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~ LA REDAZIONE DI RC
Monologo sulla fine del mondo: quello del ricercatore in Paradise è un esempio perfetto di come la parola possa diventare minaccia senza mai alzare la voce. Non è un discorso apocalittico urlato, ma una spiegazione lucida e scientifica che si trasforma in condanna morale. La struttura in due atti – prima la catastrofe, poi l’illusione e il collasso definitivo – costruisce una tensione crescente che mette l’attore davanti a una sfida sottile: restare freddo mentre descrive l’inferno.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 3:35-4:57
Durata: 1 minuto 12 secondi
L’episodio si apre con Sinatra semicosciente in ospedale, sospesa tra presente e ricordi. In questo stato riaffiora un incontro di anni prima con uno scienziato nichilista che teorizzava la fine del mondo: supervulcani, collassi a catena, una catastrofe inevitabile. In mezzo al delirio, l’uomo accenna ironicamente a un’unica soluzione possibile: scavare “una buca” enorme per sopravvivere. Per lui è una battuta. Per Sinatra diventa un’idea.
Un altro flashback ci riporta a nove anni prima, al giorno dell’insediamento di Cal. Il bunker è un progetto fragile, la tecnologia necessaria non è disponibile e la via diplomatica sembra fallire. Il padre di Cal lascia intendere che esista “un altro genere di persona” capace di ottenere ciò che serve. Un’allusione alla strada sporca. Nel presente Sinatra scopre di essere rimasta incosciente per un mese. Henry è il nuovo presidente e la tensione interna è esplosa: alcuni ragazzi, accusati di sovversione, vengono arrestati. Tra loro c’è James, figlio di Cal, che comunica clandestinamente con Presley, figlia di Xavier, tramite biglietti nascosti nelle librerie pubbliche. Dopo la partenza di Xavier — che si è autoaccusato di aver sparato a Sinatra per proteggerli — i figli sono affidati a Nicole Robinson. Intanto Jane, vera responsabile dello sparo, costruisce una versione ufficiale che la consacra come eroina.
Henry si dimostra inadatto: propone un’assurda “estate artificiale” per compiacere la popolazione, ignorando i rischi energetici. Quando uno scienziato lo contesta, lo fa arrestare. Intanto emergono sospetti su un misterioso “progetto Sinatra”, verso cui vengono dirottate risorse. Jane manipola Henry, mentre Simone scopre incongruenze nei documenti legati alla morte di Billy Pace: troppe dichiarazioni firmate da Jane. Indagando, trova prove che smontano il profilo di uomo depresso costruito da lei. Un lungo flashback rivela il passato: Billy Pace, killer incaricato di ottenere la tecnologia per il bunker, uccide un ricercatore che poco prima ha praticato l’eutanasia alla moglie malata di Huntington. L’uomo avverte Billy di non toccare un ragazzo in arrivo: il futuro potrebbe dipendere da lui. Billy risparmia il ragazzo. È Link.
Nel presente Henry, durante una corsa notturna con Jane, viene assassinato. Jane traccia una X col sangue del presidente per incastrare la resistenza. Quando Simone arriva sul posto, Jane la aggredisce e costruisce una scena per farla sembrare colpevole. Parallelamente James viene condotto nel livello più basso della prigione, dove incontra l’architetto di Paradise, lo scienziato che ha progettato il sistema. I due parlano di aprire le porte: non una protesta simbolica, ma una frattura strutturale. Sinatra, intanto, parla con la governante Carmen e dimostra di conoscere dettagli top secret. Il “progetto Sinatra” è reale. Ma nella fotografia regalata da Gabriella è nascosto un dispositivo per ascoltare. Gabriella sta origliando.
Il segreto non è più al sicuro.

