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La Redazione di RC
La prima stagione di Unchosen si chiude con un finale che non prova a rassicurare nessuno. Rosie e Grace riescono a fuggire, Adam arriva finalmente a vedere il disastro che ha contribuito ad alimentare, Sam sembra fermarsi a un passo dall’omicidio e poi, un anno dopo, lo ritroviamo addirittura a capo della confraternita. Il punto è tutto qui: la salvezza individuale non coincide con la caduta del sistema.
Il finale della stagione non serve solo a chiudere il percorso di Rosie dentro la comunità. Serve soprattutto a mostrare quanto sia resistente una struttura settaria quando riesce a trasformare il trauma, la colpa e la fede in strumenti di controllo. E infatti l’ultima immagine davvero decisiva non è la fuga nel bosco, ma l’ascesa di Sam al vertice. Perché cambia completamente il senso di ciò che abbiamo visto.
In questo articolo ripercorriamo la spiegazione del finale di Unchosen, il significato dell’ultima svolta e le possibili direzioni di una seconda stagione.
Attenzione: spoiler

Tutto esplode quando Grace, traumatizzata, racconta finalmente a Rosie di aver visto Sam aggredire Mr Philips. Da quel momento, i sospetti che Rosie aveva accumulato diventano un quadro completo: Sam non è solo un uomo colpevole di un passato violento, ma una minaccia presente, concreta, lucidissima. Anche le parole disperate di Mr Philips sulla morte di Isaac smettono di sembrare il delirio di un uomo screditato e acquistano un senso preciso.
Il passaggio più importante del finale, però, è Adam. Per tutta la stagione è stato insieme carnefice e ingranaggio del sistema. Ha punito, controllato, imposto, violentato. Ma è anche un uomo cresciuto dentro una struttura che gli ha insegnato a chiamare purezza ciò che in realtà è repressione. Quando Rosie gli confessa tutto — la relazione con Sam, il desiderio di fuggire, la violenza subita nel matrimonio, i sospetti sulla morte di Isaac — Adam è costretto a guardare in faccia sia Sam sia sé stesso.
Ed è lì che accade la sua unica vera scelta libera: decide di lasciarla andare.
Non è una redenzione completa, perché arriva tardi e non cancella il male fatto. Ma è il primo gesto che rompe davvero la logica della confraternita. Adam smette di pensare in termini di possesso, di autorità, di punizione. Per una volta, prova a proteggere Rosie invece di dominarla.
La fuga, però, in Unchosen non può essere semplice. Sam li intercetta sulla strada, scopre le valigie nel bagagliaio e capisce immediatamente che Rosie sta tentando di lasciarlo. Da lì il finale prende la forma di uno scontro apertamente tragico: Adam affronta Sam per la morte del fratello, Rosie fugge con Grace nella foresta, Sam le rincorre e prova prima a convincere Rosie a restare, poi a impedirle fisicamente di andare via.
Il punto più cupo arriva quando Sam tenta di ucciderla annegandola.
Qui la serie gioca la carta più ambigua. Sam si ferma. Si blocca all’ultimo. Sembra colpito dal ricordo del discorso sul pentimento, dalla possibilità di vedersi finalmente per quello che è. Ma questo barlume non basta a trasformarlo. Quando Adam lo raggiunge e gli punta contro una pistola, Sam non sceglie davvero la verità. Gli porge il telefono come se volesse arrendersi, ma sullo schermo ha già preparato il video del rapporto tra loro. Anche davanti alla possibilità della resa, usa ancora il ricatto.
E quindi il finale dice una cosa molto chiara: Sam può riconoscere il male, ma non smette di usarlo.
Rosie e Grace riescono a salvarsi e vengono accolte da Mrs Philips, finalmente fuori dalla casa e dal controllo del marito. Potrebbe sembrare una chiusura liberatoria. E invece arriva il salto temporale di un anno, che ribalta tutto: Sam è diventato il nuovo leader della confraternita.
È questo il vero colpo finale della stagione.
L’ascesa di Sam non è solo un colpo di scena. È la chiave tematica di tutta la serie.
Per sei episodi Unchosen racconta una comunità convinta di separare i puri dagli impuri, di riconoscere il peccato, di correggere chi devia, di costruire un ordine morale assoluto. Ma il risultato finale dimostra l’esatto contrario: il sistema non sa distinguere la colpa dalla santità, perché si fonda non sulla verità, ma sul controllo.
Sam è l’uomo perfetto per prendere il potere proprio perché incarna quel meccanismo. Sa leggere le fragilità altrui, sa usare il linguaggio religioso quando serve, sa farsi percepire come vittima, salvatore, penitente, uomo nuovo. In altre parole, capisce meglio di tutti come funziona la confraternita. E la usa.
Per questo il finale è così amaro. Non ci dice solo che Rosie è scappata. Ci dice che il sistema da cui è scappata è ancora lì, e che adesso ha un capo forse ancora più pericoloso di Mr Philips. Quest’ultimo era autoritario, alcolizzato, ipocrita, ma Sam è un’altra cosa: è più giovane, più intelligente, più adattabile, più capace di manipolare il linguaggio della redenzione.
Il finale quindi non chiude davvero il mondo della serie. Lo rilancia in una forma ancora più inquietante.
