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~ LA REDAZIONE DI RC
L’ultima gara si apre in un clima di tensione assoluta. Blu non rivolge la parola ad Arturo: dopo la scoperta sull’incidente di suo padre, la fiducia è a pezzi. Arturo, dal canto suo, osserva Elena parlare con Giulio e capisce immediatamente che c’è un’offerta sul tavolo, un accordo che probabilmente lei accetterà, lasciando lui e Blu soli. È la sensazione di essere di nuovo sacrificabile, di essere rimasto indietro. A peggiorare tutto arriva Arianna, che incrocia Blu e le consegna i guanti appartenuti a suo padre. È un gesto carico di ambiguità: sembra un atto di affetto, ma arriva da una donna che ha sempre usato il dolore come moneta di scambio. Blu sale in macchina con una rabbia che non riesce a controllare. Durante la corsa rifiuta ogni indicazione di Arturo, fino a staccare volontariamente il trasmettitore radio. Decide di correre da sola, guidata solo dalla furia.
Ahmed, intanto, dice ad Arianna che sa tutto e i due si precipitano davanti ai monitor. In pista Blu guida in modo sempre più pericoloso, oltre il limite. Tutti temono l’inevitabile. E l’inevitabile arriva: Blu si ribalta violentemente e finisce in ospedale, in coma. Nel silenzio sospeso che segue l’incidente, esplode il non detto. Tra Arianna e Arturo viene finalmente a galla la loro relazione clandestina, davanti a Elena.
Passano i giorni e Blu non si risveglia. Quando finalmente apre gli occhi, Arturo è accanto a lei. Blu non perde tempo: fa la domanda che aspettava da tutta la stagione. Gli chiede se ha ucciso suo padre per odio, perché stava con Arianna. Arturo le dice la verità. Non è stato odio, non è stato un gesto volontario. Prima di entrare in pista, Arianna gli aveva rivelato di aspettare una bambina. Era sconvolto, fuori equilibrio. L’incidente con Michele è stato un tragico errore. Michele era suo fratello, non solo un amico, e Arturo non gli avrebbe mai fatto del male intenzionalmente. Prima di uscire dalla stanza, Arturo ringrazia Blu: le dice che è una pilota eccezionale. È il primo riconoscimento libero da colpa.
Nonostante i medici le impongano riposo assoluto, Blu ha un’altra idea folle.
Paolo ha perso punti nell’ultima gara: se loro arrivano primi e l’Alpha Blaze resta fuori dal podio, il campionato è ancora matematicamente possibile. È un rischio enorme, ma Angelo accetta. Anche Elena accetta, ma fa una scelta chiara: torna a casa solo per ribadire che non rientrerà nei ranghi della famiglia. Non vuole più compromessi. Recupera l’unica cosa che le è rimasta di suo padre: il primo motore che costruì, ancora intatto. È l’unico modo per rimettere Blu in pista. Inizia così un lavoro corale. Nell’officina, insieme a Vittorio, il padre di Angelo, con l’aiuto di tutti – compreso Ahmed – l’auto viene ricostruita. È un momento di comunità vera, quasi artigianale, in cui ognuno mette qualcosa di sé. Blu però nasconde una verità pericolosa: ha ancora blackout improvvisi, momenti in cui la vista si offusca. Non lo dice a nessuno. Nel frattempo Arturo scopre finalmente il significato del nome della scuderia: SC 17 sta per Second Chance. Il 17 era il numero con cui correva lui, quando era in scuderia con il padre di Arianna. Tutto torna. Tutto pesa.

Arriva il giorno dell’ultima gara, al Mugello. Prima della partenza Blu incontra Paolo, che è sinceramente preoccupato per le sue condizioni. Per prepararsi, la squadra al completo recita la preghiera che Arturo e Michele dicevano sempre prima di correre. È un rito, un ponte tra passato e presente. Poi si parte.
