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Con Huezquixtles, No tengo miedo sposta il racconto nel momento decisivo in cui il sequestro di Felipe prende davvero forma, mostrando in modo diretto come il piano sia nato, come sia degenerato e perché nessuno degli adulti sia più in grado di controllarne le conseguenze. Dopo aver disseminato indizi e rivelazioni nei primi episodi, la serie Netflix ambientata nel Messico del 1986 dedica questa puntata alla ricostruzione del rapimento, delle sue motivazioni e del progressivo crollo morale delle famiglie coinvolte. Il finale, poi, spiega anche uno dei dettagli più scioccanti della storia: il dito mutilato e il gesto folle di Félix.

L’episodio si apre qualche giorno prima del sequestro, nel momento in cui la scelta criminale smette di essere un’ipotesi e diventa un piano concreto. Teresa chiama Pino e, seppur controvoglia, finisce per convincersi a procedere. Il rapimento di Felipe, che fino a quel momento era stato discusso come una possibilità estrema per uscire dalla miseria, prende così una forma precisa. Il piano è semplice e sfrutta le abitudini della comunità: il giorno della partita del Messico, Emilio organizzerà la visione dell’incontro con tutti, e sarà proprio quel momento a offrire l’occasione giusta per isolare il bambino.
Quel giorno Pino si presenta come sempre, cercando di apparire naturale. Porta anche una torta e prova a guadagnarsi la fiducia di Felipe, dicendogli che poi lo aspetta un regalo per scusarsi di come lo ha sgridato. È un dettaglio importante, perché mostra come il sequestro non venga eseguito con violenza aperta fin dal primo istante, ma sfruttando proprio il rapporto di fiducia tra l’adulto e il bambino. Durante l’intervallo della partita, Felipe corre verso il furgone, aspettandosi davvero il regalo promesso. In quel momento viene aggredito e narcotizzato da Félix, che indossa una maschera. Anche gli altri coinvolti portano maschere, in modo da non essere riconosciuti dal bambino.
Felipe viene portato alla villa abbandonata, dove Lupe e Teresa gli preparano inizialmente un letto e un giaciglio abbastanza comodo. In questa fase, almeno per alcuni dei rapitori, sembra ancora esistere l’illusione di poter controllare la situazione, di trattare il bambino come ostaggio e non come vittima di una crudeltà destinata a peggiorare. Ma questa parvenza dura pochissimo. Rimasto solo con Felipe, Félix si rende conto che il bambino si sta svegliando e inizia a urlare. Per evitare che qualcuno lo senta, lo nasconde nella botola, senza dirlo a nessuno. È il passaggio che cambia definitivamente la natura del sequestro: da quel momento Felipe non è più soltanto rapito, ma viene sepolto in uno spazio sotterraneo, buio e disumano che diventerà il luogo del suo annientamento fisico e psicologico.
Durante la notte, i sequestratori chiamano la famiglia e chiedono un riscatto di 500.000 pesos, convinti che gli Betancourt siano ricchi e possano permetterselo. Fissano come punto d’incontro il giorno successivo, sotto un ponte. Ma la situazione economica di Emilio è molto diversa da quella immaginata. Disperato, l’uomo confessa alla moglie che non hanno più risparmi: ha già giocato gli ultimi soldi nel tentativo di non licenziare i dipendenti. La famiglia si ritrova così in una condizione disperata, senza il figlio e senza il denaro richiesto.
Il giorno seguente, infatti, le conseguenze economiche esplodono anche sul fronte dei lavoratori. Pino e altri quattordici dipendenti vengono licenziati senza spiegazioni approfondite, se non il generico riferimento a una crisi economica. Pino spera che si tratti soltanto di una misura temporanea, magari presa da Emilio per riuscire a mettere insieme il denaro necessario al riscatto. Ma quella speranza si scontra subito con la realtà. La sera stessa Félix e Rodrigo si presentano al luogo d’incontro stabilito, e la famiglia di Felipe non si presenta con i soldi.
Nel frattempo la situazione nella villa peggiora in modo spaventoso. Félix tratta Felipe sempre peggio. La sua brutalità viene mostrata come il risultato di più fattori: il suo passato tormentato, la famiglia disastrata in cui vive, il fatto di essere stato abbandonato dalla madre fuggita di casa, e la presenza di Ramon, padre diabetico, alcolizzato e in sedia a rotelle. Questo contesto non giustifica mai Félix, ma aiuta a capire da dove nasca la sua deformazione morale e psicologica. Più passano i giorni, più la sua violenza aumenta. Felipe viene umiliato, affamato, terrorizzato, e Félix arriva perfino a dargli da mangiare i vermi, trattandolo come qualcosa di inferiore a un essere umano.
Il tempo che passa trasforma il sequestro in una gabbia anche per gli adulti. La convinzione che la polizia sia sulle loro tracce e che tutti finiranno in carcere e in rovina cresce giorno dopo giorno. E infatti gli investigatori si stanno davvero muovendo: non sanno ancora con precisione chi siano i rapitori, ma dai comportamenti appare chiaro che si tratta di persone inesperte, improvvisate, incapaci di gestire un piano criminale complesso senza commettere errori.
