente per la sua famiglia nell’ultimo momento possibile. La forza del monologo sta proprio nella sua progressione emotiva, che parte dal linguaggio razionale della scienza e arriva alla fragilità di una madre che realizza di aver perso l’ultima occasione per abbracciare suo figlio.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:08:00
Durata: Circa un minuto
Emozioni chiave: senso di colpa, rimpianto, vulnerabilità, confessione
Contesto ideale per un’attrice: confessione personale, scena di perdita, monologo introspettivo
Dove vederlo: Amazon Prime Video
Il film è ambientato tre anni dopo un evento misterioso che ha quasi sterminato l’umanità. Creature sconosciute hanno ucciso il 95% della popolazione mondiale e costretto i pochi sopravvissuti a rifugiarsi in alta montagna. L’unica regola scoperta dagli uomini è semplice quanto inquietante: i mostri non superano i 2400 metri di altitudine.
A Lost Gulch, una comunità di 193 persone vive a 2570 metri cercando di sopravvivere tra razionamenti e costante stato d’allerta. Qui vive Will, vedovo e padre del piccolo Hunter, un bambino con gravi problemi respiratori che dipende da un macchinario alimentato da filtri ormai esauriti.
Quando l’ultimo filtro smette di funzionare, Will è costretto a scendere sotto la soglia dei 2400 metri per raggiungere un ospedale a Boulder e recuperare dei ricambi. Con lui partono Nina, una ricercatrice che studia le creature e ha sviluppato un dispositivo per rilevarle, e Katie, amica della moglie di Will morta in una precedente spedizione guidata proprio da Nina.
Il viaggio verso valle attraversa un mondo ormai riconquistato dalla natura ma infestato dai mostri. Durante il percorso i tre cercano rifugio in una vecchia miniera, dove scoprono che le creature provengono dal sottosuolo e sono in grado di individuare gli esseri umani percependo la CO₂ del respiro. Nei tunnel Katie rimane intrappolata e viene uccisa.
Nonostante la perdita, Will e Nina riescono a raggiungere l’ospedale e recuperare i filtri per salvare Hunter. Prima di tornare indietro, però, Nina convince Will a passare dal suo laboratorio per tentare un’ultima cosa: trovare finalmente un modo per uccidere le creature.

Ero lì quando è successo. Era sabato, ma il mio team era molto vicino a una svolta. L’uso del cobalto aumentava gli elettroni nelle batterie, rendendole tre volte più efficienti. Ecco a cosa pensavo mentre il mondo stava finendo. Alle batterie. Billy aveva 7 anni, doveva fare una partita di calcio. Hai mai visto i bambini giocare a calcio? Si gettano sulla palla tutti insieme. La cosa peggiore è che quel giorno non sono andata a vederlo. E…mio marito era in viaggio da due settimane e…era tornato. Ma io…io…io ero stanca di fare la madre. Avrei potuto abbracciarlo almeno un’ultima volta.
