Recensione: \"Napoli - New York\", di Gabriele Salvatores

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Recensione a cura di...

~ MASSIMILIANO AITA

(SE IO FOSSI UN GIORNALISTA)

Se io fossi un giornalista chiederei a Salvatores se abbia mai indagato le ragioni per le quali Fellini decise di non trasporre il soggetto di Napoli New York in una sceneggiatura.

Se io fossi un giornalista chiederei a Salvatores a che età abbia letto “Cuore” di De Amicis ed in particolare il racconto dagli Appennini alle Ande.

Se io fossi un giornalista chiederei a Salvatores quale suo bisogno interiore abbia inteso soddisfare con questo film.

Se io fossi un giornalista chiederei a Salvatores se l’impiego di due bambini come protagonisti poteva essere evitato o se era coessenziale al dipanarsi della narrativa.

Purtroppo io non sono un giornalista e comunque dubito mi sarebbe stato permesso di porre tutte queste domande.

Tuttavia, le risposte del regista mi avrebbero forse aiutato a comprendere il senso di un’operazione che sin dalla prima scena rende palese la sua patinata finalità commerciale.

Pausa veloce: l’analisi continua subito dopo.

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Buio, rumore di qualcosa che crolla; appare sul video, il cui colore ricorda quello delle vecchie foto ingiallite, un signore che se la prende con i poveracci che, pur conoscendo i rischi, abitavano nel palazzo ormai divenuto macerie.

Dopo qualche secondo stacco su una bambina che affiora dalle macerie; zoom lento sugli occhi, splendidi, della bambina.

Ovvio che ti emozioni.

Ovvio che vorresti prendere quella piccolina e stringerla al petto per rassicurarla.

Purtroppo, l’interpretazione dei due bambini è l’unico elemento positivo del film: convincenti, spontanei, mai eccessivi.

Due rivelazioni.

Ho sbagliato però.

C’è un altro elemento positivo: la fotografia.

No, non quella di New York.

Quella di Napoli.

Una Napoli crepuscolare che fatica ad uscire dall’economia di guerra e ad adattarsi alla nuova situazione in cui gli americani sono partiti.

Una Napoli in cui la fotografia di un tramonto diviene poi quella della notte buia nella quale i due ragazzini “abbordano” il Transatlantico Viktory.

Da qui in poi è il trionfo degli stereotipi e dei luoghi comuni: gli italiani che puzzano; gli italiani che non possono far ingresso nei locali Wasp; gli italiani che cercano sempre e comunque di fregare il prossimo.

Gli italiani che, quando uno di loro finisce nei guai, fanno fronte (lo so, sto citando) e combattono i nemici esterni.

Tutto anche vero per carità.

Solo che non serviva un film.

Bastava appunto leggere Dagli Appennini alle Ande o il libro di Gianantonio Stella.

O vedere Mamma Lucia con Sophia Loren.

Tutto già scritto, tutto già detto, tutto già raccontato.

In questo caso però la banalità del male (si, si, non è un caso che richiami Hanna perché è male questa prassi del cinema attuale) viene resa ancor più insopportabile da alcuni clamorosi errori.

Il primo (giuro che mi stavo alzando) è inserire nella colonna sonora (siamo nel 1949) la versione che Bruce Springsteen fece nel 2006 di un pezzo molto molto risalente (Pay my money down).

Ora io dico, è sufficiente una breve lettura delle origini del brano per comprendere che è un canto popolare degli afroamericani poi “sistemizzato” da Linda Parrish.

Cosa c’entra con Little Italy?

Soprattutto cosa c’entra Trieste con New York?

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Eh si, perché surprise surprise, nonostante gli stanziamenti milionari, le scene ambientate a New York sono state girate a Trieste.

E nemmeno la vera Trieste ma una Trieste ricreata con l’intelligenza artificiale.

Va bene d’accordo, direte voi.

Trama banale, errori storici, interpreti bravi ma… Favino? Favino è bravo?

Pierfrancesco Favino, già. Colui che “i grandi personaggi italiani devono interpretarli gli italiani” (ossia lui); colui che ha reso Benedetto Craxi detto “Bettino” una macchietta; l’indimenticabile protagonista de l’Ultima Notte d’Amore in cui riesce ad avere la credibilità che potrei avere io interpretando

Hannibal Lecter.

Come recita Favino?

E come volete che reciti?

Gigioneggia.

Tutto faccine, ammiccamenti, sorrisini.

Zero profondità psicologica, zero resa drammatica salvo che in una scena in

cui il pianto è talmente finto da far piangere chi guarda lo schermo.

Un guitto.

Ok, ok.

Un guitto di talento.

Ed indubbiamente di talento è la regia di Salvatores.

Riuscire a valorizzare due giovani attori quali protagonisti di un film non mi sembra poco.

Certo, la macchina da presa è tutta primi e primissimi piani, con alcuni campi medi nelle scene di massa ma francamente a me questo tipo di riprese lineari, senza fronzoli volte ad esaltare il narrato piace.

Ho sbagliato: piacerebbe.

Perché qui manca proprio il narrato.

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