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~ LA REDAZIONE DI RC
Se stai cercando la trama completa di Unfamiliar episodio 1 e una spiegazione chiara del finale, “Sedici anni” è l’episodio giusto da dissezionare: parte come un classico thriller di spionaggio e poi vira su un punto molto più intimo e devastante, perché mette in crisi l’identità stessa della famiglia protagonista. Tra safe house, BND, agenti russi e un passato in Bielorussia che non vuole restare sepolto, la serie apre subito il suo mistero centrale.

L’episodio si apre di notte, con un uomo che cammina per strada convinto di essere seguito. Si ferma su una panchina, mangia un panino come se stesse cercando di sembrare “normale”, poi compie un gesto che fa capire subito la temperatura della serie: tira fuori una pistola con silenziatore, si incide con un coltello e si estrae dal corpo una trasmittente. La distrugge, si spara a una gamba per simulare un’aggressione, e prepara così una versione dei fatti da vendere a qualcuno.
Stacco netto: è il sedicesimo compleanno di Nina. In casa Schäfer l’atmosfera è calda e domestica: la madre Meret le regala un paio di cuffie “top di gamma”, il padre Simon (chef) arriva con torta e cibo, accompagnato da Yul, il ragazzo di Meret. Simon fa a Nina un piccolo discorso sul tempo e su come investirlo, una frase che suona tenera… ma anche come il modo in cui un adulto parla quando sa che la normalità è fragile. Poco dopo arriva una chiamata: Simon e Meret si scambiano uno sguardo, quello sguardo che significa “ci siamo, tocca a noi”, e uno dei due si defila. Dall’altra parte del telefono c’è proprio l’uomo dell’inizio, che chiede di essere “ripulito” e prelevato con una freddezza quasi comica: non sta chiedendo aiuto, sta ordinando un servizio, come fosse un rider. Simon e Meret raggiungono il luogo indicato e recuperano il corpo/ferito. L’episodio rivela così la loro vera natura: non sono una coppia qualunque, ma due ex agenti che gestiscono una specie di safe house: un luogo che sembra una camera d’albergo, ma nasconde porte segrete, stanze cliniche e tecnologia da intelligence. È un centro di controllo medico-operativo di altissimo livello.
Meret scansiona l’uomo: non esiste in rete, non lascia tracce. Lui, legato a un lettino, continua a fornire dettagli coerenti ma “sporchi”, come se la storia della colluttazione fosse costruita. È irrequieto, troppo attento a guidare la narrazione. Per sicurezza lo sedano. Poi Simon e Meret tirano a sorte: uno deve tornare da Nina, perché l’altro deve restare con l’ospite. Vince Simon, che rientra a casa. Nel frattempo la serie si apre anche sul fronte istituzionale. Alla BND, la sede centrale dell’intelligence tedesca a Berlino, Julika porta informazioni a un team operativo. Obiettivo: una coppia russa. Da un lato Josep Koleev, ufficiale del CRU (intelligence militare russa), da anni sospettato di spionaggio ma mai incastrato. Dall’altro Vera Koleev, sua moglie, pronta a diventare (probabilmente) nuova ambasciatrice russa a Berlino: una copertura perfetta. Il dipartimento deve trovare un pretesto legale per farli cacciare dal Paese, e per rinforzare l’operazione viene richiamato anche l’ex capo, Gregor Klein. L’attuale responsabile, Ben, è sotto pressione: i Koleev si muovono da anni, sembrano persino avere frizioni con il Cremlino, ma lui non ha in mano un colpo decisivo. Gregor però non porta “soluzioni magiche”: per ora, niente prove.
