Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il settimo episodio di I peccati di Kujo, seconda parte di Rifiuto della società, porta a compimento l’arco di Shizuku e sposta il discorso della serie su un terreno ancora più doloroso: cosa succede quando una persona, dopo essere stata manipolata, abusata e lasciata sola, smette di vedere per sé qualunque futuro possibile. La trama intreccia il caso giudiziario con il confronto tra Kujo e Kameoka, mentre Karasuma continua a interrogarsi sul senso del proprio lavoro. Il finale è tra i più forti della serie, perché unisce condanna, possibilità di rinascita e una nuova, inquietante prova del fatto che il mondo di Kujo continua a muoversi anche fuori dalla legge.

L’episodio riprende da Shizuku, ormai sprofondata in una condizione di fragilità estrema. La ragazza si trova in stanza con Mu-chan, un’altra vittima di Shuto, un’altra ragazza passata dentro lo stesso meccanismo di sfruttamento emotivo e sessuale. È un ambiente chiuso, consumato dalla dipendenza affettiva e dalla marginalità, in cui ogni presenza sembra reggere l’altra solo in apparenza. Quando Mu-chan se ne va di casa, Shizuku crolla ancora di più. L’ansia la travolge, si abbuffa compulsivamente e poi vomita, in una spirale che traduce sul corpo tutto il suo squilibrio interiore. La serie mostra così non solo la sofferenza psicologica della ragazza, ma il modo in cui questa si è ormai radicata anche nei gesti più quotidiani.
Pur di uscire da quella condizione, o almeno di avere di nuovo una direzione, Shizuku si dice persino pronta a tornare a girare video pornografici. Non lo fa per desiderio, ma per disperazione, come se quel mondo fosse ormai l’unico spazio in cui pensa di poter ancora esistere. Ma anche lì viene respinta brutalmente. Il regista con cui lavorava la rifiuta con crudeltà, quasi come un oggetto non più utile. È in questo momento di scarto totale che incontra di nuovo Kujo, che le lascia il suo numero di telefono. Il gesto è minimo, ma nella logica della serie significa molto: Kujo non le promette una soluzione, non la salva sul momento, però le apre una porta. Le offre una possibilità di contatto, una via d’uscita potenziale, anche se ancora invisibile.
In parallelo, Karasuma vive una linea narrativa più intima e simbolica. Va a pranzo dalla madre e, per la prima volta dopo molto tempo, trova le tende aperte. È un dettaglio semplice ma potente: la donna sta finalmente guardando oltre il lutto che l’aveva paralizzata per anni. La madre gli fa domande sul lavoro, ma anche sulla nomea di Kujo, e tocca un nervo scoperto. Karasuma è sempre più confuso. Non riesce più a orientarsi con chiarezza tra giusto e sbagliato, tra ciò che salva davvero e ciò che invece compromette. Davanti a sé ha ancora il libro di giurisprudenza che il padre gli regalò da piccolo, simbolo di un’idea pura e originaria della legge, che però ora si scontra con la realtà ambigua che vive ogni giorno accanto a Kujo.
La trama poi torna su Shizuku e arriva al suo punto di rottura. La ragazza vede Shuto mano nella mano con Mu-chan e scopre che i due stanno insieme. È il crollo definitivo di tutte le illusioni. Shuto, che per lei era stato rifugio, complicità e amore, si rivela fino in fondo per ciò che è sempre stato: un manipolatore seriale che usa donne fragili e poi passa oltre. In quel momento Shizuku lo uccide. Subito dopo chiama Kujo chiedendogli di difenderla. La scelta è coerente con tutto l’arco narrativo costruito fin qui: se c’è una persona che può guardarla senza giudicarla apertamente e provare almeno a ridurre il danno, è proprio lui.
Kujo imposta la difesa con il suo obiettivo abituale: ottenere la pena più bassa possibile. Kameoka, però, chiede di poter vedere Shizuku. Le due si erano già incontrate in precedenza, quando si trattava di affrontare la questione dei video e delle denunce, e l’avvocata non riesce a capire come la ragazza sia potuta arrivare fino all’omicidio, considerando che in teoria avrebbe già potuto iniziare a recuperare la propria vita. Ma è proprio qui che l’episodio mette in crisi ogni visione lineare del riscatto. Per Shizuku, Kameoka parla da una posizione irraggiungibile. È una donna brillante, colta, affermata, con una carriera solida. Una donna che può permettersi di parlare di alternative perché le ha sempre percepite come possibili. Shizuku, invece, non si è mai sentita abbastanza intelligente per immaginarsi una svolta del genere. Non riesce neppure a pensare a una vita diversa, perché è devastata dalla solitudine e da una percezione di sé ormai completamente deformata.