Ha mai sentito parlare della sindrome di Venere? Allora le descrivo un bel quadretto. A un certo punto nel futuro, la Caldera esplode. E’ un supervulcano. E provoca uno tsunami globale. Nubi di cenere, apocalisse. E molte persone moriranno. Non proprio tutte, però. Dopo qualche anno, le cose sembrano calmarsi. La temperatura si stabilizza. I sopravvissuti pensano: “Siamo salvi, che fortuna!" Non festeggiate, idioti. Quello era solo il primo atto. Il raffreddamento si blotta. I Gas serra intrappolati hanno la meglio. Il calore comincia a sprigionarsi. All’inizio lentamente, e poi tutto d’un colpo l’aria si ispessisce. Gli oceani evaporano e presto la pressione schiaccia qualunque cosa sia ancora in piedi. E’ successo su Venere. E a quel punto, a chi sarà ancora vivo dispiacerà di non essere morto il primo giorno.
“Ha mai sentito parlare della sindrome di Venere?”: attacco calmo, quasi da conferenza; sguardo neutro (non seduttivo); micro-pausa dopo “Venere” per lasciare il termine sospeso e “misterioso”.
“Allora le descrivo un bel quadretto.”: leggero cambio di registro, quasi sarcastico; un mezzo sorriso che non arriva agli occhi; tono da “adesso guardi qui”.
“A un certo punto nel futuro, la Caldera esplode.”: frase detta come un dato certo; rallenta su “Caldera”; pausa secca dopo “esplode” (come un colpo di martello).
“E’ un supervulcano.”: specifica didattica; voce più bassa e compatta; sguardo che controlla se l’altro sta seguendo.
“E provoca uno tsunami globale.”: allarga l’immagine senza alzare il volume; enfatizza “globale” con una micro-sospensione prima della parola.
“Nubi di cenere, apocalisse.”: elenco asciutto; staccato, quasi due fotografie; lascia un vuoto tra “cenere” e “apocalisse” come se la seconda parola fosse inevitabile.
“E molte persone moriranno.”: niente melodramma; tono clinico; occhi fermi, come se stesse leggendo un referto.
“Non proprio tutte, però.”: taglio ironico; mezzo sorriso amaro; pausa breve prima di “però” per far sentire la trappola (la speranza).
“Dopo qualche anno, le cose sembrano calmarsi.”: ritmo più morbido, quasi rassicurante; sguardo che si sposta un attimo, come se concedesse un’illusione.
“La temperatura si stabilizza.”: tono tecnico; appoggia “stabilizza” come parola-chiave; pausa minima dopo la frase.
“I sopravvissuti pensano: ‘Siamo salvi, che fortuna!’”: cambia voce sul discorso diretto, rendendola leggermente più “umana” e ingenua; non caricaturale, basta un filo; chiudi la citazione con un micro-respiro di disprezzo.
“Non festeggiate, idioti.”: colpo frontale; secco, senza urlare; sguardo finalmente accusatorio; pausa dopo “festeggiate” (come se trattenesse il veleno) e poi “idioti” come sentenza.
“Quello era solo il primo atto.”: tono teatrale ma freddo; sottolinea “primo atto” con una calma inquietante; lascia silenzio dopo, per far sentire che il peggio arriva.
“Il raffreddamento si blotta.”: detta come una diagnosi che cambia tutto; rallenta e articola bene (anche l’imperfezione “si blotta” può suonare come slang tecnico o lapsus: rendilo reale, non corretto); sguardo che si stringe.
“I Gas serra intrappolati hanno la meglio.”: tono da causa-effetto; appoggia “hanno la meglio” con un peso definitivo; un piccolo cenno del capo come “fine della discussione”.
“Il calore comincia a sprigionarsi.”: voce più lenta, come se il calore fosse già nell’aria; sguardo che si avvicina (o si fissa) per stringere l’altro dentro l’immagine.
“All’inizio lentamente, e poi tutto d’un colpo l’aria si ispessisce.”: costruisci la curva; “lentamente” con un tempo largo, poi accelera su “tutto d’un colpo”; su “aria si ispessisce” abbassa leggermente il tono, quasi a far sentire la densità.
“Gli oceani evaporano e presto la pressione schiaccia qualunque cosa sia ancora in piedi.”: qui è immagine apocalittica totale ma detta come cronaca; scandisci “evaporano” e poi “pressione schiaccia” con due accenti diversi (prima sparizione, poi violenza); non correre: lascia che il pubblico visualizzi.
