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~ LA REDAZIONE DI RC
Il secondo episodio di Un sacrificio di sangue riparte esattamente dal cliffhanger della prima puntata. Thomas Berg ha ormai capito che il killer utilizza registrazioni delle vittime per attirare nuovi agenti in trappola, sempre di venerdì e sempre all’1:15. La nuova chiamata al 112 costringe quindi la squadra a intervenire immediatamente, ma ancora una volta la polizia arriva troppo tardi. Da quel momento l’indagine cambia natura: non si tratta più soltanto di capire chi stia uccidendo gli agenti, ma di spiegare come l’assassino riesca ogni volta a scomparire senza lasciare traccia. E la risposta passa da un dettaglio apparentemente impossibile: otto poliziotti entrano nell’edificio, ma nove ne escono.

La nuova telefonata al 112 costringe Thomas a partire immediatamente. Alfred, invece, decide di non seguirlo e di non intervenire direttamente, convinto che la sua presenza potrebbe intralciare le operazioni ufficiali.
Thomas raggiunge il nuovo indirizzo insieme alla task force, ma la squadra arriva troppo tardi.
All’interno dell’edificio ci sono altri due agenti morti.
Il killer ha colpito di nuovo e ha ripetuto lo schema già individuato nel primo episodio. Anche questa volta l’intervento della polizia è stato provocato attraverso una chiamata costruita appositamente per attirare le vittime.
La scena del crimine presenta però una differenza decisiva rispetto ai delitti precedenti.
Al pianterreno è presente una dashcam della polizia orientata verso il portone dell’edificio. Le immagini permettono quindi agli investigatori di controllare chi sia entrato e chi sia uscito durante l’operazione.
Thomas analizza subito la situazione.
Il killer non sembra essere mai uscito.
Anche le possibili vie di fuga alternative sembrano escluse. Le finestre non risultano aperte e l’appartamento si trova troppo in alto perché l’assassino possa essersi semplicemente lanciato fuori. Se le immagini sono affidabili e nessuna uscita è stata utilizzata, la conclusione più logica è una sola:
l’assassino deve essere ancora dentro l’edificio.
Thomas prende quindi il comando dell’operazione e ordina una perquisizione completa.
La task force comincia a controllare l’intero stabile, stanza dopo stanza. Gli appartamenti vengono verificati, gli spazi comuni passati al setaccio, ogni possibile nascondiglio controllato.
Non trovano nessuno.
Thomas e Max scendono anche nel seminterrato per cercare eventuali tracce o passaggi nascosti, ma neanche questa ricerca conduce a una soluzione.
Il problema diventa così ancora più inquietante.
Se il killer non è uscito e non è rimasto nell’edificio, allora deve esserci qualcosa che gli investigatori non hanno ancora compreso.
Thomas si confronta con Natalie e ricostruisce nuovamente il metodo dell’assassino.
Lo schema appare ormai chiaro.
Il killer uccide un agente e, prima di farlo, ottiene una registrazione della sua voce. Quella registrazione viene poi utilizzata la settimana successiva per simulare una nuova emergenza e attirare altri poliziotti nel luogo predisposto per l’omicidio.
Ogni vittima diventa quindi, dopo la morte, lo strumento con cui attirare quella successiva.
L’ultima telefonata conferma definitivamente la teoria.
La voce utilizzata questa volta appartiene infatti a Helena, una delle due poliziotte assassinate nel primo episodio.
Thomas e Natalie si rendono conto che il killer non sta improvvisando. Sta portando avanti una sequenza precisa, costruita con anticipo e basata sulla possibilità di utilizzare le stesse vittime come esca.
A quel punto diventa fondamentale mantenere il massimo riserbo.
Max continua a lavorare all’indagine, ma viene tenuto fuori dagli aspetti più delicati dell’operazione.
Il motivo è soprattutto strategico.
Thomas e Natalie temono che, se la notizia di un assassino che colpisce sistematicamente i poliziotti all’1:15 del venerdì si diffondesse all’interno del corpo, molti agenti potrebbero cercare di evitare i turni o prendere giorni liberi. La conseguenza sarebbe un abbassamento della presenza della polizia proprio mentre il killer continua ad agire.
