Scopri i Corsi Ufficiali Online di Recitazione Cinematografica: I NOSTRI CORSI
Vuoi realizzare uno Showreel Professionale o un Book, scopri i nostri: SERVIZI
Articolo a cura di...
~ A. Dandinferi
Diciamocelo: quando hanno annunciato che Kevin Williamson sarebbe tornato a dirigere uno Scream, trent'anni dopo aver creato il franchise dal nulla, un brivido è corso lungo la schiena di chiunque sia cresciuto con quella maschera bianca negli incubi. E quando hanno aggiunto che Matthew Lillard sarebbe tornato come Stu Macher — sì, quello che dovrebbe essere morto nel 1996 con una televisione in testa — beh, a quel punto era chiaro che questo settimo capitolo voleva giocare pesante con la nostalgia.
Il risultato? Un film che divide. Brutalmente. C'è chi lo considera un ritorno alle origini, chi un'operazione di fan service sfrenato, chi una delusione cocente. La verità, come sempre, sta da qualche parte nel mezzo. Ma una cosa è certa: Scream 7 ha delle cose da dire, anche se non sempre riesce a dirle bene.
E poi c'è il dettaglio che nessuno può ignorare: Kevin Williamson torna dietro la macchina da presa dopo 27 anni (l'ultima volta fu con l'ingiustamente dimenticato "Killing Mrs. Tingle") e lo fa con la sua creatura, quella che ha inventato quando aveva trent'anni, ora ne ha quasi sessanta. E si vede. Si vede nella scena in cui il fidanzato di Tatum entra dalla finestra della sua camera, identica a quella di Dawson's Creek con Dawson e Joey. Si vede nel modo in cui scrive i dialoghi tra adolescenti. A poche settimane dalla scomparsa di James Van Der Beek, rivedere un'opera di Williamson crea un certo effetto. Come sfogliare un album di famiglia e trovare foto di persone che non ci sono più.
Ma parliamo del film. E di quel finale che sta facendo discutere mezzo internet.
Attenzione: spoiler

Il film si apre con una delle sequenze più meta della saga. Siamo a Woodsboro, nella casa di Stu Macher — sì, quella del massacro originale — che è stata trasformata in un B&B a tema horror chiamato "Macher House Experience". Una coppia di fidanzati, Scott e Madison, affitta la casa per una notte romantica tra le ricostruzioni delle scene degli omicidi e un robot di Ghostface con sensori di movimento.
Ovviamente finisce malissimo.
L'assassino li uccide entrambi e dà fuoco alla casa, in quella che è chiaramente una dichiarazione d'intenti: il passato deve bruciare, ma solo dopo averlo sfruttato fino all'ultimo. È una critica al dark tourism, ai true crime podcast, all'ossessione contemporanea per i serial killer trasformati in attrazioni turistiche. Williamson lo sa, e ci gioca.
Sidney Prescott è tornata. E questa volta non è un cameo.
Dopo aver saltato Scream VI per una disputa contrattuale (Neve Campbell voleva essere pagata quanto meritava, e ha fatto bene), Sidney è ora al centro della storia. Vive a Pine Grove, una cittadina tranquilla dell'Indiana, con il marito Mark Evans (Joel McHale), capo della polizia locale, e tre figlie. Le due gemelle più piccole le abbiamo intraviste in Scream 5, ma qui spariscono dai nonni dopo i primi venti minuti e non le vediamo più. Quella che conta è Tatum, diciassette anni, la stessa età che aveva Sidney quando tutto è cominciato.
Il rapporto tra Sidney e Tatum è il vero cuore del film. Sidney è diventata una madre iperprotettiva, terrorizzata dall'idea che la figlia possa vivere quello che ha vissuto lei. Non le parla del passato, non le spiega perché ha certi comportamenti, non le permette di vedere il fidanzato. E Tatum, ovviamente, si ribella.
Questa dinamica madre-figlia è probabilmente la cosa migliore di Scream 7. Williamson, per un attimo, sembra fondere le sue due creature — Scream e Dawson's Creek — in qualcosa di nuovo. Le scene emotive tra Campbell e Isabel May (che interpreta Tatum) funzionano davvero. Peccato che il resto del film non sia sempre all'altezza.
