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~ LA REDAZIONE DI RC
Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri fragilità, senso di colpa e tenerezza senza cadere nel melodramma, questo fa per te. Il monologo di Zero in Due spicci è una trappola perfetta: sembra una lettera semplice, quasi sommessa, ma sotto ha un peso emotivo enorme. Funziona proprio perché non chiede all’attore di “fare tanto”: chiede precisione, verità, pudore.
Film/Serie: Due spicci
Personaggio: Zero
Attore/Attrice: Zerocalcare
Stagione/Episodio: Episodio 8
Minutaggio: 30:40 - 32:00
Durata monologo: 1 minuto e 20 secondi
Difficoltà: 8/10 — trattenere molto, senza spegnere il testo
Emozioni chiave: senso di colpa, gratitudine, pudore, dolore, tenerezza
Adatto per: provini drammatici contemporanei, self tape realistici, ruoli introversi, scene di confessione
Dove vederlo: Netflix
Questo monologo di Zero in Due spicci arriva alla fine di un percorso emotivo pesante. Zero consegna a Montini, in carcere, una lettera che nasce da un senso di colpa preciso: Montini ha compiuto un gesto estremo che ha salvato anche lui e il suo gruppo, e ora ne sta pagando tutte le conseguenze. Il personaggio di Zero arriva a questa scena svuotato, senza più ironia difensiva. Non sta cercando di assolversi, e questo è importante. Sta provando, con fatica, a riconoscere un debito morale che non può restituire. Per un attore, il cuore della scena è qui: non è un’esplosione, è un’ammissione.

Io lo so che non l’hai fatto per noi. Non so nemmeno se l’hai fatto per te, non so se c’hai avuto scelta o no.
Ma se te adesso stai là è perché se giudicano i fatti e le intenzioni.
Però ci sono anche altri fatti che sono altrettanto importanti pure se al processo non se n’è parlato.
Tipo che se noi invece oggi siamo qui, letteralmente è… se noi possiamo continuare le nostre vite, coi nostri litigi, le nostre ansie, le nostre risate, è grazie a te.
Tu stai pagando per una cosa che ha permesso a tutti noi di continuare a vivere.
E non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, anzi.
Non t’abbiamo dato niente in questi anni, e te non ce dovevi niente.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Eppure c’hai dato tutto.
Mia nonna ha passato la vita a ringraziare Santa Lucia che secondo lei l’ha salvata quando stava a morì de parto.
“Ognuno de noi c’ha un santo in Paradiso”, ripeteva sempre, “E tu lo devi ringrazià tutti i giorni che sei vivo e ‘n salute”.
Io non gli ho mai dato retta, ma oggi penso che c’aveva ragione lei.
Solo che il santo nostro non sta in paradiso.
Anzi… sta nel posto al mondo che somiglia de più all’inferno.
“Io lo so che non l’hai fatto per noi. Non so nemmeno se l’hai fatto per te, non so se c’hai avuto scelta o no.”: Qui non partire subito “commosso”. Parti basso, quasi trattenuto. Tieni lo sguardo non fisso su Montini ma intermittente, come se fosse difficile sostenere il peso di quello che stai dicendo. Rallenta leggermente su “non so” ogni volta: deve sembrare un pensiero che si corregge mentre nasce. Postura raccolta, spalle un po’ chiuse.
“Ma se te adesso stai là è perché se giudicano i fatti e le intenzioni.”: Questa frase ha una lucidità quasi giuridica. Non farla troppo emotiva. Dilla come uno che sta cercando di essere onesto e preciso.
“Però ci sono anche altri fatti che sono altrettanto importanti pure se al processo non se n’è parlato.”: Qui cambia leggermente il respiro. È il momento in cui Zero entra davvero nel punto della lettera.
“Tipo che se noi invece oggi siamo qui, letteralmente è… se noi possiamo continuare le nostre vite, coi nostri litigi, le nostre ansie, le nostre risate, è grazie a te.”: Questo è il passaggio più delicato. L’inceppo su “letteralmente è…” non va pulito: va vissuto. Fermati davvero, come se la frase ti si rompesse in mano.