L’operazione deve quindi restare segreta.
Natalie va intanto a casa della compagna di Helena per verificare l’autenticità della registrazione.
La donna non vuole ascoltarla.
È comprensibile: sentire nuovamente la voce della propria compagna morta significa essere costretta a rivivere il trauma della perdita.
Natalie riesce comunque a ottenere una conferma indiretta.
Quando viene riprodotta la registrazione, il cane di Helena reagisce alla voce.
Per Natalie è sufficiente.
La voce appartiene davvero alla donna assassinata.
L’ipotesi costruita da Thomas trova così un’altra conferma.
Durante una riunione in commissariato viene fatto il punto sull’indagine. Max osserva il comportamento di Thomas e Natalie e comincia ad accorgersi che i due sembrano condividere informazioni che non arrivano al resto della squadra.
Il modo in cui parlano tra loro e le decisioni prese durante l’operazione gli fanno capire che Thomas sta gestendo una parte del caso separatamente.
Il clima diventa ancora più teso quando arriva Britta Sköld, rappresentante del sindacato di polizia.
Britta porta con sé un problema che rischia di trasformare l’indagine in una crisi dell’intero corpo.
Il suo atteggiamento è freddo e apertamente conflittuale.
Dice chiaramente che la polizia dovrà trovare l’assassino entro il venerdì successivo.
In caso contrario, è pronta a proclamare uno sciopero generale degli agenti.
Dal suo punto di vista è una misura necessaria per evitare che altri poliziotti vengano mandati incontro alla morte.
Per Thomas, invece, significherebbe affrontare una situazione potenzialmente catastrofica.
L’indagine riceve quindi una nuova scadenza.
Non basta più trovare il killer.
Bisogna farlo prima che arrivi un nuovo venerdì.
Thomas decide allora di tornare su Viktor Falk, il primo sospettato collegato alla morte di Marina Jonsson.
Viktor era stato trovato sulla scena del crimine e per questo inizialmente era stato considerato un possibile responsabile.
Thomas spera che possa ricordare qualche dettaglio utile.
Anche questa pista, però, sembra esaurirsi rapidamente.
Viktor ha pochissime informazioni precise. Ha già raccontato ciò che ricorda all’agente che lo aveva interrogato per primo e successivamente agli altri investigatori, ma il suo racconto non permette di identificare chiaramente una persona o ricostruire con sicurezza quello che è successo.
Thomas torna quindi da Alfred.
Non lo fa soltanto perché il padre ha dimostrato di avere ancora un notevole istinto investigativo, ma anche perché Charlotte lo ha contattato spiegandogli che Alfred vuole collaborare.
Thomas gli mostra anche le immagini della dashcam.
Alfred osserva il filmato e ascolta il racconto del figlio.
Durante la conversazione emerge anche il nome di Britta Sköld.
Alfred la conosce.
Secondo lui Britta è una sindacalista estremamente attenta alla propria posizione e alla possibilità di trasformare una crisi in un successo personale.
Se le venisse offerta l’occasione di presentarsi come la persona capace di proteggere gli agenti e risolvere la situazione, potrebbe essere facilmente spinta nella direzione desiderata.
Thomas e Alfred elaborano quindi una strategia.
L’obiettivo è convincere Britta a organizzare una convocazione straordinaria di un gran numero di agenti proprio di venerdì.
Ufficialmente l’operazione avrebbe una funzione legata alla sicurezza e alla gestione della crisi.
In realtà servirà anche come esperimento.
Se il killer è un poliziotto e viene convocato insieme agli altri, potrebbe non essere libero di compiere il prossimo omicidio.
Britta accetta.
Più di duecento agenti vengono riuniti.
A quel punto Alfred torna ancora una volta sulla dashcam.
Riguarda con attenzione le immagini.
Conta le persone.
Ed è allora che nota un dettaglio che fino a quel momento nessuno aveva considerato.
Dall’edificio risultano essere entrati otto agenti.
Ma dalle immagini ne risultano usciti nove.
Il killer non era rimasto nell’edificio.