“Ero lì quando è successo.” Pausa breve dopo “lì”, come se Nina tornasse con la mente a quel momento preciso. Sguardo fisso, leggermente perso nel vuoto, Tono basso, dichiarativo: non è una giustificazione, è un fatto
“Era sabato, ma il mio team era molto vicino a una svolta.” Lieve accento su “sabato”, per far emergere il contrasto tra lavoro e vita privata. Micro-pausa dopo “sabato”. Tono più razionale, quasi professionale: Nina torna mentalmente al laboratorio
“L’uso del cobalto aumentava gli elettroni nelle batterie, rendendole tre volte più efficienti.” Ritmo leggermente più veloce: linguaggio tecnico che Nina conosce bene. Lo sguardo può abbassarsi, come se stesse rivedendo mentalmente gli appunti o i dati. Sottolineare “tre volte più efficienti” con un tono di orgoglio involontario
“Ecco a cosa pensavo mentre il mondo stava finendo.” Pausa prima della frase, come un cambio di consapevolezza. Enfatizzare “mentre il mondo stava finendo” con tono più grave. Sguardo verso l’interlocutore: qui arriva il giudizio su sé stessa
“Alle batterie.” Frase brevissima, quasi un colpo secco. Pausa prima e dopo la battuta. Tono amaro, autocritico
“Billy aveva 7 anni, doveva fare una partita di calcio.” La voce si ammorbidisce sul nome “Billy”. Pausa breve dopo “7 anni”. Sguardo lontano, come se rivedesse l’immagine del figlio
“Hai mai visto i bambini giocare a calcio?” Sguardo diretto all’interlocutore. Tono Leggermente più caldo, quasi nostalgico. Pausa dopo la domanda
“Si gettano sulla palla tutti insieme.” Accenno di sorriso malinconico. Gesto minimo con la mano, come a descrivere il gruppo di bambini. Ritmo più leggero rispetto al resto del monologo
“La cosa peggiore è che quel giorno non sono andata a vederlo.” Pausa lunga prima di “la cosa peggiore”. Voce più bassa su “non sono andata”. Sguardo verso il basso: qui emerge il vero rimorso
“E… mio marito era in viaggio da due settimane e… era tornato.” Le pause sugli “e…” devono sembrare involontarie, segni di difficoltà emotiva. Breve respiro tra le due parti della frase. Tono fragile, quasi esitante
“Ma io… io… io ero stanca di fare la madre.” Triplice ripetizione “io… io… io…” con micro-pause sempre più pesanti. Lo sguardo può distogliersi dall’interlocutore. Su “stanca di fare la madre” la voce deve restare semplice, senza enfasi: è una confessione
“Avrei potuto abbracciarlo almeno un’ultima volta.” Rallentare molto il ritmo. Accento su “un’ultima volta”. Dopo la frase lasciare una pausa lunga, quasi un silenzio pieno
Il monologo di Nina in Elevation è costruito come una confessione che si apre con apparente lucidità razionale e si trasforma progressivamente in un atto di colpa personale. Il personaggio non racconta semplicemente un ricordo: sta ricostruendo il momento in cui la sua vita si è spezzata, e mentre parla passa gradualmente dal linguaggio della scienza a quello dell’emozione. All’inizio Nina sembra ancora rifugiarsi nella precisione dei fatti. Dice di essere stata lì quando tutto è successo e specifica che era sabato, ma invece di soffermarsi sulla catastrofe globale torna immediatamente al lavoro, alla ricerca, alla svolta scientifica che il suo team stava per raggiungere. Il riferimento al cobalto e alle batterie non è solo un dettaglio tecnico: è il segnale di come la mente del personaggio fosse completamente immersa nella dimensione professionale proprio mentre il mondo stava collassando.
In questa prima parte la recitazione funziona se rimane controllata. Nina non è ancora travolta dal dolore, perché sta parlando da scienziata. L’attenzione è sui dati, sulla scoperta, sull’efficienza delle batterie triplicata grazie al cobalto. Ma il monologo introduce subito una frattura fortissima: mentre il mondo finiva, lei pensava alle batterie. Questa frase cambia completamente la prospettiva. Non è solo una constatazione, è un giudizio su sé stessa. Il personaggio prende coscienza del contrasto tra la gravità dell’evento e la banalità della sua concentrazione in quel momento. È la prima crepa emotiva del monologo.
Subito dopo il discorso si sposta su Billy, il figlio. Il passaggio è significativo perché segna l’ingresso della dimensione personale. Nina smette di parlare come ricercatrice e inizia a ricordare come madre. Il dettaglio della partita di calcio è semplice ma potentissimo: è un’immagine quotidiana, innocente, quasi tenera. Quando Nina chiede se l’interlocutore ha mai visto bambini giocare a calcio e descrive il modo in cui si buttano tutti insieme sulla palla, il tono della scena cambia completamente. Per un attimo il monologo sembra alleggerirsi, perché il ricordo è vivido e affettuoso. Ma proprio questa leggerezza rende ancora più dolorosa la frase successiva: quel giorno lei non era lì.
La confessione arriva in modo quasi naturale. Nina non costruisce un discorso drammatico, semplicemente riconosce il fatto più semplice e più devastante: non è andata a vedere la partita del figlio. È qui che emerge il vero nucleo emotivo del monologo. Il rimpianto non riguarda una scelta eroica o un evento straordinario, ma un gesto quotidiano mancato. Non esserci stata. Non aver dato priorità alla famiglia. È un tipo di colpa che molti spettatori possono riconoscere immediatamente, perché nasce da qualcosa di normale: il lavoro, la stanchezza, la distrazione.
