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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo finale di Robin in Stranger Things 5 è una delle chiusure più intime e luminose della serie, perché racconta cosa resta dopo la fine dell’orrore. A distanza di 18 mesi dalla sconfitta di Vecna e del Mind Flayer, Robin torna alla radio per parlare a una Hawkins finalmente libera, ma profondamente cambiata. Tra ironia, piccoli inciampi e osservazioni quotidiane, il monologo mostra come la normalità sia una conquista e come anche chi sopravvive debba imparare a riconoscersi diverso.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Durata: 1:23:48-1:26:26
Minutaggio: 2 minuti 30 secondi
Il gruppo arriva al laboratorio e si divide secondo il piano stabilito: Undi, Kali, Murray e Hopper vanno a piazzare l’esplosivo e attivare la camera sensoriale per permettere a Undi di entrare nella mente di Vecna; tutti gli altri invece saliranno sulla torre radio, il punto più alto e più esposto, dove i mondi si stanno letteralmente schiacciando. Intanto la realtà si incrina ovunque. Nella dimensione X tutto sta iniziando a “scivolare” verso il Sottosopra. Nel laboratorio, Hopper e Undi attivano la camera di deprivazione sensoriale. Undi si immerge. Max sente acqua sotto i piedi. Si alza. Capisce di poter camminare. Esce dalla sala e si ritrova nella dimensione nera, l’anticamera della mente di Henry, dove la aspettano Undi e Kali. Nel Sottosopra, il gruppo arriva in cima e vede con orrore che il tetto dell’Abisso sta sprofondando: li ha quasi raggiunti. Tra poco verranno sepolti se non fermano Vecna. Undi, Max e Kali sono ora nella mente di Vecna. Undi sente tre colpi arrivare dalla vasca: è il segnale di Hopper, che le comunica che il tempo è pochissimo. Nel frattempo Vicky vede arrivare i militari e si nasconde con Max nel passaggio segreto mentre i soldati fanno irruzione. Undi ha pochissimo tempo. Max chiede fiducia e porta Undi e Kali al centro di un palco, durante uno spettacolo. E infatti succede qualcosa di teatrale e spaventoso: le tende del proscenio si chiudono, e Max fa saltare tutte e tre “dentro” le tende. Cambio di scena. Cambio di ricordo. Si ritrovano nella villa di Henry, dove lui sta controllando il flusso con i bambini in trance.
Qui Undi agisce: con i suoi poteri scaraventa Henry fuori dalla stanza, interrompendo la discesa del “pianeta”. Nel Sottosopra, lo stop si sente: Steve perde l’equilibrio e cade di sotto, ma Jonathan lo salva per un braccio. L’Abisso si ferma. Undi ce l’ha fatta. Henry riemerge da una finestra furioso e si scontra con Undi. I bambini, tenuti invisibili dai poteri di Kali, vedono la scena e capiscono finalmente che Henry/Cosè è il vero cattivo. Kali prova a sferrare il colpo finale saltandogli addosso. Ma Henry svanisce nel nulla. Ed è qui che Vecna cambia tattica: colpisce dal “mondo reale”. Hopper, che aspetta Undi fuori dalla vasca, viene risucchiato in una visione: il fumo, il diserbante, la morte di sua figlia. Poi vede Kali e Undi parlare del loro piano suicida. È un colpo psicologico. Hopper è sconvolto, e Vecna lo visita come un fantasma: si nasconde, confonde lo spazio, lo costringe a reagire. Hopper lo vede e gli spara addosso… ma Vecna svanisce e Hopper scopre l’orrore: ha colpito la vasca. La apre e vede Undi apparentemente morta in un mare di sangue. In preda al panico distrugge la vasca e la abbraccia. Solo dopo capisce che è un inganno: le ferite erano finte, create da Vecna per far distruggere l’unico ponte che permette di combatterlo nella mente. Undi torna sul piano reale e, prima di svanire dalla mente insieme a Kali e Max, Max dà un ordine ai bambini e a Holly: tornare alla grotta. Max riprende coscienza con un grande sospiro e i militari scoprono lei e il piano: ora sanno dove aspettarli.
