Backrooms, recensione e trama del film horror spiegata

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~ Angelica Attanasi

Backrooms: quando la visione è sforzo mentale ed emotivo

Ammetto di non essere una grande amante di un genere di film a cui appartiene Backrooms, ma ho una fortuna incredibile, quella di avere una sorella proiezionista con un grande amore per il cinema quasi pari al mio.

Di solito ci confrontiamo e spesso quello che piace a me non piace a lei e viceversa, ma riconoscendole un gran senso critico, tendo a fidarmi quando la vedo entusiasta per un prodotto, quindi eccomi qui, appena uscita dalla sala, intenta a scrivere questo articolo.

Sì, perché sono proprio venuta armata di PC e voglia di recensire questo film, sia che mi fosse piaciuto o no.

Che dire, la storia inizia in sordina con la parvenza del classico horror fatto di suspense e paura, ma qui si va molto oltre: dalla banalità di una vita subita più che vissuta, si passa a una sequela estraniante di emozioni e immagini che spiazzano totalmente.

Per chi si aspetta il film alla The Blair Witch Project, qui si va molto oltre, a partire dalla scenografia che, nella sua più assoluta desolazione, è disturbante, ma andiamo per gradi.

ATTENZIONE SPOILER

Trama ed analisi

Il film si apre con un filmato in VHS in cui uno scienziato, rinchiuso in una sorta di ufficio, chiede aiuto prima di essere attaccato da un'entità misteriosa. Il filmato si interrompe, lasciando intravedere nel riflesso dello schermo un gruppo di scienziati che lo sta osservando.

Nel 1990 Clark, un architetto fallito e da poco divorziato dalla moglie, gestisce uno sfortunato negozio di mobili nella Santa Claire Valley. L'uomo vede regolarmente la dottoressa e psicologa Mary Kline, con la quale cerca di capire cosa non stia andando nella sua vita e come mai non riesca a crearsi un nuovo percorso dopo il divorzio. Una sera Clark, che nel frattempo vive nel negozio di arredamento, nota uno strano sfarfallio delle luci: sceso nel seminterrato per controllare il quadro elettrico, si accorge di uno strano varco nella parete. Clark lo attraversa e si ritrova nello stesso ufficio visto all'inizio del film: l'uomo comincia a esplorarlo trovando stanze sempre più caotiche e spazi sempre più disordinati, finché non viene spaventato dal suono di una presenza misteriosa ed esce terrorizzato.

Tornato dalla dottoressa, le confessa la scoperta mostrandole una mappa disegnata del labirintico ambiente: vedendo lo scetticismo della donna, Clark decide di ritornare da lei con delle prove. Insieme a Kat e Bobby, due dipendenti del negozio, l'uomo si avventura nuovamente nell'ufficio, filmando il tutto con la videocamera VHS di Bobby. Giunti a un cunicolo inesplorato, Clark manda Bobby in avanscoperta, ma il ragazzo viene preso e ucciso da una creatura misteriosa, che riesce a trascinare con sé anche Kat e Clark. Clark, separato dalla ragazza, inizia a scappare negli infiniti spazi e cunicoli della dimensione, incontrando figure sovrumane e stanze sempre più inquietanti, finché non viene raggiunto dall'entità, che uccide Kat e cattura l'uomo.

Dopo qualche tempo, la dottoressa Kline, insospettita dalla scomparsa di Clark, decide di andare a cercarlo al salone. Anch'essa si accorge della fenditura nel seminterrato e ci entra, constatando con sorpresa che l'uomo le aveva detto la verità. Dopo aver esplorato brevemente lo spazio, Mary trova finalmente Clark, che in uno strano stato di alterazione la tramortisce. L'uomo la lega e la conduce in una macabra sala da pranzo, dove le spiega che quella dimensione è uno spazio che rigenera i ricordi in maniera distorta, creando nuove stanze e persone in base alle memorie dell'individuo che li esplora, seppur in una maniera casuale e spesso deforme. La donna riesce a far ragionare l'uomo, ormai logorato dalla pazzia, e lo convince a liberarla. All'improvviso una figura mostruosa e grottesca, con le sembianze di Clark vestito da pirata, come nelle pubblicità del suo salone, appare e divora l'uomo, per poi gettarsi all'inseguimento di Mary. La donna scappa nell'ennesimo dedalo di stanze generate dai suoi stessi ricordi, fino a scontrarsi con la creatura in una replica del negozio di Clark. Dopo averla tramortita, Mary si infila in uno stretto corridoio, venendo infine salvata da alcuni uomini in tuta anticontagio che, scioccati dalla presenza della donna, la conducono fino all'uscita, alla presenza di numerosi scienziati e dottori.

Mary viene dunque portata in una piccola sala, dove la raggiunge Phil, che si presenta come un medico della ASYNC, ex azienda medica che, come la donna, ha scoperto per caso le Backrooms e si sta occupando di mapparne il perimetro. L'uomo chiede alla donna come abbia raggiunto quel luogo dal negozio di mobili, e vedendo la sua reazione spaventata, la rassicura dicendo che la ASYNC si sta occupando delle Backrooms e che presto molte cose saranno chiare. In una rapida sequenza di immagini, vediamo tutti i luoghi reali del film riprodotti nelle Backrooms, fino ad arrivare alla replica della saletta, al cui interno si trova una versione deforme e distorta di Mary.

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Backrooms, la spiegazione del finale: cosa succede a Mary e Clark?

Per quanto siano bravi i due attori protagonisti, Chiwetel Ejiofor e Renate Hansen Reinsve, alla fine non sono i veri protagonisti: lo spazio, la luce e il buio lo sono in maniera profonda e potente, sono i veri mostri, ciò che spaventa per la nostra incapacità di ordinarli in pensieri logici e continuativi.

L’uso della soggettiva attraverso l’utilizzo di una videocamera permette di entrare nella mente del protagonista e percepire come proprie le ansie per ciò che lo circonda.

Nato dall’elaborazione di Kane Parsons su alcune leggende metropolitane, approda su YouTube in forma di racconti video nel 2022, ma solo nel 2025 diventa un progetto cinematografico per la regia dello stesso Parsons.

Le Backrooms sono l’elaborazione del concetto di spazi liminali, luoghi in cui si perde il concetto di arrivo o partenza e tutto è costruito in modo da essere definito e allo stesso tempo indefinito; grande maestro di questi spazi è Kubrick con i suoi corridoi e i suoi spazi astratti e maledettamente reali.

Il film è costruito attraverso la citazione visiva dei più grandi registi che hanno costruito il linguaggio del cinema, dalle inquadrature dal basso di Welles, agli spazi di Ford, per arrivare alla visione di Kubrick: omaggi e strumenti usati con estrema sapienza, per non parlare dei rimandi a Escher.

Durante la visione la mente fatica a trovare il senso, ma non come atto critico, bensì come ricerca frenetica del filo logico delle emozioni, ed è proprio questo il suo bello: quando pensi di aver capito qualcosa, ti spiazza e ti rimette in discussione, un film mentale nel film reale, una vera e propria esperienza.

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