Il racconto continua introducendo il marito, che era stato via per due settimane ed era appena tornato. Questo dettaglio amplia la dimensione della perdita. Nina non ha perso soltanto un figlio, ma un’intera vita familiare che si stava ricomponendo proprio in quel momento. E qui il monologo arriva alla sua parte più fragile e più difficile da interpretare. Quando dice di essere stata stanca di fare la madre, il personaggio non cerca scuse. Non si giustifica. Ammette qualcosa che molte persone pensano ma raramente confessano ad alta voce: a volte il peso delle responsabilità familiari può diventare soffocante.
La ripetizione di “io… io… io…” è il punto in cui la maschera razionale del personaggio si incrina definitivamente. È il momento in cui Nina non riesce più a parlare con fluidità perché sta affrontando la verità più dura su sé stessa. Non è il mondo ad averle portato via tutto all’improvviso: lei sente di aver contribuito a quella perdita attraverso una scelta minima, quasi banale. La stanchezza. Il desiderio di avere un momento per sé.
La frase finale del monologo concentra tutta questa consapevolezza in un pensiero semplicissimo: avrebbe potuto abbracciare suo figlio almeno un’ultima volta. Non c’è rabbia in questa chiusura, non c’è disperazione urlata. C’è solo la lucidità di un rimpianto impossibile da cancellare. È una conclusione che funziona proprio perché resta trattenuta. Nina non sta cercando pietà e non sta chiedendo perdono. Sta solo mettendo in fila i fatti, e proprio questa semplicità rende il monologo devastante.
Dal punto di vista attoriale la forza della scena sta nella progressione emotiva. Il personaggio parte da una posizione di controllo, quasi di distacco scientifico, e solo lentamente lascia emergere il senso di colpa. Se l’attore anticipa troppo l’emozione, il monologo perde il suo effetto. La chiave è lasciare che il dolore emerga gradualmente, mentre Nina si rende conto, frase dopo frase, di cosa ha davvero perduto.
In questo senso il monologo non parla solo della fine del mondo raccontata dal film, ma della fine di un mondo molto più personale. Non è la distruzione globale a spezzare Nina, ma la consapevolezza di un momento mancato. Il vero disastro, per lei, non è stato quello che è successo fuori, ma quello che non è successo dentro casa: quell’ultimo abbraccio che non ha mai dato.

Nel laboratorio Nina scopre che modificando i proiettili con cobalto è possibile destabilizzare le scaglie apparentemente invulnerabili dei mostri. Il test avviene durante un attacco improvviso: quando Nina spara, la creatura esplode. Per la prima volta nel film diventa chiaro che i mostri possono essere uccisi.
Analizzando i resti, però, emerge una rivelazione ancora più inquietante: le creature non sono organismi biologici, ma programmi. Questo significa che qualcuno le ha progettate e inviate sulla Terra con uno scopo preciso: sterminare l’umanità.
Will e Nina tornano a Lost Gulch con i filtri per Hunter e con la prova che esiste un’arma contro i mostri. Sul rifugio issano una bandiera pirata, un segnale per le altre comunità di sopravvissuti sparse nel mondo. Via radio la notizia si diffonde: dopo tre anni di fuga l’umanità può finalmente reagire.
Il film però lascia aperta la domanda più importante. Se le creature sono programmi progettati per eliminare gli esseri umani, perché non superano i 2400 metri di altitudine? Per quale motivo chi le ha create ha lasciato ai sopravvissuti una zona sicura in cui rifugiarsi?
Il mistero resta irrisolto. Ma dopo anni di disperazione, per la prima volta il mondo ha di nuovo una possibilità di combattere.
Regia: George Nolfi
Sceneggiatura: John Glenn Jacob Roman Kenny Ryan
Produzione: Brad Fuller John Glenn George Nolfi
Cast: Anthony Mackie Morena Baccarin Maddie Hasson
Dove vederlo: Amazon Prime Video

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