Nel Sottosopra, Undi e Hopper hanno un confronto durissimo: Henry gli ha mostrato il piano suicida di Undi, ma Hopper rifiuta quella strada. Le parla di futuro, di normalità, di un giorno in cui Undi sarà madre e si arrabbierà perché lei e il suo ragazzo non lasciano la porta aperta “di dieci centimetri”. È un discorso semplice, quasi quotidiano, che però è il vero antidoto a Vecna: immaginare un futuro possibile. Ma Murray interrompe la scena: i militari stanno arrivando. Nella mente di Henry, i bambini raggiungono la grotta dove Vecna non può entrare. Sono temporaneamente al sicuro. Nell’Abisso, Mike prende una pistola lanciarazzi segnalatori da Nancy, e proprio allora Will viene colpito da una visione: vede con gli occhi di Henry, che sta lottando contro i suoi demoni per entrare nella grotta. Con un urlo, compie un passo mai compiuto: entra. Holly lo vede con orrore. I bambini scappano nella vallata. Will resta indietro per provare a fermarlo, mentre gli altri vanno verso l’antro di Vecna. Nel laboratorio del Sottosopra, Undi e Kali vengono colpite da sonar a distanza che disattivano i poteri e le fanno crollare a terra inermi. Hopper si nasconde con Undi e torna indietro a prendere Kali, ormai circondata. Riesce a mettere fuori combattimento alcuni soldati, ma viene attaccato da Akers e dagli altri: vengono fermati.
Murray lancia una bomba improvvisata contro l’elicottero che alimentava il sonar. Esplosione. I militari sono storditi, ma soprattutto i poteri tornano. Undi arriva e uccide tutti i militari presenti. Purtroppo un colpo è partito: Kali sta per morire. Kali se ne va, lasciando una ferita irreversibile. Undi: Undi capisce che può raggiungere l’Abisso saltando da una roccia all’altra. Dentro la grotta Henry rivive il ricordo fatale: nella valigetta c’è una pietra rossa. Appena la prende in mano, la mente a sciame dalla dimensione X gli aveva “detto” di trovarlo. Il bambino prova un dolore atroce e l’uomo morente gli sussurra di resistergli. Ma il Mind Flayer è già dentro Henry e uccide l’uomo con un colpo secco. Will ora ha la verità: Henry è come loro, è stato usato dal Mind Flayer. Ma Henry ribalta: Will è fuori strada. Lui e il Mind Flayer sono una cosa sola.

Ehy, ciao gente. E’ passato un pò… chissà se… insomma…. voi… vi ricordate di me. Ok, forse sono troppo modesta, questa voce soave e vagamente roca alla Debra Winger non si dimentica. Esatto, sono io: Robin Buckley, anche detta Rockin’ Robin. Jimmy Fast Hand è stato così gentile da prestarmi la cabina ma… vi chiedo di essere clementi perché sono davvero ma davvero arrugginita. Cioè, di cosa potrei parlare? Aiuto, cioè, i miei soliti argomenti ormai sono vecchi, tipo… il taglio a ciotola del mio amico. Comunque non ci sono più i militari. Niente recinzioni. Niente telecamere del grande fratello. E l’unico Mac rimasto è quello dove andare a comprare i panini. Le persone sono felici, sorridono, vanno al cinema, ma Hey, c’è la nuova avventura di Indi! (Mette un suono, ma è quello sbagliato) Cazzo. (Mette un altro suono e sentiamo una frusta scoccare) Ecco fatto. Scusate gente, il mio complice mi ha piantata ma… beh… diciamo che la sua scusa era molto valida. Comunque… sono quasi troppo scaramantica per dirlo, e tocco ferro, anzi, legno, ma… Credo che la maledizione di Hawkins sia finalmente finita. Ma allo stesso tempo questa non è neanche la vecchia Hawkins di una volta. Ora è così diversa. Ma forse non è la città. Sono io, magari, a essere diversa. Penso che lo siamo tutti. Questo… di sicuro vale per i miei amici, che… per inciso… oggi si diplomano. Infatti, la classe dell’89 della Hawkins High calcherà il palco oggi. Spero veniate a supportarla. Io ci sarò. Quei ragazzi meritano una standing Ovation. Quindi per inaugurare la festa, la mia nuova ossessione. (Mette un brano)
“Ehy, ciao gente.”: attacco radiofonico, sorridente; energia leggera, come se “accendesse” la stanza; micro-pausa dopo “Ehy” per far sentire che sta cercando il ritmo.
“E’ passato un pò… chissà se… insomma…. voi… vi ricordate di me.”: qui Robin è autentica: esitazioni come pensieri che inciampano; non riempire i puntini, lasciali vivi; sguardo che vaga (o testa che si inclina) come se immaginasse l’ascoltatore dall’altra parte; sotto c’è un filo di vulnerabilità.