Con l’aumentare della pressione, i primi a cedere sono proprio Rosalio e Margarita, cioè coloro che avevano avuto per primi l’idea del rapimento. È un dettaglio amarissimo: chi aveva acceso la miccia è anche tra i primi a voler scappare dalle conseguenze. Nello stesso periodo, Félix inizia a insistere sul fatto che bisogna dimostrare che il bambino è vivo, magari inviando un suo dito come prova. Pino, invece, vorrebbe riportare Felipe a casa anche in cambio di una cifra inferiore, pur di chiudere quell’incubo. Ma il fratello e la sua famiglia scelgono una strada diversa: vogliono fuggire nella notte.
Pino parte per cercarli, mentre gli altri adulti sono convinti che Rosalio e Margarita stiano andando alla polizia per denunciarli. In realtà Pino li trova in una baita isolata, decisi soltanto ad allontanarsi il più possibile e a non avere più nulla a che fare con la vicenda. Qui scoppia la colluttazione tra Pino e suo fratello, che spiega finalmente anche il livido all’occhio con cui Pino sarebbe poi riapparso nel presente. Lo scontro tra i due è il segno di un patto criminale che si sta disgregando sotto il peso della paura.
Con l’occhio nero, Pino si reca in un ristorante dove c’è un telefono a gettoni e chiama Emilio, ma riaggancia immediatamente. È una scena fondamentale, perché mostra la sua indecisione e la sua colpa: vorrebbe forse dire la verità, o forse soltanto sentire la voce del padre di Felipe, ma non riesce a compiere davvero quel passo. Poco dopo, proprio nello stesso ristorante, arriva la polizia. Pino capisce così che gli investigatori sono ormai molto vicini alla verità.
La narrazione torna poi al presente, dove tutta la verità sta ormai emergendo. Félix, disperato e fuori controllo, corre da Felipe con l’intenzione di tagliargli un dito per creare la prova da mandare all’esterno. È qui che trova finalmente spiegazione anche l’episodio legato a Calavera: in precedenza Félix aveva tentato di fare la stessa cosa con lui, e proprio per questo Calavera era fuggito di casa terrorizzato. Stavolta però, prima che Félix riesca a mutilare Felipe, arriva Pino, che lo ferma.
Dopo essere stato bloccato, Félix torna alla sua macchina, ubriaco e ormai completamente dissociato dalla realtà. Ed è qui che compie il gesto più folle della puntata: si taglia un dito da solo. Il finale di Huezquixtles chiarisce così uno dei misteri più inquietanti dell’arco narrativo e mostra fino a che punto il sequestro abbia spinto Félix verso l’autodistruzione e la perdita totale del senso del limite.
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Il finale di Huezquixtles è importante perché spiega due cose decisive. La prima è la vera dinamica del sequestro: Felipe non è stato rinchiuso nella botola fin dall’inizio come parte di un piano studiato in ogni dettaglio, ma ci è finito perché Félix, lasciato solo con lui, ha reagito nel modo più brutale e irrazionale possibile. Questo dettaglio è essenziale, perché mostra come il crimine sia nato da un progetto collettivo già gravissimo, ma sia poi degenerato ancora di più a causa dell’incapacità e della ferocia dei singoli.
La seconda cosa che il finale chiarisce è il significato del dito mutilato. Per tutta la vicenda, l’idea di usare una parte del corpo del bambino come prova di vita diventa il segno definitivo del collasso morale dei sequestratori. Ma Félix, fermato prima di poter colpire Felipe, arriva al punto di mutilare sé stesso. Il gesto ha una doppia lettura. Da un lato è una soluzione disperata e delirante per tenere in piedi il ricatto. Dall’altro è il simbolo perfetto di un male che ormai si sta ritorcendo contro chi lo ha generato. Il sequestro non sta distruggendo solo Felipe: sta consumando dall’interno anche i suoi rapitori.
Il titolo dell’episodio, Huezquixtles, acquista così un valore ancora più cupo. Tutto ciò che doveva essere un colpo rapido e redditizio diventa una discesa in un orrore sempre più materiale, fatto di corpi feriti, fame, botole, vermi e mutilazioni. Il finale non offre nessuna via d’uscita, ma mostra che il piano è ormai al collasso.

Con Huezquixtles, No tengo miedo dedica un intero episodio alla ricostruzione del rapimento di Felipe e alla trasformazione di un gesto criminale “pensato” come scorciatoia economica in un incubo ingestibile. La puntata mostra l’adescamento del bambino, il fallimento del piano del riscatto, la crudeltà crescente di Félix, la paura della polizia e la fuga dei primi complici. Il finale, con il dito che Félix si taglia da solo, è uno dei momenti più duri e significativi della serie, perché rende evidente che il male compiuto dai rapitori ha ormai superato ogni possibilità di controllo e sta distruggendo anche loro.

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La redazione di Recitazione Cinematografica, coordinata da Alfonso Bergamo, regista e formatore: monologhi, dialoghi, film e serie analizzati con lo sguardo di chi lavora sul set e nei casting.
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