Qui bisogna essere chiari: senza una conferma narrativa interna ulteriore, queste non sono anticipazioni certe, ma ipotesi molto solide basate sul finale. E il finale, obiettivamente, lascia spazio a una seconda stagione.
1. Sam come nuovo leader
Questa è la linea più evidente. Vedere Sam a capo della confraternita apre un nuovo scenario: la comunità potrebbe diventare ancora più manipolatoria e pericolosa. A differenza di Mr Philips, Sam non è solo un custode della regola. È uno stratega. Potrebbe modernizzare il controllo, renderlo più sottile, più emotivo, più difficile da smascherare.
2. Rosie e Grace fuori dalla comunità
Una seconda stagione potrebbe mostrare qualcosa che la prima ha solo sfiorato: cosa succede quando si esce davvero da una setta. Rosie e Grace non sono semplicemente “salve”. Sono persone traumatizzate, isolate, senza strumenti reali per leggere il mondo esterno. La libertà, dopo anni di condizionamento, non arriva come una festa. Arriva come disorientamento, paura, colpa.
3. Adam dopo la caduta Adam è forse il personaggio che avrebbe più bisogno di essere raccontato ancora. Ha perso Rosie, Grace, il ruolo, la credibilità. Ed è rimasto incastrato dal video di Sam. Una seconda stagione potrebbe trasformarlo in un uomo distrutto che tenta di espiare, oppure in qualcuno disposto finalmente a combattere la confraternita dall’esterno o dall’interno.
4. Mrs Philips e Matthew
La fuga di Mrs Philips verso la casa del figlio è una delle linee più interessanti lasciate aperte. Per la prima volta, un personaggio che ha interiorizzato l’obbedienza per anni prova a vivere fuori da quel meccanismo. Potrebbe diventare una figura chiave per raccontare la generazione degli adulti rimasti prigionieri troppo a lungo.
5. Le conseguenze della morte di Isaac
La morte di Isaac pesa su tutta la stagione e, in realtà, non viene mai davvero risolta sul piano pubblico. Se esiste una seconda stagione, è difficile immaginare che questa verità resti sepolta per sempre. Isaac era il primo personaggio ad aver capito fino in fondo la natura manipolatoria del sistema. Il suo fantasma narrativo può ancora guidare molte scelte dei vivi.
6. Il ritorno del passato di Sam
Sam ha preso il potere, ma il suo passato non è scomparso. Il fratello Mason, i crimini commessi, la fuga, i depistaggi: tutto questo potrebbe tornare. E se tornasse mentre lui è a capo della comunità, il conflitto tra immagine pubblica e verità privata diventerebbe ancora più forte.
Anche se il racconto si fermasse qui, Unchosen avrebbe già chiuso il suo discorso principale in modo piuttosto netto. Per questo vale la pena soffermarsi sulle sue tematiche, che sono poi la parte più riuscita del finale.
Il controllo sui corpi La serie insiste continuamente sul fatto che il potere della confraternita non è solo spirituale o sociale. È fisico. Passa attraverso il sesso imposto, le gravidanze, il modo di vestire, i gesti permessi e quelli vietati. Rosie non deve solo obbedire: deve incarnare l’obbedienza.
La colpa come strumento politico In Unchosen la colpa non serve a trasformare le persone. Serve a renderle gestibili. Adam vive nella colpa. Mrs Philips vive nella colpa. Isaac viene schiacciato dalla colpa che gli altri gli costruiscono addosso. E Sam capisce perfettamente come usarla contro gli altri.
Il linguaggio della fede contro la verità La serie non attacca genericamente la religione. Mostra qualcosa di più specifico: come il linguaggio religioso possa essere usato per coprire violenza, isolamento e abuso. “Pentimento”, “purezza”, “asilo”, “eletti”: ogni parola apparentemente spirituale, dentro la confraternita, diventa uno strumento di dominio.
L’ambiguità della salvezza Sam entra nella storia come salvatore di Grace. E questa immagine lo protegge a lungo. La serie è molto lucida su questo punto: chi salva una volta non smette automaticamente di essere pericoloso. La gratitudine può accecare. Rosie ci mette molto a capire che il suo possibile salvatore è anche il suo nuovo persecutore.
La fuga non coincide con la guarigione Questo è forse il tema più importante del finale. Rosie fugge, sì. Ma la serie non finge che questo basti. Il trauma resta. La manipolazione resta. La struttura resta. E infatti l’ultima scena non celebra una liberazione, ma mette in guardia: il male sistemico sa sopravvivere anche alla fuga delle sue vittime.

Il finale di Unchosen funziona perché non cerca una soluzione comoda. Rosie e Grace escono dalla confraternita, ma il prezzo è altissimo e il sistema non crolla. Adam capisce troppo tardi. Sam sfiora il pentimento, ma sceglie ancora il controllo. E l’ultima immagine trasforma la stagione da storia di fuga a riflessione molto più amara sul potere: i sistemi fondati sulla paura non muoiono facilmente, cambiano faccia.
Se ci sarà una seconda stagione, il materiale c’è tutto. Anzi, il finale sembra costruito apposta per aprire una fase nuova, con Sam al comando e Rosie costretta a reinventarsi fuori da quel mondo. Se invece Unchosen dovesse restare così, la serie avrebbe comunque già chiuso il suo discorso in modo coerente: non raccontando la fine del male, ma la fatica di riconoscerlo e il costo necessario per provare a sottrarglisi.

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