Finale Peaky Blinders 6 spiegato: la distruzione di Tommy Shelby e il ponte verso The Immortal Man

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~ A. Dandinferi

Come finisce la sesta stagione di Peaky Blinders e cosa aspettarsi da "The immortal Man"

Il finale della sesta stagione di Peaky Blinders non è stato una chiusura, non è un segreto.


È stato un atto di trasformazione, la preparazione ad un ponte necessario. Un momento di sospensione esistenziale che ridefinisce definitivamente Tommy Shelby e prepara il terreno al film in uscita il 20 marzo: The Immortal Man.

Per chi studia recitazione, costruzione del personaggio e scrittura seriale, questo finale è un caso di studio. Per uno spettatore è un’inspiegabile poesia che alimenta l’ossessione per uno dei personaggi più iconici della storia della serialità.
Non punta sull’azione, ma sull’intima verità. Non cerca il colpo di scena spettacolare, ma la demolizione psicologica all’apice di una lenta disgregazione. 

Ed è proprio qui che diventa potentissimo.

Il finale di Peaky Blinders 6: la distruzione del mito e la disgregazione dell’uomo

Per sei stagioni, Tommy è un uomo in controllo: stratega, manipolatore, freddo calcolatore. La misura del controllo sta nella gestione delle sue pulsioni più profonde, dai traumi ai dolori sperimentati, dalle defiance dell’abbandono a sentimenti profondi.

Nel finale della sesta stagione, invece, è un uomo spoglio. Malato. Vulnerabile. Convinto di avere poco tempo da vivere.

La diagnosi di tubercoloma -  rivelatasi poi falsa - è l’espediente narrativo che permette alla serie di fare qualcosa di radicale: mostrare Tommy senza potere. Senza alcun elemento al quale appigliarsi per esercitare il vero controllo delle sue intenzioni: non un controllo politico, economico, di potere. Ma un controllo personale, quello che regola il crollo di una crisi interiore che sembra voler scoppiare dal primo episodio della prima stagione, ma senza successo.

L’interpretazione di Cillian Murphy lavora per sottrazione, sempre. Ma gli sguardi di questa stagione sono sempre più vuoti, le pause sempre più lunghe, la postura sempre più curva. La voce non è più tagliente, ma stanca. Roca. È un lavoro di micro-espressioni e controllo muscolare. Murphy non interpreta la tensione, la paura ben gestita: interpreta la rassegnazione. 

Quando scopre che la malattia è stata una menzogna, l’ennesimo colpo di un nemico, il cambiamento non è esplosivo. È silenzioso. La rassegnazione lascia il posto all’accettazione attiva, i segnali degli eterei presagi zingari assumono finalmente un significato.


Tommy non torna quello di prima. Perché la consapevolezza della morte lo ha già trasformato. Tommy non uccide, risparmia. E si prepara ad una lotta molto più pericolosa: quella contro se stesso. 

L’assenza di Polly e il vuoto emotivo della stagione

La scomparsa di Helen McCrory ha inciso profondamente sulla stagione. Polly Gray era il contrappeso morale di Tommy: istintiva, spirituale, intuitiva. Dalla parte giusta, ma giustamente ambigua, inserita in un meccanismo difficile da sradicare. 

Senza Polly, la serie perde il suo asse emotivo femminile e diventa più rarefatta. Non solo il dolore, ma l’assenza di figure che contribuivano spesso ad instillare il dubbio nelle numerose riunioni di famiglia. Anche i dialoghi cambiano tono, sono meno conflittuali sul piano emotivo e più strategici.

È come se l’intero universo dei Peaky Blinders fosse entrato in una fase terminale. Non siamo più nel piccolo mondo ancestrale in cui ci si ritaglia la più grande fetta di potere: siamo nel grande mondo degli eventi internazionali in cui si rappresenta una piccola fetta di potere. La chiamata all’azione non è altro che una conseguenza del punto di arrivo.