“Ok, forse sono troppo modesta, questa voce soave e vagamente roca alla Debra Winger non si dimentica.”: autoironia di difesa; ritmo più veloce, come quando si copre l’imbarazzo con una battuta; “Debra Winger” va detto con gusto, quasi un ammiccamento; sorriso che torna a proteggerla.
“Esatto, sono io: Robin Buckley, anche detta Rockin’ Robin.”: identità dichiarata come jingle; metti una mini-enfasi su “Rockin’ Robin” senza farla diventare caricatura; tono da speaker, ma con calore.
“Jimmy Fast Hand è stato così gentile da prestarmi la cabina ma… vi chiedo di essere clementi perché sono davvero ma davvero arrugginita.”: ringraziamento sincero che scivola subito nel comico; il “ma…” è una frenata; su “davvero ma davvero” gioca di ritmo (secondo “davvero” un filo più basso e complice); auto-permissione di sbagliare.
“Cioè, di cosa potrei parlare?””: domanda reale, non retorica; breve silenzio prima della frase come se fosse appena stata colta dal panico; occhi al soffitto/aria, come a cercare appigli.
“Aiuto, cioè, i miei soliti argomenti ormai sono vecchi, tipo… il taglio a ciotola del mio amico.”: humor nervoso; “Aiuto” è un sospiro comico; su “taglio a ciotola” fai un piccolo sorriso affettuoso (non sarcasmo puro); è nostalgia travestita da battuta.
“Comunque non ci sono più i militari.”: cambio netto, atterra sul reale; abbassa leggermente il tono, rallenta; questa è la prima frase “seria” e deve suonare come sollievo trattenuto.
“Niente recinzioni.”: frase secca, quasi a elenco; piccola pausa prima, come se guardasse la città; tono di conferma: “è successo davvero”.
“Niente telecamere del grande fratello.”: un filo di sarcasmo, ma non comico: è un rancore liberato; accento su “grande fratello” con smorfia minima.
“E l’unico Mac rimasto è quello dove andare a comprare i panini.”: ritorno al quotidiano; qui Robin fa “normalità” come premio; sorriso più genuino; ritmo più sciolto.
“Le persone sono felici, sorridono, vanno al cinema, ma Hey, c’è la nuova avventura di Indi!”: salita di entusiasmo; elenca con energia crescente, poi stacca su “ma Hey” come lancio da DJ; “Indi!” va con brillantezza, quasi jingle.
“(Mette un suono, ma è quello sbagliato)”: non “mimare” troppo, basta un gesto rapido e sicuro; la comicità sta nell’errore imprevisto, non nel cartone animato.
“Cazzo.””: secco, spontaneo, sotto voce; non gridarlo; è un inciampo umano che la rende vera.
“(Mette un altro suono e sentiamo una frusta scoccare)”: piccolo sorriso di vittoria; micro-sospiro tipo “ok, recuperata”; tempo comico: lascia un beat dopo l’effetto.
“Ecco fatto.”: soddisfazione semplice; tono lieve, come se sistemare un suono fosse un traguardo enorme dopo mesi di caos.
“Scusate gente, il mio complice mi ha piantata ma… beh… diciamo che la sua scusa era molto valida.”: qui c’è affetto e sottotesto (Steve/Vicky/chi è “il complice”); non essere troppo esplicita: lascia il mistero; su “molto valida” un sorriso tenero che dura un attimo, poi si ricompone.
“Comunque… sono quasi troppo scaramantica per dirlo, e tocco ferro, anzi, legno, ma…”: flow da Robin pura: pensiero che si corregge; gestualità piccola (toccare davvero qualcosa se presente); i “ma…” sono freni di paura: teme di chiamare sfortuna.
“Credo che la maledizione di Hawkins sia finalmente finita.”: qui scendi di tono; sorriso si spegne in un sollievo serio; “credo” è importante: non certezza, quasi preghiera.
“Ma allo stesso tempo questa non è neanche la vecchia Hawkins di una volta.”: malinconia leggera, senza pianto; fai sentire che sta osservando le cicatrici; pausa dopo “allo stesso tempo”.
“Ora è così diversa.”: frase breve, contemplativa; guarda lontano (o abbassa gli occhi) come se vedesse edifici cambiati e persone cambiate.
“Ma forse non è la città.”: rivelazione morbida; piccola pausa prima di “forse”; il tono diventa più intimo, come se parlasse meno “alla radio” e più a se stessa.
“Sono io, magari, a essere diversa.”: vulnerabilità semplice; non drammatizzare: è una scoperta quieta; sorriso appena triste.