Torniamo al rifugio. L’uomo si risveglia e Meret lo affronta senza giri di parole: dalla ferita è evidente che aveva un impianto, quindi o è un mercenario o un agente. Lui conferma di lavorare per la sicurezza, sostiene di aver rubato qualcosa e che per questo l’hanno colpito. È una storia “funzionante”, ma è anche una storia utile: la classica bugia che contiene abbastanza vero da sembrare credibile. Meret vuole capire come abbia ottenuto il loro contatto segreto. Lui dice che qualcuno gli aveva accennato al servizio, perché cercava un passaporto. È il modo in cui tenta di far sembrare casuale una cosa che non lo è. A casa, Simon gestisce Nina: inventa una scusa per l’assenza della madre, ma le concede finalmente un po’ di libertà — ha compiuto 16 anni. Nel frattempo Meret, al rifugio, mangia con l’ospite in cucina. E qui arriva un dettaglio che vale più di mille pistole: l’uomo fa una gaffe e dice che il piatto è opera di “una buona cuoca”; poi corregge subito: “o magari… tuo fratello cucina”. Meret sorride, ma quello scivolone le resta addosso come un gancio. Perché “fratelli” non è un modo di dire neutro: è una parola che rimanda a un’identità di copertura precisa.
Appena Meret si allontana, il ragazzo agisce. Scambia i bicchieri, usa uno scotch speciale per prendere le impronte di Meret, poi ingoia lo scotch con l’impronta per nasconderlo. Ma Meret non è affatto ignara: al telefono con Simon, controlla le telecamere e monitora ogni movimento. È inquieta per due motivi: uno operativo (quello sta rubando dati biometrici), e uno emotivo/strategico (la parola “fratelli”). L’unica volta in cui lei e Simon si sono definiti così era in Bielorussia, sedici anni prima. Ed ecco il flashback. Bielorussia. Una missione non identificata. In scena ci sono due giovani agenti e un punto d’incontro. Ma ciò che trovano è un inferno silenzioso: Katya è morta su una sedia, con tracce di vomito, e Gregor è a terra con una ferita d’arma da fuoco. Gregor dice che qualcuno ha avvelenato la donna e il bambino che portava in grembo, e che c’è stata un’effrazione.
È un trauma congelato nel tempo: un episodio che non è stato davvero chiuso.
Nel presente, Simon e Meret sentono che la situazione rischia di diventare pericolosa anche per Nina, che nel frattempo è fuori per una serata “speciale” (un evento raro, importante per la sua età). Meret, rientrando in cucina, nota un segno sul bicchiere: prova concreta che l’ospite ha manipolato la scena. Ora la domanda cambia: non è più “chi è quest’uomo?”, ma “per chi sta lavorando e quanto ci ha già preso?”. L’episodio intreccia anche le dinamiche BND con un’altra linea: Julika e Gregor discutono di Kovaak e dei trascorsi che Gregor ha con lui. Gregor non è mai riuscito a catturarlo e sospetta che il punto non sia Kovaak in sé, ma il suo intermediario a Berlino. Subito dopo vediamo che Josep Koleev incontra davvero un intermediario… e a sorpresa parla proprio del ragazzo con il chip estratto e della missione. Il sottotesto è chiarissimo: il ragazzo non sta fuggendo dai suoi ex datori di lavoro. Il ragazzo è una pedina mandata a trovare Simon e Meret.
Rimasto solo al rifugio, l’ospite esplora le stanze e arriva fino al “cuore” tecnologico: la control room. Il sistema è criptato ma lui è competente, entra nel portale e si collega con Kovaak e con l’intermediario. Dice che se quelli sono davvero loro, “domani mattina saranno morti”: il ragazzo è in gamba. Mostra lo screenshot dell’impronta digitale di Meret, quella che ha appena rubato. Ma Meret ha visto tutto da un’altra stanza e reagisce con precisione: attiva un gas nella stanza, blocca le uscite e lo fa svenire tra i colpi di tosse. Peccato che il danno sia già fatto: dall’impronta, Kovaak e l’intermediario identificano due persone dichiarate morte. Kovaak non ha dubbi: sono loro. Ordina l’uccisione di entrambi. Come se non bastasse, Kovaak alza il tiro: vuole morto anche Gregor. Gregor riceve un messaggio che ne preannuncia la morte contemporaneamente, mentre è in un pub e va in bagno; una donna armata lo segue per ucciderlo, ma trova il bagno vuoto. Gregor la osserva da dietro lo specchio: scampa per un soffio. Intanto Simon, uscito per recuperare Nina, viene colpito da un fischio/rumore fortissimo in testa e sviene. Meret carica il ragazzo stordito, lascia un messaggio in segreteria: li hanno rintracciati. Kovaak si infuria perché Gregor è vivo e le informazioni sui due bersagli sono poche: licenzia l’intermediario.