No. E sì. Ma soprattutto no.
Ok, spieghiamola meglio. Per gran parte del film, Sidney riceve videochiamate da qualcuno che sembra essere Stu Macher, completo di cicatrici dalla televisione che gli è caduta in testa nel 1996. Matthew Lillard è tornato, ed è esattamente folle e inquietante come ve lo ricordavate. I fan della teoria "Stu è sopravvissuto" hanno passato anni a speculare, e il film gioca con questa aspettativa in modo abbastanza furbo.
C'è persino una scena in cui Sidney e Gale vanno in un ospedale psichiatrico e scoprono che un certo "John Doe", arrivato alla fine degli anni '90 con cicatrici alla testa e senza memoria, potrebbe essere Stu. A quel punto pensi: oddio, lo fanno davvero.
E invece no.
Si scopre che le videochiamate di Stu sono deepfake creati con l'intelligenza artificiale. Marco, uno degli assassini, è un ex dipendente di Google esperto di tecnologia che ha usato l'AI per ricreare Stu e tormentare Sidney con i fantasmi del suo passato. È un commento sull'era dei deepfake? Certo. È anche un modo furbo per riportare Matthew Lillard senza dover giustificare una resurrezione impossibile? Assolutamente sì.
Il problema è che sa di compromesso. Di nostalgia bait senza il coraggio di andare fino in fondo.
Tre persone. E questa è forse la rivelazione più deludente del film.
Il primo Ghostface viene eliminato quasi subito: Karl Gibbs, un paziente psichiatrico evaso che viene investito e ucciso da Gale Weathers (Courteney Cox, sempre lei) nel primo atto. È un colpo di scena che funziona, perché ti fa pensare che il pericolo sia finito. Ovviamente non lo è.
Il secondo Ghostface è Marco (Ethan Embry), l'inserviente dell'ospedale psichiatrico che avevamo conosciuto come alleato. È lui il genio tecnologico dietro i deepfake. Ma le sue motivazioni? Praticamente inesistenti. Come sia finito a fare il serial killer non viene mai davvero spiegato.
La vera mente dietro tutto, però, è Jessica (Anna Camp), la vicina di casa di Sidney. E qui la cosa si fa interessante, almeno in teoria.
Jessica è una sopravvissuta. Aveva un marito violento e ha trovato la forza di ucciderlo dopo aver letto il libro di Sidney, "Fuori dall'oscurità" (quello menzionato in Scream 4). Per lei, Sidney non è solo una donna che è sopravvissuta a sei massacri: è un simbolo, un'icona, una figura quasi religiosa.
Il problema è che Sidney, dopo gli eventi di Scream VI, si è ritirata dalla vita pubblica. Non è intervenuta durante gli omicidi di New York, non ha più rilasciato interviste, è sparita. E Jessica si è sentita tradita. Abbandonata dalla sua eroina.
Così si è fatta internare volontariamente nell'ospedale psichiatrico dove ha conosciuto Marco e Karl, e insieme hanno architettato un piano folle: riportare Sidney alla ribalta uccidendo tutti quelli che ama, e trasformare Tatum nella nuova "final girl". Una Sidney 2.0, forgiata dal trauma.
È un movente molto "Scream". Parla di fandom tossico, di relazioni parasociali, dell'ossessione per le icone pop. Ma è anche sviluppato in modo frettoloso, quasi buttato lì negli ultimi venti minuti, e questo lo indebolisce parecchio.

Tanti. Troppi, forse.
Scott e Madison muoiono nell'apertura. Hannah (McKenna Grace), l'amica di Tatum, viene sbudellata durante le prove di uno spettacolo teatrale (una scena che ricorda il Peter Pan di Scream 2). Chloe muore con dei boccali di vetro conficcati nel collo. Lucas, il figlio di Jessica, viene impalato all'erogatore della birra in una scena che è puro slasher anni '80 — sangue, birra e assurdità. Ben, il fidanzato di Tatum, viene accoltellato brutalmente.