Per questo sceglie di essere difesa da Kujo. Non perché lo consideri più buono o più giusto, ma perché con lui sente di non dover dimostrare di meritare salvezza. Kameoka resta ferita da quella scelta e, più tardi, durante una cena con Kujo, glielo dice apertamente. Non capisce come persone come Shizuku continuino a preferire lui a lei. La risposta di Kujo è secca e molto rivelatrice: lui sa ascoltare, lei no. Secondo Kujo, Kameoka è troppo rigida, troppo ancorata alle proprie convinzioni, troppo desiderosa di incasellare i casi dentro il proprio schema morale. È una scena importante, perché la serie non scredita Kameoka, ma mostra il limite di un approccio che rischia di parlare delle vittime senza davvero entrare nel loro linguaggio interiore.
A quel punto Kameoka si apre a sua volta e racconta il motivo per cui è così coinvolta nei casi di crimini sessuali. Ha una sorella gemella identica a lei che, fin da piccola, viveva un’esistenza caotica, passando da un letto all’altro. A sedici anni rimase incinta e abortì. Gli uomini che la scambiavano per Kameoka trattavano anche lei in modo abominevole, come se la vicinanza tra le due contaminasse la sua stessa identità. È a partire da questo dolore che Kameoka ha deciso di diventare avvocata. Voleva aiutare la sorella, salvarla, strapparla a un destino che sembrava già scritto. Ma anche da adulta la gemella ha continuato a vivere nello stesso modo, prigioniera dell’idea di non poter aspirare a nulla di diverso. In controluce, è evidente il parallelo con Shizuku. Kameoka lotta da sempre contro quel tipo di condanna esistenziale, ma forse proprio per questo fatica ad ascoltare fino in fondo chi ci è ancora dentro.
Sul piano giudiziario, Kujo riesce a ottenere per Shizuku una pena di soli tre anni di prigione. È un risultato enorme, se si considera la gravità del reato, e ancora una volta conferma la capacità dell’avvocato di leggere il sistema e portarlo verso l’esito più favorevole possibile. Ma il momento più importante arriva dopo, quando Kujo va a trovarla. Shizuku è grata, ma anche terrorizzata all’idea del dopo. Non sa cosa farà una volta uscita, non riesce a immaginarsi nel mondo. Kujo allora le dice di imparare a vivere un giorno alla volta, e che se amerà la vita, tutti i giorni potranno essere belli a prescindere dal luogo in cui si troverà. Non è una frase consolatoria nel senso comune. È quasi una disciplina minima del sopravvivere, l’idea che il futuro non si risolva tutto insieme, ma possa essere affrontato per piccole unità di tempo.
Poi le lascia dei libri. Tra questi c’è Il piccolo principe, uno dei volumi che darebbe a sua figlia quando sarà grande, e un altro libro ancora più simbolico: quello di giurisprudenza che Karasuma aveva ricevuto da bambino dal padre. È un gesto bellissimo e molto denso. Quel libro, che per Karasuma rappresenta la radice ideale della giustizia, passa ora a Shizuku, come se la legge potesse diventare non più solo un tribunale o una condanna, ma anche una possibilità di pensarsi diversamente. Kujo accompagna il dono con una promessa concreta: se dopo i tre anni non saprà cosa fare della propria vita, lui la aspetterà nel suo ufficio per offrirle un lavoro. È probabilmente uno dei momenti più umani del personaggio in tutta la serie.
Ma l’episodio non chiude su questa nota sospesa di speranza. Subito dopo, infatti, la narrazione torna nella zona oscura del mondo di Kujo. Nubi fa rapire il patrigno di Shizuku e lo tortura con un teaser sui genitali. È una scena violentissima, che rimette in gioco tutto il problema morale della serie. Da una parte c’è Kujo che prova a restituire un futuro a Shizuku; dall’altra c’è la rete di persone che gli gravita attorno e che pratica una giustizia sommersa, brutale, vendicativa. La salvezza e la punizione, la cura e la violenza, continuano a convivere nello stesso ecosistema.

Il finale chiarisce ancora meglio la differenza tra Kujo e Kameoka. Lei vuole salvare attraverso il principio, lui attraverso l’ascolto e la gestione concreta del danno. Nessuno dei due è del tutto sufficiente da solo. Ma in questo episodio è Kujo a raggiungere Shizuku davvero, perché riesce a parlare non alla cittadina astratta, né alla vittima esemplare, ma alla ragazza che pensa di non valere niente. E proprio da lì, da quel punto minimo, nasce la possibilità di un futuro.

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