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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Ray nel film Max è uno dei momenti più intimi e dolorosi dell’intero racconto. In questa scena un padre smette di essere un’autorità e diventa un uomo che confessa il proprio silenzio. Attraverso il racconto di un episodio di fuoco amico durante la guerra del Golfo, Ray mette a nudo il meccanismo che trasforma la verità in mito e il dolore in narrazione eroica. È un monologo sulla colpa, sul peso delle aspettative e sul coraggio tardivo di chiedere verità al figlio giusto.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:14:30-1:15:30
Durata: 2 minuti
La storia si apre nella provincia di Kandahar, in Afghanistan. Max è un cane militare addestrato per l’avanscoperta, parte integrante di una squadra di soldati americani. Durante un’operazione in un villaggio distrutto, Max individua un nascondiglio di armi sotto un tappeto: il suo istinto e il suo addestramento salvano la squadra. Il suo conduttore, Kyle, è fiero di lui e chiama la famiglia per condividere il successo della missione. A casa, però, il fratello minore Justin appare distante, chiuso nei videogiochi e nel suo mondo.
Nel reparto emergono tensioni: Kyle è consapevole che qualcosa non torna nei depositi di armi. Mancano pezzi, le cifre non coincidono. Il suo amico Tyler, membro della stessa unità, è coinvolto nelle accuse. Kyle lo copre, ma la situazione è sempre più instabile. Durante una missione successiva, Max avanza in avanscoperta e individua un pericolo. Un’esplosione improvvisa spezza l’equilibrio: il villaggio diventa un campo di battaglia. Kyle corre verso il fumo per salvare Max, chiama Tyler, ma quando quest’ultimo arriva è troppo tardi. Kyle è morto. In un momento ambiguo e disturbante, Tyler tenta di sparare a Max, ma viene fermato dagli altri soldati.
Negli Stati Uniti, Justin conduce una vita parallela: oltre ai videogiochi, è un piccolo hacker che vende materiale illegalmente per guadagnare soldi. Il padre Ray cerca di riportarlo con i piedi per terra, ma la famiglia viene travolta dalla notizia della morte di Kyle. Al funerale, Max è inconsolabile: fiuta la bara, abbaia, non si lascia calmare da nessuno. Solo quando percepisce l’odore di Justin si tranquillizza. È il primo segnale di un legame che va oltre l’addestramento.
L’esercito decide di sopprimere Max: il cane è traumatizzato, aggressivo, non più controllabile. Ma davanti a Justin, Max obbedisce. Lo guarda, si calma, risponde ai comandi. La famiglia prende una decisione drastica: Max torna a casa con loro. Justin non vuole prendersene cura, ma è l’ultimo legame rimasto con suo fratello.
Le prime notti sono difficili. Max abbaia, è irrequieto, terrorizzato. Solo la presenza di Justin e una pallina rossa appartenuta a Kyle riescono a calmarlo. Justin finisce per dormire fuori, accanto al cane. Lentamente nasce una fiducia reciproca. Nel frattempo Justin frequenta un gruppo di ragazzi appassionati di BMX e incontra Carmen, una ragazza che ama profondamente i cani e riconosce subito l’addestramento militare di Max. Grazie a lei, Justin impara come avvicinarsi davvero all’animale.
Durante una cena di famiglia, arriva Tyler, tornato dalla guerra. Appena lo sente, Max impazzisce. Ringhia, attacca, deve essere fermato da Justin. È un segnale chiaro, ma nessuno è ancora pronto a leggerlo. Il legame tra Justin e Max cresce: corrono insieme, partecipano a una gara in bici, condividono il rischio. Ma la famiglia costruisce una gabbia per il cane. Durante una parata militare con fuochi d’artificio, Max rivive il trauma della guerra. Justin torna a casa di corsa e lo trova terrorizzato, incapace persino di uscire dalla gabbia. È il momento in cui il ragazzo sceglie definitivamente da che parte stare.