Mark, il marito di Sidney, viene pugnalato ma sopravvive. Chad e Mindy (i gemelli Meeks-Martin di Scream 5 e 6) vengono feriti ma ce la fanno. Gale, ovviamente, è immortale.
E Sidney? Sidney fa quello che fa sempre Sidney: sopravvive, combatte, e alla fine spara in faccia ai cattivi. Letteralmente. La scena finale in cui lei e Tatum scaricano due caricatori interi sulla faccia di Jessica è la realizzazione definitiva della regola "punta sempre alla testa".
Nel finale, prima della rivelazione dei killer, Sidney viene tormentata da una serie di video deepfake che mostrano non solo Stu, ma anche Roman Bridger (Scott Foley), Nancy Loomis (Laurie Metcalf) e persino Dewey Riley (David Arquette).
È un momento che ha diviso il pubblico. Da una parte, vedere questi volti del passato fa un certo effetto. Dall'altra, non ha molto senso narrativo. Roman e Nancy sono morti in modo inequivocabile, quindi Sidney sa benissimo che sono falsi. E Dewey non era nemmeno un Ghostface, era un amico. Inserirlo lì sembra più un modo per strappare una lacrima che una scelta coerente con la storia.
Matthew Lillard ha ammesso di aver provato "molta ansia" nel tornare come Stu: "Se la gente odia il film, odia me, odia Stu, mette in discussione perché sono tornato... tutto questo pesa su di me. È una scommessa sulla mia eredità."
È una scommessa che ha vinto? Dipende a chi chiedete.
Il film si chiude con Sidney che finalmente si apre con sua figlia e le spiega l'origine del suo nome. Tatum Riley era la migliore amica di Sidney nel primo Scream, uccisa da Ghostface nella porta del garage (una delle morti più iconiche della saga). Era anche la sorella di Dewey.
Sidney dice a sua figlia che Tatum era l'ultima persona di cui si sia fidata completamente. È un momento dolce, che chiude il cerchio di trent'anni di trauma e sopravvivenza. Ma è anche un po' furbetto, perché ti lascia con un'emozione positiva dopo due ore di sangue e delusioni narrative.
Scream 7 è un film strano. Ha dei momenti brillanti — le scene tra Sidney e Tatum, alcune uccisioni davvero creative, il ritorno di Neve Campbell in grande forma — ma anche dei problemi evidenti. Il finale è prevedibile, i killer sono tra i più deboli della saga, e il commento meta sull'AI e i deepfake sa di occasione sprecata.
Kevin Williamson sa ancora scrivere dialoghi per adolescenti, ma non ha il tocco registico di Wes Craven. Manca la tensione, quel senso di pericolo imminente che i primi film avevano. Al suo posto c'è qualcosa che assomiglia più a una serie TV, con ritmi dilatati e scene che sembrano pensate per i commercial break.
I critici sono divisi. Rotten Tomatoes segna un 60%, il punteggio più basso della saga insieme a Scream 3. Ma il pubblico sembra apprezzarlo di più, con un CinemaScore di B e incassi da record per l'apertura.
La verità è che Scream 7 funziona se lo vedete come una lettera d'amore a Sidney Prescott e a chi l'ha seguita per trent'anni. Non funziona se cercate l'innovazione che il primo Scream portò nel 1996. Ma forse, dopo sette film, era inevitabile.
E comunque, qualsiasi film che ti fa rivedere Matthew Lillard fare il pazzo con quella faccia non può essere del tutto sbagliato.

Le Migliori Classifiche
di Recitazione Cinematografica

Entra nella nostra Community Famiglia!
Recitazione Cinematografica: Scrivi la Tua Storia, Vivi il Tuo Sogno
Scopri 'Recitazione Cinematografica', il tuo rifugio nel mondo del cinema. Una Community gratuita su WhatsApp di Attori e Maestranze del mondo cinematografico. Un blog di Recitazione Cinematografica, dove attori emergenti e affermati si incontrano, si ispirano e crescono insieme.
Monologhi Cinematografici, Dialoghi, Classifiche, Interviste ad Attori, Registi e Professionisti del mondo del Cinema. I Diari Emotivi degli Attori. I Vostri Self Tape.
Creato con ©systeme.io