La gara inizia nel migliore dei modi. Blu guida bene, recupera, sale rapidamente sul podio. Poi accade di nuovo: un blackout. Blu non vede più nulla. Arturo capisce che è finita e manda Elena ad alzare bandiera bianca. Ma all’ultimo istante Blu lo ferma. Decide di continuare. Guiderà senza vedere, affidandosi completamente alla voce di Arturo. Per la prima volta non corre contro di lui, ma con lui.
Arturo la guida curva dopo curva, metro dopo metro. Blu riesce a chiudere la gara. Il team SC 17 termina il campionato con uno straordinario secondo posto. Non è la vittoria, ma è qualcosa di più complesso: una salvezza.
Dopo la gara, Blu fa capire a Paolo che prova ancora qualcosa per lui. Ahmed, vedendoli, è pronto ad andarsene, ma Blu lo ferma e gli sussurra di restare con lei in quel momento. È il momento più importante della sua vita. Ahmed capisce e applaude. Giulio si congratula con Elena per la scuderia che ha costruito. Arianna e Arturo, osservando la scena, sembrano finalmente chiudere il cerchio con un passato che li ha consumati.
Arturo raggiunge Elena e le dice che è pronto ad andare avanti. Tra i due torna un flirt appena accennato. Ma proprio mentre la tensione si scioglie, arrivano i poliziotti. Arturo, Elena e Blu sono indagati per una rapina a Ravenna (La macchina rubata). Dopo i festeggiamenti dovranno andare in centrale. Blu, ignara di tutto, è ancora sul podio a festeggiare.
La stagione si chiude così: con una vittoria a metà e una nuova caduta pronta a cominciare.

Arturo “Barnie” Benini: Luca Argentero
Blu Venturi: Caterina Forza
Blu Venturi: Te sei ancora qui, è?
Arturo “Barnie” Benini: Io non mollo il mio pilota quando sta nei casini. Anche se è un coglion e non sa reggere bene lo stress.
Blu Venturi: Stress? Hai ammazzato mio padre. Ho visto il video.
Arturo “Barnie” Benini: E allora? Anche se fosse, te dovevi rimanere in pista. E invece sei uscita come una dilettante. Una cosa ti ho insegnato, che le emozioni vanno gestite.
Blu Venturi: Te sei fuori. L’hai fatto per lei, vero? Eri innamorato di mia mamma, per questo hai accelerato invece di staccare.
Arturo “Barnie” Benini: Quel giorno, prima della gara, era strana. C’aveva una luce negli occhi, che… allora sono andato lì, gli ho chiesto, ho insistito un pò, e alla fine gliel’ho detto. Mi ha detto che l’Arianna era incinta di te. Io ero felice, eh. L’ho abbracciato perché una parte di me era felice.
Blu Venturi: E l’altra? Volevi ucciderlo?
Arturo “Barnie” Benini: Ma no. No. Era mio fratello, Michele, oh… Io l’amavo. Tutti finivano per amarlo, Michele. Ma volevo che perdesse quel cazzo di campionato, che quella volta si sentisse come me, sconfitto.
Blu Venturi: E quindi io che cosa sono? La tua penitenza?
Arturo “Barnie” Benini: Io mica ti ho scelta, a te. Te mi sei capitata. Avevo soltanto bisogno di soldi. Poi però ti ho conosciuto, ho capito chi sei…
Blu Venturi: E chi sono?
Arturo “Barnie” Benini: Te sei un pilota. Te sei un pilota. E non voglio che rovini tutto per un patacca come me. A Monza, quando stavi volando verso il traguardo, io dopo tanto tempo mi son sentito vivo. Hai capito? Vivo. Perché…
Blu Venturi: Perché sei uno psicopatico.
Ridacchiano, commossi.
Blu Venturi: E Ferri?
Arturo “Barnie” Benini: Nono. Ha perso aderenza alla seconda variante ha dato un giro.
