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La Redazione di RC
Santita, spiegazione del finale: il finale della serie chiude il percorso della protagonista nel modo più duro possibile, portando a compimento tutti i conflitti costruiti episodio dopo episodio. La morte di Alejandro, l’arresto di Santita, il crollo dei rapporti familiari e la perdita di ogni appiglio trasformano l’ultima puntata in una resa dei conti totale. Per capire davvero come finisce Santita, però, non basta fermarsi all’evento più scioccante. Bisogna guardare a come la serie chiude i suoi grandi temi: il rapporto tra cura e colpa, il corpo e il desiderio, la famiglia come luogo dell’ipocrisia, l’amore come ferita mai rimarginata e il caos come identità profonda della protagonista.
Attenzione: spoiler

Il finale della serie coincide con la morte di Alejandro e con l’arresto di Santita. Dopo aver provato a resistere per diversi episodi alla richiesta dell’uomo, Santita decide infine di aiutarlo a morire. Alejandro è malato, sempre più debilitato, e non vuole arrivare alla fine consumato dal dolore e dalla perdita di dignità. Santita procura il farmaco necessario, il pentobarbital, e va da lui per accompagnarlo in quel momento.
Quando però arriva il punto decisivo, non riesce a somministrargli il medicinale con le proprie mani. È Alejandro a versarlo nel bicchiere e a berlo da solo, dopo averla ringraziata. Muore poco dopo, davanti a Santita e Cecilia. Da quel momento in poi tutto precipita: Cecilia capisce, l’ospedale viene coinvolto, Santita fugge, si ubriaca, tenta quasi di lasciarsi andare sul molo, viene respinta anche da Alma e infine viene arrestata dalla polizia davanti a suo padre, che assiste impotente alla scena.
Questo è il dato narrativo essenziale: la stagione finisce con Santita trascinata via, privata di Alejandro, della sua professione, della sua famiglia e perfino del controllo sul proprio corpo, mentre il padre resta a guardare in lacrime. È una chiusura tragica, senza sollievo.
La richiesta di Alejandro non arriva all’improvviso. La serie la prepara per più episodi, legandola a due elementi fondamentali: la malattia e il passato con Santita.
Da una parte Alejandro sa che il carcinoma lo porterà verso una fine lenta, degradante, sempre meno controllabile. Non vuole morire in quel modo. Vuole scegliere il momento e il modo, mantenere almeno l’ultima decisione sulla propria vita. Da questo punto di vista, la sua richiesta è una domanda di dignità.
Dall’altra parte, però, Alejandro non fa questa richiesta a un medico qualsiasi. La fa proprio a Santita. Ed è qui che il finale diventa molto più doloroso. Lui le chiede di accompagnarlo perché è la persona che ha amato davvero, quella che continua a rappresentare il centro emotivo della sua vita, anche dopo vent’anni. Non cerca solo competenza. Cerca intimità, fiducia assoluta, una forma estrema di riconciliazione.
In pratica, Alejandro vuole che l’ultima persona a stargli accanto sia anche quella che più ha contato nella sua esistenza. La richiesta di eutanasia, quindi, non è solo medica. È affettiva, simbolica, quasi matrimoniale nel senso più tragico del termine: se non hanno potuto condividere una vita, lui le chiede almeno di condividere la sua fine.
Questo è il punto centrale del finale. Santita per tutta la serie rifiuta di aiutare Alejandro a morire perché quel gesto contraddice tutto ciò che lei pensa di essere. È una dottoressa, una donna che cura, soccorre, fa nascere, interviene per salvare. Anche quando sbaglia, anche quando si sporca moralmente con aborti clandestini e menzogne, continua a percepirsi come qualcuno che porta vita nel mondo.
Per questo, quando Alejandro glielo chiede a San Felipe, lei risponde che porta la vita, non il contrario. È un confine identitario prima ancora che etico.
Alla fine però accetta perché tutte le sue difese sono ormai crollate. Ha già perso Alejandro sul piano sentimentale, ha già perso la propria posizione morale, ha già visto sgretolarsi la famiglia, ha già smesso di credere di poter rimettere ordine nel caos. Quando arriva all’ultima puntata, Santita non è più nella posizione di chi può salvare qualcuno. È nella posizione di chi può solo decidere se abbandonarlo o restargli accanto.
E infatti il suo “sì” non è il gesto lucido di una donna finalmente convinta. È il gesto disperato di una persona che ama e non sa più in che altro modo amare. Non riesce a guarirlo, non riesce a trattenerlo, non riesce a immaginare un futuro. Può solo stargli accanto mentre lui sceglie di morire.