Non era fuggito da una finestra.
Non aveva utilizzato un passaggio nascosto.
Era semplicemente uscito dalla porta principale.
Vestito da poliziotto.
La scoperta cambia ancora una volta la direzione dell’indagine.
A questo punto esistono due possibilità.
Il killer si è procurato un’uniforme e l’ha usata come travestimento.
Oppure il killer è davvero un membro della polizia.
Thomas e Alfred considerano immediatamente la seconda ipotesi.
Ed è proprio per questo che la convocazione di massa diventa improvvisamente molto più importante.
Se l’assassino è uno dei poliziotti riuniti quella sera, non potrà allontanarsi facilmente per effettuare la propria telefonata e preparare un nuovo delitto.
La squadra aspetta.
Le ore passano.
Più di duecento agenti sono presenti nella stessa struttura.
Thomas e Alfred osservano l’orologio.
Si avvicina lentamente l’ora che ormai domina tutta l’indagine.
L’1:15.
Il ragionamento è semplice.
Se arriva una nuova chiamata al 112, significa che l’assassino non si trova tra gli agenti convocati.
Se invece la chiamata non arriva, allora uno di quei poliziotti potrebbe essere il killer.
E mentre l’orologio continua ad avvicinarsi all’1:15, l’episodio si interrompe.
Il finale del secondo episodio di Un sacrificio di sangue ruota intorno alla scoperta fatta da Alfred osservando la dashcam dell’edificio in cui sono stati assassinati gli ultimi due poliziotti.
Fino a quel momento Thomas aveva considerato il filmato soprattutto come una prova dell’impossibilità della fuga del killer. Nessuna persona sospetta risultava uscita dal portone, le finestre non erano state utilizzate e la perquisizione interna non aveva trovato nessuno.
Alfred cambia completamente prospettiva.
Non cerca una persona che dovrebbe essere uscita.
Conta semplicemente chi entra e chi esce.
Le immagini mostrano otto poliziotti entrare nell’edificio e nove uscirne.
Questo significa che l’assassino è riuscito a lasciare il luogo del delitto confondendosi con gli agenti.
Il dettaglio spiega finalmente l’apparente impossibilità della fuga.
Ma apre un problema molto più grave.
Il killer potrebbe non essersi semplicemente travestito da poliziotto. Potrebbe conoscere procedure, turni, comportamenti e modalità operative perché fa realmente parte del corpo di polizia.
Per verificare questa teoria, Thomas e Alfred sfruttano la convocazione straordinaria organizzata insieme a Britta Sköld.
Più di duecento agenti vengono riuniti proprio durante la notte di venerdì.
L’esperimento si basa sullo schema ormai noto del killer.
Gli omicidi vengono preparati attraverso una chiamata al 112.
Le telefonate arrivano sempre di venerdì.
E sempre all’1:15.
Se quella notte il telefono suonerà ancora, significherà che il killer è libero di agire e quindi con ogni probabilità non si trova tra gli agenti presenti.
Se invece non arriverà alcuna chiamata, il sospetto diventerà molto più concreto:
l’assassino potrebbe essere seduto nella stessa stanza degli investigatori.
L’episodio termina pochi istanti prima dell’1:15, trasformando l’attesa della telefonata in una prova decisiva per l’intera indagine.

Il secondo episodio di Un sacrificio di sangue porta l’indagine fuori dalla semplice caccia a un serial killer e introduce il sospetto che il responsabile possa trovarsi all’interno della stessa polizia.
Il sistema delle registrazioni viene ormai ricostruito con precisione, la voce di Helena conferma che ogni vittima viene utilizzata per attirare la successiva e la dashcam risolve il mistero della fuga dall’edificio.
Il dettaglio del nono poliziotto diventa così il vero punto di svolta della puntata.
Da questo momento Thomas non deve più guardare soltanto all’esterno.
Deve iniziare a osservare i propri colleghi.

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Scritto da
La redazione di RC
La redazione di Recitazione Cinematografica, coordinata da Alfonso Bergamo, regista e formatore: monologhi, dialoghi, film e serie analizzati con lo sguardo di chi lavora sul set e nei casting.
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