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~ LA REDAZIONE DI RC
Diciamolo subito: Unfamiliar non è una serie che vuole piacere. Vuole restare addosso. Parte come uno spy thriller europeo ben confezionato, con safe house, identità false e servizi segreti, e finisce per rivelarsi qualcosa di molto più scomodo: una storia su come l’amore, quando nasce da una colpa, può diventare una forma di violenza. Il finale non cerca assoluzioni, né catarsi. E forse è proprio per questo che funziona così bene.
Attenzione: spoiler sul finale della serie.

Quando arriviamo all’ultimo episodio, i pezzi sono ormai tutti sul tavolo. Nina non è figlia di Simon e Meret. È la figlia di Katya, strappata alla madre sedici anni prima e cresciuta dentro una menzogna presentata come “salvataggio”. Koleev, l’uomo che sembrava il grande antagonista, è in realtà solo un ingranaggio di un sistema più grande, pronto a eliminarlo nel momento in cui smette di essere utile. E Starfish, la talpa del BND, non è una figura romantica o tragica: è Ben, l’uomo dell’istituzione, quello che sopravvive sempre.
Il finale di Unfamiliar non ruota attorno a una rivelazione improvvisa, ma a una presa di coscienza tardiva. Tutti sanno ormai cosa è successo. La domanda non è più “qual è la verità?”, ma “chi è disposto a pagarne il prezzo?”
Koleev muore, ma non per mano dei protagonisti. Viene eliminato da Sasha, cioè dal sistema che aveva cercato di tradire. È una morte fredda, burocratica, coerente con il mondo che la serie racconta. Non c’è vendetta, non c’è giustizia poetica: c’è solo una contabilità che viene chiusa con sedici anni di ritardo.
Simon sopravvive all’operazione all’aneurisma. Meret resta in piedi, ma svuotata.Il loro amore è sempre esistito, ma forse era destinato a perdersi nei carboni ardenti prima, molto prima degli eventi della serie. E ora, in ospedale, la fine di questo amore accoglie un uomo e una donna che hanno passato tante cose insieme, e che sono stanchi.
Il vero punto di svolta è Nina. Guardando il video lasciato da Meret, scopre finalmente chi sono i suoi genitori e cosa le hanno fatto, anche senza volerlo. E quando Katya decide di agire, non lo fa con violenza, ma con lucidità. Porta via Nina. Non chiede più. Si riprende sua figlia.
Simon e Meret vengono arrestati per l’omicidio di Auken. Non per il rapimento, non per le bugie, non per sedici anni di identità false. Per un reato “gestibile”, digeribile dal sistema. Ed è qui che Unfamiliar colpisce più forte: la giustizia non arriva mai dove dovrebbe, ma solo dove può.
Il titolo dell’ultimo episodio, Ancora in vita, è una dichiarazione di intenti. Tutti sopravvivono, ma nessuno vince. Nina è viva, Katya è viva, Simon e Meret sono vivi. Ma la famiglia, come l’abbiamo conosciuta, non esiste più.
La serie rifiuta deliberatamente la catarsi. Non ci dice che Simon e Meret “pagheranno davvero”, né che Nina starà meglio con Katya. Ci dice qualcosa di molto più onesto: che certe scelte non hanno una riparazione pulita. Puoi solo andare avanti portandoti dietro le conseguenze.
E soprattutto, Unfamiliar smonta una delle bugie narrative più rassicuranti: l’idea che l’amore giustifichi tutto. Simon e Meret non sono mostri. Sono due persone che hanno fatto una scelta irreversibile convinti di fare la cosa giusta. Ed è proprio questo che li rende colpevoli.
La rivelazione che Starfish sia Ben è forse la più cinica della serie, e anche la più lucida. Non è l’agente tormentato, non è la figura tragica. È l’uomo che sta al centro dell’istituzione, quello che copre, devia, sacrifica quando serve. Alice muore, e con lei l’illusione che la verità possa riformare il sistema dall’interno.
Julika resta sola, ma non sconfitta. È l’unico personaggio che, alla fine, sceglie di non fermarsi, anche quando tutti le dicono che è il momento di farlo. Non sappiamo cosa farà dopo. Sappiamo solo che ha capito come funziona davvero il mondo in cui vive.

Unfamiliar è una serie adulta. Non perché parla di spionaggio o politica, ma perché non assolve i suoi protagonisti. Non offre scorciatoie emotive, non divide il mondo in buoni e cattivi, non consola lo spettatore.
Racconta una verità scomoda: a volte le famiglie nascono da atti che vengono normalizzati col tempo. A volte l’amore non ripara, ma copre. E quando la verità emerge, non è liberatoria. È solo necessaria.
Non è una serie perfetta. A tratti è fredda, a tratti sembra quasi compiacersi del proprio pessimismo. Ma è coerente. E soprattutto, è onesta. Ti lascia con una sensazione di disagio che non passa subito. E per una storia che parla di segreti, identità rubate e responsabilità negate, è probabilmente il complimento più grande che si possa fare.

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