Silenzio
Arturo “Barnie” Benini: Si, è passato, è venuto, ti ha portato i fiori, tutta quella roba lì.
Blu Venturi: I fiori. i fiori a me? Che coglione.
Arturo “Barnie” Benini: L’ha cacciato via Ahmed. Quello lì è stato lì, mattina, sera notte, sempre. Come un pastore tedesco buttato qui.
Blu ride, poi ha un forte mal di testa.
Il dialogo tra Blu Venturi (Caterina Forza) e Arturo “Barnie” Benini (Luca Argentero) è il cuore emotivo della stagione. È il momento in cui Motorvalley smette di essere una serie sportiva e diventa un dramma morale.
Qui non si parla più di campionati.
Si parla di colpa, invidia, amore, identità.
E soprattutto: si parla di verità.
La frase di Blu è diretta, nuda: “Hai ammazzato mio padre. Ho visto il video.”
Dal punto di vista narrativo, questa battuta chiude il mistero che ha attraversato tutta la stagione: il dubbio sull’incidente di Michele. Ma la risposta di Arturo è ancora più importante della domanda. “E allora? Anche se fosse, te dovevi rimanere in pista.”
Questa è la frase chiave. Arturo non si difende subito. Non si giustifica. Resta nel ruolo di allenatore. Sta dicendo una cosa terribile e coerente insieme: la pista viene prima delle emozioni. Anche del trauma. Questo è il suo limite e la sua identità. Qui la serie mette in scena il conflitto tra due visioni: Blu: la corsa è legata al padre, al dolore, alla verità. Arturo: la corsa è disciplina, controllo, sopravvivenza.
Quando Blu lo provoca: “L’hai fatto per lei, vero?” Il dialogo si sposta dall’omicidio alla gelosia. Arturo racconta finalmente cosa è successo prima della gara. Arianna era incinta. Michele stava per diventare padre. E lui era felice… ma anche sconfitto. Il punto più potente è questo: “Volevo che perdesse quel cazzo di campionato.”
Non voleva ucciderlo. Voleva che perdesse.
È una differenza enorme.
La serie sposta il tema da “omicidio volontario” a “fragilità maschile”. Arturo non è un assassino. È un uomo che, in un momento di destabilizzazione emotiva, ha corso con un sentimento sbagliato dentro. Il dialogo riscrive l’incidente come errore umano, non come gesto premeditato. Quando Blu chiede: “E quindi io che cosa sono? La tua penitenza?” Qui il conflitto diventa identitario.
Blu teme di essere il senso di colpa incarnato. Arturo risponde in modo brutale: “Te mi sei capitata.”
È una frase durissima, ma vera. Non romantica. Non consolatoria. Arturo non ha scelto Blu per redimersi. Aveva bisogno di soldi. Ma poi arriva la svolta: “Te sei un pilota.” La ripetizione è fondamentale.
Non dice “sei come tuo padre”.
Non dice “sei speciale”.
Dice “sei un pilota”.
Sta riconoscendo la sua identità indipendente da Michele.
È il primo momento in cui Blu non è “la figlia di”, ma se stessa.
“A Monza… io dopo tanto tempo mi son sentito vivo.” Questa frase è la confessione più sincera dell’intero dialogo. Arturo non parla più di Michele. Non parla di colpa. Parla di sé. Guidare con Blu lo ha fatto tornare vivo. Qui la serie chiarisce il vero legame tra i due: non è redenzione, non è sostituzione paterna, non è penitenza. È condivisione di identità.
Blu lo chiama “psicopatico”. E poi ridono.
Quella risata è la vera riconciliazione. Non l’assoluzione, ma la possibilità di respirare insieme.
Quando Arturo racconta che Ahmed è rimasto lì “come un pastore tedesco buttato qui”, la scena cambia tono. Il dialogo smette di essere dramma e torna umano. Blu ride. Poi arriva il mal di testa.
Quel dettaglio fisico è fondamentale: il trauma non è risolto. È solo sospeso.

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