Ray, il padre, cerca risposte sulla morte di Kyle. Tyler gli racconta una versione falsa: dice che Max è impazzito e ha causato la tragedia. Ray, distrutto, arriva persino a puntare una pistola contro il cane. Justin lo ferma: Kyle non avrebbe mai lavorato con un animale di cui non si fidava.
Deciso a scoprire la verità, Justin parla con un ufficiale dell’esercito. Scopre che Max è uno dei cani più affidabili mai addestrati e che Tyler è rientrato dalla missione molto prima di quanto dichiarato. Un video dell’addestramento di Max conferma il legame profondo con Kyle. I sospetti diventano certezze quando Justin vede Tyler in contatto con Emilio, un criminale legato al traffico di armi.
Seguendo l’istinto di Max, Justin scopre un traffico illegale di armi rubate e rivendute a un cartello messicano. Max riconosce l’odore degli esplosivi, va in allarme. Inizia una fuga nel bosco. Max viene ferito combattendo contro altri cani, ma riesce a salvare Justin. Quando il ragazzo prova a denunciare tutto, Tyler e un poliziotto corrotto lo incastrano. Max viene portato via. Justin è costretto a cedere per proteggere la famiglia.
Ma Max riesce a scappare. Nel frattempo Ray, seguendo un’intuizione, scopre il covo dei trafficanti in uno dei suoi capanni. Viene catturato. Justin, Carmen e Max si rimettono sulle tracce del padre. La notte diventa una caccia disperata tra boschi, fiumi e sentieri.

Nel ‘91, la mia unità fu spedita in Arabia Saudita. Ero da poco sergente. Il mio primo comando. Ero entusiasta. Quella prima sera, entrammo in Kuwait. Eravamo lì da un’ora, quando dal lato destro arrivò il fuoco nemico. Il tipo accanto a me fu colpito, cadde a terra. Io andai ad aiutarlo. Fui colpito. Due volte. Un colpo nel muscolo, un altro mi spezzò l’osso. Scoprimmo che erano dei nostri. Fuoco amico. Io andai in Germania per curarmi, e la guerra finì così in fretta che quasi tutti tornarono a casa prima di me. Quando tornai sentii delle storie assurde. Cercai di spiegare alle persone l’accaduto. Ma… sembravano così deluse. Non volevano la verità. Volevano un eroe. E quindi smisi di contraddirli più in fretta di quanto vorrei ammettere. Volevo dirlo a Kyle. Volevo che sapesse la verità. Ma il modo in cui mi guardava… il modo in cui mi ammirava… Non potevo farlo. Un eroe dice sempre la verità, nonostante ciò che gli altri possono pensare, o le conseguenze che può avere. E tu sei sempre stato così. Quindi se oggi fosse successo qualcosa di diverso, da quello che raccontano Tyler e quel vice, ho bisogno che tu me lo dica, figliolo.
“Nel ‘91, la mia unità fu spedita in Arabia Saudita.”: attacco sobrio e cronologico; tono da “rapporto”, non da racconto epico; pausa dopo “’91” per far entrare il tempo e il peso della memoria.
“Ero da poco sergente.”: orgoglio trattenuto, quasi un dettaglio tecnico; sguardo leggermente basso, come a rivedersi giovane.
“Il mio primo comando.”: micro-enfasi su “primo”; breve pausa subito dopo, come se quel “primo” avesse ancora un’eco.
“Ero entusiasta.””: detta senza sorriso pieno; è un entusiasmo “di allora”, non di oggi; lascia un silenzio piccolo, perché lo spettatore senta l’ironia tragica.
“Quella prima sera, entrammo in Kuwait.”: ritmo più narrativo; visualizza la scena; sguardo lontano, come se vedesse il buio e i fari.
“Eravamo lì da un’ora, quando dal lato destro arrivò il fuoco nemico.”: accelera leggermente su “da un’ora” e poi frena su “lato destro”; “fuoco nemico” va detto neutro, perché la verità arriverà dopo.