“Tu stai pagando per una cosa che ha permesso a tutti noi di continuare a vivere.”: Non alzare il volume. Anzi, abbassalo appena. La parola importante è “pagando”: falle portare il peso del carcere, della colpa, del debito. Dopo “continuare a vivere” fai una pausa piena, non teatrale ma necessaria.
“E non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, anzi.”: Frase breve, colpo netto. Non appoggiarla troppo. “
“Non t’abbiamo dato niente in questi anni, e te non ce dovevi niente.”: Questa battuta chiede concretezza. Niente lirismo. È quasi un rendiconto morale.
“Eppure c’hai dato tutto.”: Qui sì, invece, puoi stringere appena il tempo. Prima una micro-pausa, poi la frase. Deve arrivare come una sintesi che ferisce. Non urlarla mai.
“Mia nonna ha passato la vita a ringraziare Santa Lucia che secondo lei l’ha salvata quando stava a morì de parto.”: Qui entra un ricordo personale, e il tono cambia. Non diventa leggero, ma più intimo. Fai sentire che Zero sta cercando un’immagine per spiegare qualcosa di enorme.
“‘Ognuno de noi c’ha un santo in Paradiso’, ripeteva sempre, ‘E tu lo devi ringrazià tutti i giorni che sei vivo e ‘n salute’.”: Qui hai un discorso nel discorso. Differenzia appena la voce della nonna: non imitazione, ma memoria. Magari un filo di calore in più. Attenzione a non trasformarlo in siparietto.
“Io non gli ho mai dato retta, ma oggi penso che c’aveva ragione lei.”: Questa è una confessione. Dilla con semplicità assoluta. Sguardo basso su “non gli ho mai dato retta”, poi un piccolo sollevamento su “oggi penso”.
“Solo che il santo nostro non sta in paradiso.”: Qui prepara il colpo finale. Fai una pausa prima della frase. Tono quasi sospeso.
“Anzi… sta nel posto al mondo che somiglia de più all’inferno.”:“Anzi” deve sembrare una correzione necessaria, non un effetto. Sull’ultima parte evita ogni retorica.
Questo monologo è interessante perché lavora su una dinamica rara: non è un’autodifesa, non è una richiesta di perdono, non è nemmeno un’esplosione di rabbia. È un riconoscimento. E riconoscere un debito umano, sulla scena, è difficilissimo da fare bene perché basta pochissimo per scivolare nel patetico.
Io credo che il cuore di questa scena sia il contrasto tra la semplicità delle parole e la vastità morale di quello che contengono. Zero non sta facendo filosofia. Sta cercando di dire a un uomo: tu sei all’inferno per un gesto che ha permesso a noi di continuare a vivere. Il testo, quindi, funziona se l’attore capisce che ogni frase nasce da una fatica autentica. Non è un’orazione. È uno che trova le parole mentre si assume una colpa.
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Due spicci, spiegazione finale: perché Montini uccide Paturnia?

Funziona per:
ruoli drammatici contemporanei, introversi e morali
provini per personaggi che portano senso di colpa
self tape realistici, dove conta la sottrazione
scene di confessione o ringraziamento trattenuto
Evitalo se:
ti chiedono un pezzo brillante o ritmicamente aggressivo
devi mostrare forte trasformismo vocale o fisico
il casting cerca energia estroversa e dominante
Si abbina bene con: un secondo monologo più secco e combattivo, magari da personaggio che attacca invece di chiedere scusa.
Se lavori su questo pezzo, concentrati sulla precisione e non sull’effetto. Il monologo di Zero da Due spicci vive nei respiri, nelle esitazioni, in quello che non riesci a dire subito. Più provi a “commuovere”, meno funziona. Più accetti il pudore del testo, più arriva.
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La redazione di Recitazione Cinematografica, coordinata da Alfonso Bergamo, regista e formatore: monologhi, dialoghi, film e serie analizzati con lo sguardo di chi lavora sul set e nei casting.
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