“Penso che lo siamo tutti.”: allarga il discorso alla comunità; tono caldo, inclusivo; piccola apertura del petto, come se abbracciasse gli ascoltatori.
“Questo… di sicuro vale per i miei amici, che… per inciso… oggi si diplomano.”: qui entra l’orgoglio; le pause sono emozione che non vuole uscire troppo; “i miei amici” va detto con amore vero; su “si diplomano” torna la luce.
“Infatti, la classe dell’89 della Hawkins High calcherà il palco oggi.”: tono da annuncio radio classico; ritmico, preciso; enfatizza leggermente “classe dell’89” come evento di comunità.
“Spero veniate a supportarla.”: invito gentile; sguardo/voce più morbidi; breve pausa dopo “spero” per farlo suonare come richiesta affettuosa.
“Io ci sarò.””: promessa semplice; frase corta, stabile; qui Robin è un’ancora: non ironizzare.
“Quei ragazzi meritano una standing Ovation.”: orgoglio pieno, quasi commosso; accento su “meritano”; lascia vibrare un silenzio dopo, come se sentisse gli applausi.
“Quindi per inaugurare la festa, la mia nuova ossessione.”: ritorno al DJ mood; sorriso torna; energia leggera e giocosa, come a dire “ok, niente lacrime, musica”.
Il monologo di Robin è una chiusura emotiva atipica, perché non nasce da un confronto diretto né da un trauma ancora aperto, ma da uno spazio finalmente sicuro: il dopo. A distanza di 18 mesi dalla fine dell’orrore, Robin torna a parlare alla città attraverso la radio, il mezzo che più di ogni altro rappresenta la comunicazione, la comunità, il ritorno alla normalità. Eppure, quella normalità non è una replica del passato: è qualcosa di nuovo, fragile e ancora in fase di assestamento.
La forza del monologo sta nel suo tono apparentemente caotico. Robin parla come pensa: inciampa, si corregge, scherza, sbaglia effetti sonori, ride di sé stessa. Ma questo flusso disordinato non è superficialità: è il segno di una persona che non ha più bisogno di controllare tutto per sopravvivere. L’autoironia diventa una strategia di rilassamento, non più una difesa estrema. Per un attore, questo significa lavorare sulla naturalezza, evitando ogni sensazione di “battuta preparata”: il testo deve sembrare nascere nel momento.
Quando Robin elenca ciò che non c’è più, militari, recinzioni, telecamere, il monologo cambia sottopelle. Non c’è enfasi eroica, ma sollievo quotidiano. La libertà viene raccontata attraverso dettagli concreti, persino banali, come i panini o il cinema. È un modo molto adulto di chiudere una storia apocalittica: la vittoria non è un monumento, è la possibilità di vivere senza essere osservati.
Il cuore emotivo del monologo arriva quando Robin si accorge che Hawkins è diversa. O forse lo è lei. Questa riflessione non viene sottolineata, non diventa drammatica: scivola via con leggerezza, come una verità appena accettata. È qui che il testo parla davvero del tempo che passa e delle ferite che guariscono lasciando segni. Robin non è nostalgica, non rimpiange la “vecchia Hawkins”: riconosce semplicemente che nessuno può tornare identico a prima.
La parte dedicata al diploma degli amici sposta il focus dall’io al noi. Robin diventa una voce collettiva, quasi una testimone. Il suo orgoglio non è rumoroso, ma sincero: quei ragazzi meritano una standing ovation perché hanno attraversato qualcosa che li ha cambiati per sempre. Non serve dirlo esplicitamente: lo sentiamo nel modo in cui lei li nomina.

Nel pronunciare queste parole, l’antro di Vecna prende vita. Davanti ai ragazzi si staglia il Mind Flayer, in carne ed ossa, titanico, reale, e li insegue. Il gruppo scappa, travolto dall’immensità della creatura. Il Mind Flayer sta per raggiungerli quando viene colpito da una roccia gigantesca scaraventata dai poteri di Undi, che fronteggia il mostro e gli corre incontro. Undi apre un varco nella carne della bestia e finisce nella sua “pancia”, nell’antro vivente, e con un colpo cinetico stacca Vecna dai cavi che lo collegano alla creatura. Inizia lo scontro diretto: Undi contro Vecna, mentre il gruppo capisce che per aiutarla deve colpire il Mind Flayer stesso. L’idea diventa tattica: portare il mostro a un’insenatura e incastrarlo mentre lo assaltano. Serve un’esca. Nancy si offre volontaria. Si fa inseguire e, un attimo prima di essere divorata, il gruppo attacca: molotov, lanciafiamme, armi improvvisate. Steve e Dustin raggiungono la pancia della creatura e la colpiscono con lance, come se stessero tentando di aprire una balena. Undi, intanto, sta avendo la meglio su Vecna, indebolito perché collegato al mostro. Lo conficca contro uno spuntone d’ossa e quando Vecna tenta di colpirla con un braccio estensibile, arriva il colpo decisivo: Will, a distanza, collegato a Vecna, gli trancia il braccio di netto. Vecna finisce sullo spuntone, agonizzante. La creatura, subissata di colpi, muore definitivamente.