A questo punto Meret passa alla modalità più dura. Il ragazzo è legato e davanti a lui compaiono strumenti da interrogatorio (martelli, pinze, ecc.). Lei vuole la verità subito. Ma il ragazzo riesce a liberarsi e parte una lotta violenta, ravvicinata, senza estetica: due persone addestrate che cercano di dominare lo spazio. Meret ha la meglio e lo uccide strangolandolo con una cintura. Subito dopo arriva una chiamata dall’ospedale: Simon è ricoverato. Meret corre da lui. Julika, parallelamente, scava su Gregor e trova collegamenti con la Bielorussia, collegati a una ferita d’arma da fuoco: un dettaglio che Gordon le aveva indicato come chiave. L’episodio aggiunge anche un’ombra interna: Kovaak ha una talpa nella BND.
In ospedale Simon minimizza: il medico parla di pressione, niente di grave, lui può proseguire. Simon e Meret vanno a cercare Nina. La trovano: Nina è una DJ e ha organizzato una serata in un centro sociale con Yul (qui presentato come suo ragazzo). Tornando in autobus, marito e moglie collegano sempre più i puntini: tutto puzza di Bielorussia. Devono contattare Gregor. Lo incontrano, e Gregor va dritto al punto: l’unico modo per chiudere la cosa è arrivare a Kovaak e ucciderlo.
Il colpo di coda finale torna al flashback: Simon e Meret fanno partorire Katya, che sta morendo.
Torniamo alla mattinata in cui si sono visti con Gregor. Risponde Meret: è una ragazza che parla della Bielorussia, della sua identità e dell’identità che le hanno costruito. Parla di Katya. Il passato non è solo un ricordo: è un dossier vivo.
Meret guarda Simon con orrore dicendole che lui le ha mentito. Ma di che sta parlando?
Fine episodio.
Il finale dell’episodio 1 fa una cosa molto precisa: sposta la serie da “thriller con una coppia di ex agenti” a “thriller sull’identità e sulla famiglia”. La telefonata non è un semplice cliffhanger: è la conferma che la missione in Bielorussia non è rimasta un incidente isolato, ma l’origine di un segreto strutturale.
Il dettaglio più importante è la frase “fratelli”. L’ospite non la dice a caso: o ha informazioni operative su di loro (e quindi conosce le coperture usate sedici anni prima), oppure sta ripetendo una parola che gli è stata consegnata come trigger, per far emergere la crepa emotiva. In entrambi i casi, funziona: Meret capisce che qualcuno li sta cercando da tempo e che il loro “non esistere” ufficiale è fallito.
Poi arriva la telefonata: una ragazza che parla di Katya e della nuova identità che le hanno dato. La sensazione è che ciò che è successo in Bielorussia non abbia prodotto solo morti e ferite, ma anche una persona sopravvissuta/trasformata, cresciuta dentro una bugia istituzionale. E se quella ragazza è collegata a Katya, la domanda inevitabile diventa: qual è il ruolo di Simon e Meret in quella trasformazione? Cosa hanno fatto davvero quella notte? E soprattutto: cosa Simon ha nascosto a Meret per sedici anni?
La reazione di Meret, con lo sguardo di orrore verso Simon, è la vera bomba emotiva. Perché significa che il pericolo non è solo esterno (Kovaak, CRU, talpe, BND), ma interno: la coppia non ha più un “noi” stabile. Se lui ha mentito su Bielorussia, allora anche la vita costruita con Nina potrebbe poggiare su una falsificazione.

“Sedici anni” è un pilot che gioca sporco nel modo giusto: ti fa entrare con un caso (l’uomo col chip), ti mostra il mondo (safe house e BND), poi ti porta dove fa male davvero (Bielorussia, Katya, la telefonata). Il risultato è una promessa narrativa chiara: Unfamiliar non parlerà solo di spie, ma di come una famiglia può diventare “inermi” quando il passato torna a reclamare i suoi nomi veri.

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