No, non in senso diretto. Ed è una distinzione importante.
Santita procura il farmaco e rende possibile la morte di Alejandro, quindi la sua responsabilità è enorme. Ma non è lei a somministrarglielo. Nel momento finale si blocca. Non riesce a compiere fisicamente l’atto. È Alejandro a prendere la fiala, a versarla nel bicchiere e a bere.
La serie insiste su questo passaggio perché vuole mantenere Santita in una zona moralmente lacerante ma non del tutto univoca. Non è innocente, perché ha scelto di aiutarlo. Ma non è nemmeno la figura fredda che esegue la morte. È una donna che arriva fino al limite e poi si ferma, lasciando che sia lui a compiere l’ultimo passo.
Questa ambiguità è fondamentale. Santita non riesce né a salvare né a uccidere. Resta intrappolata in mezzo, che è esattamente il luogo in cui la serie l’ha sempre raccontata: tra etica e cedimento, tra cura e distruzione, tra amore e colpa.
Uno dei nodi tematici più forti della serie riguarda il corpo di Santita, la disabilità, il desiderio e la ricerca di un piacere che dopo l’incidente sembra diventato impossibile. Per tutta la stagione Santita parla dell’orgasmo come di una soglia perduta, quasi come la prova definitiva che una parte di sé sia morta con il suo corpo di prima.
Quando finalmente raggiunge l’orgasmo con Alejandro, non si tratta solo di sesso. È il momento in cui il corpo e l’emozione tornano a coincidere. Con altri uomini, con Mauricio, con rapporti più leggeri o difensivi, questa fusione non avviene mai. Con Alejandro sì, perché lui non rappresenta solo il desiderio presente. Rappresenta anche la Santita di prima dell’incidente, la parte di sé che credeva irrecuperabile.
Quel momento è quindi una riconnessione. Ma è anche profondamente tragico, perché arriva quando ormai Alejandro sta per morire. La serie sembra dirci che Santita riesce a ritrovare una parte di sé solo nel momento stesso in cui sta per perderla di nuovo. Il piacere, in questo senso, non è liberazione piena. È una verità troppo tardiva.
Il rapporto tra Santita e Alejandro è il cuore assoluto della serie. Non è solo una storia d’amore interrotta. È il luogo in cui si concentrano tutti i temi principali.
Alejandro è il passato che ritorna, ma è anche la misura di ciò che Santita ha perduto: la versione più giovane di sé, la possibilità di un futuro lineare, il matrimonio mai celebrato, la vita prima del trauma. Allo stesso tempo, però, è anche l’unica persona davanti a cui lei può smettere del tutto di recitare.
Il loro rapporto funziona così bene sul piano drammatico perché non è idealizzato. Non è il “grande amore perfetto” che avrebbe sistemato tutto. È un amore ferito, sporco, pieno di omissioni e rabbia. Santita lo ha lasciato all’altare. Lui porta addosso quell’abbandono per vent’anni. Lei lo tradisce prima del matrimonio e poi si schianta con l’auto in fuga dalla colpa. Lui torna da lei quando ormai sta morendo. Niente, tra loro, è pulito o semplice.
Eppure è proprio questa imperfezione a renderlo il centro della serie. Alejandro non è l’uomo che salva Santita. È l’uomo che la costringe a guardarsi davvero. E Santita non è la donna che lo redime. È quella che lo accompagna fino al limite estremo della sua scelta. Il loro legame non risolve il caos. Lo illumina.
La famiglia di Santita si chiude come una struttura fondata sull’ipocrisia. Per tutta la serie la protagonista viene trattata come la scheggia impazzita, quella ingestibile, quella problematica, quella che porta vergogna e disordine. Ma andando avanti emerge sempre più chiaramente che il caos non appartiene solo a lei.
I fratelli coprono una morte sul lavoro. Le cognate tacciono segreti scomodi. Le dinamiche familiari sono piene di ricatti, silenzi, relazioni tossiche e convenienze economiche. Il matrimonio del sesto episodio e la lite del settimo servono proprio a questo: a far saltare la facciata.
Quando Santita rivela la storia tra Lia e il padre di Matse e poi regala la sua quota di terreno per chiudere i rapporti, compie un gesto autodistruttivo ma anche rivelatore. Sta dicendo alla famiglia: avete sempre trattato me come il problema, ma il marcio era ovunque.
Il paradosso è che Santita ha ragione, ma la dice nel modo peggiore possibile. E questo è coerente con il personaggio. Lei vede la verità, ma non sa quasi mai maneggiarla senza distruggere tutto. La famiglia quindi non si ricompone. Si smaschera. E basta.