“Il tipo accanto a me fu colpito, cadde a terra.”: tono concreto, senza lirismo; “il tipo” mostra distanza protettiva (non vuole sentimentalizzare); pausa dopo “colpito”.
“Io andai ad aiutarlo.”: qui entra l’istinto morale; voce più calda ma trattenuta; sguardo breve verso Justin, come a dire “capisci?”.
“Fui colpito.”: frase corta, un colpo secco; non aggiungere emozione, lascia che sia la semplicità a ferire.
“Due volte.”: abbassa il volume; scandisci; piccola pausa prima e dopo, come una conta.
“Un colpo nel muscolo, un altro mi spezzò l’osso.”: descrizione clinica; evita gore; su “spezzò l’osso” fai un micro-blocco della mascella, come se il corpo lo ricordasse.
“Scoprimmo che erano dei nostri.”: qui cambia tutto; rallenta; lo sguardo torna presente; la voce si fa più bassa, come se pronunciasse una colpa collettiva.
“Fuoco amico.”: due parole che devono cadere come una sentenza; silenzio lungo dopo; nessun gesto, solo immobilità.
“Io andai in Germania per curarmi, e la guerra finì così in fretta che quasi tutti tornarono a casa prima di me.”: tono amaro ma controllato; su “così in fretta” una punta di incredulità; “prima di me” è isolamento, va lasciato respirare.
“Quando tornai sentii delle storie assurde.”: accenno di sorriso stanco, non comico; è lo shock del mito; sguardo laterale come se sentisse ancora quelle voci.
“Cercai di spiegare alle persone l’accaduto.”: intenzione onesta; voce più aperta; “cercai” implica fallimento, sottolinealo appena.
“Ma… sembravano così deluse.”: pausa vera sui puntini; qui la ferita non è la pallottola, è lo sguardo degli altri; occhi che si stringono, come a proteggersi.
“Non volevano la verità.”: affermazione netta; non accusatoria, constatazione; lascia che il peso sia nella calma.
“Volevano un eroe.”: leggero accento su “eroe”; è la parola che definisce la sua gabbia; piccola pausa dopo.
“E quindi smisi di contraddirli più in fretta di quanto vorrei ammettere.”: qui entra la vergogna; abbassa lo sguardo su “ammettere”; ritmo più lento, come una confessione non cercata.
“Volevo dirlo a Kyle.”: il nome va trattato con cura; voce più fragile; micro-respiro prima di “Kyle”.
“Volevo che sapesse la verità.”: ripetizione volutamente insistita; non variarla troppo: è un pensiero rimasto incastrato per anni.
“Ma il modo in cui mi guardava…”: sospensione; lo sguardo si perde un attimo, come se vedesse Kyle ragazzo; il non detto è più forte del detto.
“il modo in cui mi ammirava…”: qui la voce si incrina appena, senza pianto; “ammirava” è dolce e colpevole insieme; pausa lunga dopo.
“Non potevo farlo.”: frase conclusiva, quasi un verdetto personale; nessuna scusa, solo limite umano.
“Un eroe dice sempre la verità, nonostante ciò che gli altri possono pensare, o le conseguenze che può avere.”: qui Ray definisce l’eroe come ideale irraggiungibile; tono riflessivo, non moraleggiante; rallenta su “conseguenze” perché è la parola che lo ha fermato.
“E tu sei sempre stato così.”: rovescio della medaglia; sguardo finalmente diretto su Justin; deve suonare come riconoscimento vero, non come lusinga strategica.
“Quindi se oggi fosse successo qualcosa di diverso, da quello che raccontano Tyler e quel vice, ho bisogno che tu me lo dica, figliolo.”: qui si passa dalla memoria alla richiesta; “ho bisogno” va detto senza orgoglio, come una resa; pausa prima di “figliolo”, e “figliolo” non deve essere paternalista: deve essere fragile, quasi una mano tesa.