I bambini vengono tratti in salvo. Joyce entra nell’antro e vede Vecna agonizzante: capisce che bisogna fermarlo per sempre. Presa dalla rabbia degli ultimi anni, lo uccide tagliandogli la testa a colpi d’ascia. Tornano nel Sottosopra e parte il conto alla rovescia per distruggere tutto con la bomba. Nel camion c’è euforia, ma dura poco. Tornati nel mondo reale, le ruote del camion vengono forate: li aspettavano. Tutti vengono bloccati dai militari che vogliono Undi. Ma Undi non è tra loro: è all’ingresso del portale.
Mike prova a prenderla, ma Undi ha già scelto. Si connette telepaticamente con lui: si salutano. Undi decide di lasciarsi morire con il Sottosopra, perché se il Sottosopra deve sparire, lei è l’ultima serratura che lo chiude e che chiuderà anche l’esperimento del Dottor Brenner. Mike tenta di fermarla. Non ci riesce. L’ordigno esplode e la Materia Esotica distrugge il Sottosopra… e con esso Undi.
Il gruppo osserva nel silenzio il portale che non c’è più. Il Sottosopra non c’è più. Undi non c’è più.
Diciotto mesi dopo, i ragazzi sono pronti per la cerimonia di diploma. Robin lavora ancora alla radio, Max è tornata in piedi ed è ancora con Lucas, la città è libera da telecamere e militari. Tutti si preparano, tranne Mike: è davanti alla statua per i caduti del “terremoto” di anni prima. Hopper lo raggiunge e gli dice di trovare un modo per andare avanti e accettare la scelta di Undi: è ciò che lei vorrebbe. Mike si convince e raggiunge gli altri.
Alla cerimonia, Dustin, studente modello, fa un discorso contro il preside e il conformismo indossando la maglia dell’Hellfire. “Tanto che può fare, espellermi?” Sono eroi, ma hanno un’idea migliore: vivere.
Nancy, Jonathan, Steve e Robin si ritrovano sul tetto della radio, si raccontano la vita e capiscono che quell’avventura li legherà per sempre. Si promettono di vedersi ogni mese, anche se ora vivono separati. Hopper chiede a Joyce di sposarlo e di andare a Montauk, dove cercano un nuovo capo della polizia. Joyce accetta.
Nel sottoscala di Mike si gioca un’ultima campagna di D&D. Tutto sembra finito, poi il cattivo viene ucciso da una maga evocata da Will lo stregone. I ragazzi vincono la campagna e Will racconta il futuro radioso dei personaggi. Sulla maga (Undi), Mike ha una teoria: la notte in cui sarebbe morta col Sottosopra Mike ipotizza che Kali, prima di morire, abbia creato un ologramma di Undi, mentre la vera Undi si è nascosta e ora vive da qualche parte, magari in un posto con le cascate. È solo una teoria. Non sapremo mai se è vero. Ma la domanda rimane, anche perché lui ha parlato con lei nella dimensione alternativa. Ma Undi non avrebbe potuto usare i suoi poteri, visto che c’erano i sonar a infastidirla; e, anche qualora li avesse usati… perché non ha perso sangue dal naso COME HA SEMPRE FATTO?
L’ultima immagine è un passaggio di testimone: Mike osserva Holly e i suoi nuovi amici, tra cui Derek, sedersi al tavolo di D&D. L’eroe cambia generazione. La storia continua, anche se il mostro è finito.
Regista: Matt e Ross Duffer
Sceneggiatura: Matt e Ross Duffer
Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston
Cast: Winona Ryder (Joyce Byers) David Harbour (Jim Hopper), Finn Wolfhard( Mike Wheeler), Gaten Matarazzo (Dustin Henderson) Caleb McLaughlin (Lucas Sinclair) Noah Schnapp (Will Byers) Millie Bobby Brown (Undici / Jane Ives)
Dove vederlo: Netflix

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