Nel finale questi tre personaggi funzionano quasi come specchi di ciò che Santita non riesce più a tenere insieme.
Alma rappresenta il limite professionale e morale. È la collega che ha sopportato tutto, che ha cercato di tenere in piedi l’ospedale, che ha arginato le derive di Santita. Quando la caccia di casa dopo la morte di Alejandro, il gesto ha un valore fortissimo: anche l’ultimo legame con il lavoro e con una forma di comunità si spezza.
Mauricio rappresenta invece l’alternativa fallita. Era la possibilità di una relazione normale, più sana, meno tragica. Ma la serie lo svuota progressivamente di quella funzione, fino a mostrarlo coinvolto con Cecilia. Questo dettaglio non serve solo a scandalizzare. Serve a dirci che la normalità che Santita cercava in lui era in parte un’illusione.
Cecilia, infine, è forse il personaggio più ambiguo dopo Santita. È vittima e manipolatrice, moglie ferita e donna capace di orchestrare situazioni tossiche, malata e lucidissima. Nel finale la sua presenza davanti alla morte di Alejandro è importantissima perché chiude il triangolo sentimentale senza pacificazione. Cecilia non viene davvero risolta. Resta lì come figura dolente e rancorosa, e proprio per questo umanissima.
Perché la serie non vuole salvare Santita con una redenzione facile. Tutto il racconto porta verso l’idea che alcune ferite, se non affrontate per tempo, non si chiudono: si incancreniscono, contaminano il presente e finiscono per travolgere tutto.
Il finale tragico non serve solo a scioccare. Serve a dare coerenza al percorso della protagonista. Santita è una donna che ha sempre vissuto sul bordo: tra gioco e lavoro, tra altruismo e manipolazione, tra sesso e difesa, tra generosità e caos. Non poteva arrivare alla fine con una soluzione ordinata.
La morte di Alejandro e l’arresto di Santita sono quindi l’esito più duro ma anche più coerente: il passato torna, lei prova finalmente a guardarlo, ma quando lo fa è troppo tardi per salvarsi. Può solo attraversarlo fino in fondo.

Per come si chiude la storia, Santita funziona molto bene come miniserie compiuta.
Il nodo centrale si chiude: Alejandro muore, la protagonista viene arrestata, la famiglia si rompe, il grande conflitto sentimentale arriva al suo punto finale. Dal punto di vista emotivo e tematico, la stagione ha una conclusione molto netta.
Detto questo, uno spazio per continuare teoricamente esiste. Una seconda stagione potrebbe raccontare le conseguenze giudiziarie della morte di Alejandro, il rapporto tra Santita e il padre dopo l’arresto, la ricostruzione o la distruzione definitiva della sua identità professionale, e il modo in cui i personaggi rimasti affrontano l’eredità di ciò che è successo. Ma sarebbe un’altra storia, meno centrata sull’amore tragico e più sulle conseguenze.
Per questo la sensazione è che la serie sia pensata soprattutto per chiudersi qui. Il finale non lascia tanto un gancio narrativo quanto una ferita aperta nello spettatore.
Il finale di Santita dice che non sempre amare qualcuno significa salvarlo. A volte significa accompagnarlo fino a un punto in cui non esiste una scelta pulita, una risposta giusta, una salvezza senza colpa.
Santita passa tutta la serie a cercare di capire se sia ancora una donna capace di dare vita, di desiderare, di amare, di essere amata. La risposta arriva nel modo più crudele possibile: sì, lo è ancora, ma questa verità non la protegge dal dolore. Anzi, la espone completamente.
Alejandro, in questo senso, non è solo l’uomo che muore. È la prova finale che il caos di Santita non nasce dalla cattiveria o dall’irresponsabilità pura. Nasce dal fatto che sente troppo, trattiene troppo, fugge troppo tardi e capisce tutto solo quando non può più tornare indietro.
Il suo arresto finale non è solo una punizione legale. È la traduzione concreta di una verità più profonda: non si può attraversare una tragedia del genere senza pagarne il prezzo.
Il finale di Santita chiude la serie con una tragedia piena, senza consolazioni. Alejandro sceglie di morire, Santita sceglie di non abbandonarlo e finisce per perdere tutto: l’amore, il lavoro, la famiglia, la libertà. Ma proprio in questa caduta la serie trova il suo senso più forte. Santita non racconta la redenzione di una donna difficile. Racconta il modo in cui una persona spezzata prova comunque ad amare, a curare e a restare presente, anche quando ogni scelta possibile fa male. Ed è per questo che il finale resta addosso.

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