“E’ successo su Venere.”: la prova finale, il “precedente” cosmico; tono piatto, quasi burocratico; pausa lunga dopo la frase (qui il silenzio è parte del testo).
“E a quel punto, a chi sarà ancora vivo dispiacerà di non essere morto il primo giorno.”: chiusura come lama; rallenta su “a chi sarà ancora vivo” (crudeltà calma); su “dispiacerà” lascia un filo di soddisfazione amara; “il primo giorno” detto quasi sottovoce, e poi silenzio pieno (non guardare via subito: resta).
Questo monologo funziona perché non è costruito come uno sfogo emotivo, ma come una dimostrazione scientifica che si trasforma lentamente in condanna morale. Il ricercatore non urla la fine del mondo: la spiega. E proprio questa calma rende tutto più inquietante.
L’attacco è quasi accademico: “Ha mai sentito parlare della sindrome di Venere?” È una domanda che non cerca davvero risposta. È un amo retorico. L’uomo si posiziona subito su un piano di superiorità intellettuale. Sta introducendo un concetto, non sta condividendo una paura. La parola “Venere” non è scelta a caso: evoca qualcosa di lontano, astronomico, inevitabile. Da lì parte una descrizione tecnica della catastrofe: la Caldera esplode, tsunami globale, nubi di cenere. La progressione è per immagini, ma il tono deve restare freddo. È quasi un documentario.
La prima crepa arriva con “Non proprio tutte, però.” Qui entra l’ironia nera. È il momento in cui il monologo cambia direzione. Sembra offrire speranza, ma in realtà sta preparando il secondo atto della tragedia. La struttura è teatrale: primo disastro, sopravvivenza apparente, falsa illusione di stabilità. E infatti introduce il pensiero dei sopravvissuti: “Siamo salvi, che fortuna!” In quel punto l’attore può far sentire la distanza tra sé e l’umanità. Non è uno di loro. Li osserva.
Poi arriva la frase chiave: “Non festeggiate, idioti.” Qui il monologo smette di essere descrizione e diventa giudizio. Non è solo la fine del mondo: è la fine meritata. La superiorità morale del ricercatore emerge chiaramente. Non sta soffrendo per l’umanità. Sta constatando la sua stupidità. La seconda parte è ancora più potente perché ribalta la dinamica. Il vero orrore non è l’esplosione iniziale, ma il processo lento e irreversibile che segue. Il raffreddamento si blocca, i gas serra hanno la meglio, il calore aumenta. La frase “All’inizio lentamente, e poi tutto d’un colpo” è il cuore ritmico del monologo. È una costruzione musicale: tempo largo, poi accelerazione improvvisa. È lì che l’attore deve costruire la curva.
Quando si arriva all’immagine degli oceani che evaporano e della pressione che schiaccia tutto ciò che resta in piedi, il discorso diventa cosmico. Non è più una previsione politica o ambientale: è una legge fisica. E la frase “È successo su Venere” chiude il cerchio. Non è fantascienza. È precedente storico. È prova.
La chiusa è la lama finale: “A chi sarà ancora vivo dispiacerà di non essere morto il primo giorno.” Non è gridata. È pronunciata come una constatazione. Ed è qui che il personaggio si definisce completamente: non è un pazzo apocalittico. È un uomo che ha guardato troppo a lungo dentro il futuro e non ha più alcuna consolazione da offrire.

Il finale è costruito come una detonazione progressiva.
La prima bomba è Jane: elimina Henry e crea un nemico pubblico, preparando una guerra interna.
La seconda bomba è Link: il ragazzo risparmiato anni prima, possibile chiave del futuro.
La terza è James: pronto a trasformare la ribellione in qualcosa di strutturale, con l’aiuto dell’architetto di Paradise.
La quarta è Sinatra: il suo progetto parallelo dimostra che esiste un piano nascosto dentro il sistema.
Il colpo finale è Gabriella che ascolta tutto.
Paradise non è più un rifugio. È diventato un campo di battaglia.
Regia: Dan Fogelman
Cast: Sterling K. Brown (Xavier Collins); Julianne Nicholson (Samantha Redmond); Sarah Shahi (Gabriela Torabi)
Dove vederlo: Disney+

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