Dal punto di vista drammaturgico, l’assenza di Polly amplifica il senso di isolamento di Tommy. Tommy non ha più la sua ancora, la sua bussola. E il pubblico lo percepisce.

Politica, ideologia e autodeterminazione: un epilogo storico

La sesta stagione lascia il posto al dramma storico. L’ombra del fascismo europeo e le tensioni pre-belliche diventano centrali, per cui le pedine del potere non sono più mosse per raggiungere un obiettivo, ma per schivarlo.

Steven Knight ha raccontato l’ascesa di un uomo per mostrare come si approda ad un’epoca oscura in cui poi - inevitabilmente - si ha la possibilità di condizionare gli eventi.

Il finale, quindi, non chiude una guerra tra famiglie, come siamo stati abituati a vedere. Apre una guerra ideologica e politica tra forze mondiali. E questo è un indizio fondamentale in vista del film: la dimensione, che già dalla morte di importanti esponenti andava disgregandosi, diventa sempre meno familiare per diventare globale.

I conflitti diventano etici e i rimorsi di Tommy un’occasione di riscatto ed espiazione.

La scena finale: bruciare il passato per sopravvivere ad un presente incerto

L’ultima sequenza è visivamente familiare, ma simbolicamente devastante. La roulotte in fiamme. Tommy che si allontana a cavallo. Nessuna famiglia. Nessun esercito. Nessuna sigaretta accesa in trionfo. Nessun contorno a cui il famoso rito zingaro ci aveva abituati nelle precedenti stagioni. Non c’è nulla da celebrare, nel bene e nel male.

 

Sta bruciando un’epoca fatta di successi che hanno sterminato le identità. 

Tommy non è più un leader carismatico dei bassifondi. È un uomo che nella morte ha scoperto di essere stato manipolato. Prima dal potere personale e poi da quello del mondo in cui vive. Capisce una verità fondamentale: il potere non protegge. Non ha protetto la sua famiglia e non può proteggere lui dalla malattia. L’intelligenza non basta.

Il mito è distrutto. 

Cosa aspettarsi da The Immortal Man?

Il finale della sesta stagione è chiaro: Tommy Shelby è ancora vivo, ma non è più lo stesso.

Come apprendiamo dai recenti spezzoni promozionali, nella sparizione di Tommy suo figlio è cresciuto ed è diventato un leader estremamente opposto al padre. Un pò come nelle migliori famiglie mafiose: sempre meno codici, sempre meno valori, sempre meno raziocinio.

Tommy rientra a Birmingham per sistemare la grande minaccia politica e l’espediente è proprio suo figlio. Un altro uomo con occhi di ghiaccio il cui mare è sempre decisamente più agitato che malinconico. 

Cosa potremmo vedere? Per cosa potrebbe essere necessario questo film? 

Redenzione morale? Un tentativo di chiudere i conti con il proprio passato e accettare che quanto Tommy ha seminato abbia dato poi dei frutti di veleno?
Una trasformazione politica, l’ingresso nel conflitto e il ritorno dell’uomo strategico che applica le proprie capacità per sradicare una minaccia devastante? Magari, perchè no, vendicandosi dei propri ultimi e letali nemici?

O una caduta definitiva, l’ultimo respiro esalato solo per trattenere il figlio dal commettere i propri errori in maniera ancor più rovinosa?

Non lo sappiamo, ma una cosa è certa. La serie ha raccontato l’ambizione e la vita di un uomo con un intelletto fragilmente spietato; il film apre le porte del mondo nuovo ripiegato sulle sue stesse rovine: il prezzo da pagare. Che no, non si è limitato alla perdita dell’amore e della famiglia. Ma a qualcosa di molto più grande. 

Thomas Shelby, l’uomo immortale. L’uomo che è sopravvissuto a TUTTO. 

E adesso, dunque, la domanda finale a cui tutti cercheremo di rispondere con l’attesissimo film è: riuscirà Tommy a sopravvivere all’unico vero nemico che si è rivelato essergli fatale, se stesso?

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