Il monologo di Ray è un atto di disarmo emotivo. Non nasce per difendersi né per spiegarsi, ma per rimettere in asse la verità dopo una vita passata ad accettare una menzogna condivisa. Ray racconta la guerra partendo dai fatti, con un linguaggio quasi militare, asciutto, cronologico. L’entusiasmo iniziale, il primo comando, l’ingresso in Kuwait: tutto viene restituito senza enfasi, come se il ricordo fosse stato ripetuto molte volte nella sua testa. È una memoria sedimentata, non spettacolarizzata. Quando arriva il momento del fuoco amico, il tono non cambia drasticamente, ed è proprio questo a rendere il racconto devastante: Ray non sta rivivendo il trauma, lo sta riconoscendo.
Il punto di rottura del monologo non è la ferita fisica, ma il ritorno a casa. Ray scopre che il dolore non è l’evento, ma la narrazione che lo circonda. Le persone non vogliono sapere cosa è successo davvero: vogliono una storia che funzioni, un eroe che non incrini l’immaginario collettivo. Ed è qui che nasce la colpa vera del personaggio. Non nel fuoco amico, ma nel silenzio successivo. Ray ammette di aver smesso di contraddire gli altri “più in fretta di quanto vorrebbe ammettere”: è una frase chiave, perché racconta una resa morale, non una bugia attiva. Non ha costruito il mito, lo ha lasciato esistere.
Il passaggio su Kyle è il cuore emotivo del monologo. Ray non parla del figlio come di un soldato, ma come di uno sguardo: il modo in cui lo guardava, il modo in cui lo ammirava. È in quello sguardo che Ray si è sentito intrappolato nel ruolo dell’eroe. Dire la verità avrebbe significato deludere, spezzare un’immagine, rinunciare a un posto simbolico dentro la famiglia. Qui il monologo diventa profondamente umano: Ray non giustifica la sua scelta, la espone. Non dice “ho fatto bene”, dice “non ce l’ho fatta”.
Quando definisce l’eroe come colui che dice sempre la verità, Ray sta implicitamente riconoscendo di non esserlo stato. Ma subito dopo ribalta la prospettiva su Justin. Quel figlio sempre considerato la pecora nera viene finalmente visto come l’unico capace di sostenere il peso della verità. La richiesta finale non è un ordine, né un interrogatorio: è una supplica adulta. Ray chiede a Justin ciò che lui non è riuscito a fare. In questo senso, il monologo non chiude il passato, ma apre un passaggio generazionale: la verità non come eroismo, ma come responsabilità.

Nel confronto finale, tutto converge: il trauma della guerra, le bugie, la colpa, il senso di tradimento. Max dimostra ancora una volta la sua natura: non è solo un cane addestrato, ma un compagno che sceglie di proteggere.
Durante l’inseguimento sul ponte ferroviario, Justin rischia la vita per salvare il padre. Tyler tenta l’ultimo atto di violenza, ma Max lo affronta senza esitazione. Il cane si lancia su di lui, trascinandolo nel vuoto. Tyler muore. Max sopravvive, gravemente ferito.
Il finale non è solo la sconfitta del cattivo. È la riabilitazione della verità. Max non è mai stato un’arma fuori controllo: è stato l’unico a non mentire. Il suo trauma era una risposta alla colpa umana, non alla violenza in sé. Justin, grazie a Max, riesce a elaborare il lutto per il fratello. Ray affronta finalmente la realtà della guerra, compreso il proprio passato di “fuoco amico”.
L’ultima immagine, davanti alla tomba di Kyle, ricompone la famiglia: Justin, Max, i genitori, Carmen. Non c’è retorica eroica, ma una pace conquistata attraverso il dolore. Max non sostituisce Kyle: lo accompagna nel ricordo. È il simbolo di ciò che resta quando la guerra finisce, ma le sue conseguenze no.
Regista: Boaz Yakin
Sceneggiatura: Sheldon Lettich, Boaz Yakin
Cast: Josh Wiggins (Justin Wincott); Lauren Graham (Pamela Wincott); Thomas Haden Church (Ray Wincott); Robbie Amell (Kyle Wincott) Luke Kleintank (Tyler Harne)
Dove vederlo: Netflix

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