Backrooms, la spiegazione del finale: cosa succede a Mary e Clark?

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Backrooms, la spiegazione del finale: cosa succede davvero a Mary e Clark?

Diciamocelo: quando un film nasce da un fenomeno web così famoso, il rischio è sempre quello di trovarsi davanti a un’operazione furbetta, tutta atmosfera e poca sostanza. Invece Backrooms di Kane Parsons ha almeno un merito evidente: prende sul serio il proprio immaginario e prova a trasformarlo in cinema vero. Per capire Backrooms, però, bisogna fare una cosa semplice: smettere di cercare una risposta “meccanica” a ogni corridoio e guardare il film per quello che mette in scena, cioè memoria, trauma e identità che si deformano nello spazio.

La storia ci porta nei primi anni Novanta. Clark è un ex architetto finito a gestire un enorme negozio di mobili, vive male, beve troppo e si trascina addosso la sensazione di aver fallito tutto. In terapia incontra la dottoressa Mary Kline, che prova a rimettere ordine in lui mentre combatte a sua volta con ferite molto più vecchie. Poi, nel seminterrato del mobilificio, appare una soglia impossibile. E da lì arrivano i problemi. Scopriamolo nel finale di Backrooms.

Attenzione: spoiler

Clark, Mary Kline e il mobilificio — il contesto di Backrooms spiegazione finale

Il punto di partenza del film è Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, un uomo che era destinato a costruire spazi e invece si ritrova prigioniero di uno spazio finto, commerciale, quasi offensivo. Il suo negozio, Cap’n Clark’s Ottoman Empire, è già di suo una piccola trappola mentale, e Kane Parsons insiste molto su questo dettaglio: Clark non lavora soltanto lì, ci dorme dentro, come se fosse già intrappolato prima ancora di vedere i Backrooms. Accanto a lui c’è Mary Kline, interpretata da Renate Reinsve, terapeuta calma solo in apparenza, perché il film suggerisce presto che anche lei si porta addosso un’infanzia segnata da isolamento e paura.

Il film introduce anche Phil (Mark Duplass) e Bobby (Finn Bennett), figure che nel terzo atto diventano cruciali in modi diversi. Bobby è uno dei ragazzi coinvolti nell’esplorazione, Phil invece è legato al lato più opaco e quasi burocratico del mistero. E qui arriviamo al punto cruciale: Backrooms non presenta il labirinto come un semplice posto infestato, ma come qualcosa che osserva, assorbe e rimonta i frammenti della realtà. In pratica, il peggior trasloco mentale possibile.

La soglia nel seminterrato è l’evento scatenante del Backrooms finale spiegato

L’evento che mette in moto tutto è esattamente quello raccontato anche dalla sinossi ufficiale: nel seminterrato del mobilificio compare una porta, o meglio una porzione di muro attraversabile, che apre su un’altra dimensione. Clark entra, esce, rientra, e comincia a sviluppare una vera ossessione per quel posto. Non è solo curiosità: è il classico richiamo del baratro, quello che ti fa pensare “magari lì dentro c’è qualcosa che mi riguarda” e subito dopo ti presenta il conto.

Da lì il film fa una scelta precisa: i Backrooms non vengono trattati come un dungeon da videogioco con regole spiegate in sovrimpressione, ma come un mondo da esplorare e subire. Clark coinvolge Bobby e almeno un’altra persona vicina al negozio per documentare il tutto con videocamera VHS, e quella spedizione finisce male. Bobby muore durante l’esplorazione e Clark resta intrappolato nelle Backrooms per un periodo impossibile da misurare con precisione.

Quando Mary entra nel labirinto cambia tutto

Il vero punto di svolta arriva quando Mary decide di seguire Clark. Questa è la mossa che trasforma Backrooms da film sullo smarrimento di un uomo a film sul confronto fra due traumi diversi. Mary non entra soltanto per fare l’eroina razionale che salva il paziente: entra perché riconosce in quello spazio qualcosa che la riguarda personalmente, qualcosa che parla della sua infanzia e del suo rapporto con la reclusione.

Ed è qui che Kane Parsons trova le immagini migliori del film. Le Backrooms diventano meno “uffici gialli infiniti” e più versioni sbagliate del mondo reale: oggetti familiari fuori posto, ambienti che sembrano ricordi storti, case che assomigliano a case ma non lo sono davvero. Io credo che la forza vera di Backrooms stia proprio qui, nel momento in cui smette di venderti il mostro e comincia a venderti il disagio puro. Poi certo, il film ogni tanto insiste troppo nel fare il misterioso, e un paio di passaggi nel blocco centrale sono volutamente sfuggenti. Ma quando funziona, funziona eccome.

Cosa è successo davvero?

Clark scopre le Backrooms nel negozio, trascina Bobby e altri nell’esplorazione, Bobby muore, Clark resta là dentro e cambia profondamente. Quando Mary lo ritrova, non incontra più soltanto il suo paziente smarrito: incontra un uomo ormai inglobato dal luogo, che vive tra copie, repliche e ambienti deformati, quasi come se avesse accettato di appartenere ai Backrooms.

Il confronto finale fra Mary e Clark degenera. Diverse fonti concordano sul fatto che Clark la costringa a rivivere o ricostruire una scena legata alla sua vita privata, in particolare la notte in cui sua moglie lo avrebbe cacciato di casa. Subito dopo emerge la creatura più forte del film: una versione mostruosa e gigantesca di Clark, legata al costume da mascotte/pirata del suo negozio. Ed è questa creatura, non Mary, a uccidere Clark. Questo è il dettaglio decisivo del finale: Clark viene letteralmente divorato dalla propria caricatura, dalla versione deformata di sé che le Backrooms hanno estratto e reso concreta.

Mary riesce a fuggire dal mostro, ma non arriva a un ritorno limpido nel mondo reale. Si imbatte invece in uomini in tute speciali collegati alla Async, una struttura che studia i Backrooms, e qui entra in scena Phil (Mark Duplass). Il film non chiarisce fino in fondo se Mary sia davvero uscita o se sia semplicemente passata a un altro livello del labirinto, più ordinato, più clinico, più “istituzionale”. E questo, secondo me, è il colpo migliore del terzo atto. Perché il film ti dice una cosa semplice e cattiva: anche quando credi di essere uscito, magari sei solo passato dal terrore analogico alla burocrazia del terrore.

Perché Mary entra nelle Backrooms?

Perché Mary capisce che Clark non è semplicemente scomparso: è stato risucchiato da qualcosa che parla anche di lei. Io credo che Mary entri nelle Backrooms perché quel luogo le promette, in modo perverso, di dare una forma visibile a ciò che ha sempre tenuto sotto controllo. Il film insiste sul suo passato traumatico, sul rapporto con la madre e sull’idea della casa come luogo di prigionia, quindi il labirinto per lei non è solo un altrove: è un ritorno.

O forse, più cinicamente, Mary entra perché il film ha bisogno di un secondo sguardo, più lucido e meno autodistruttivo di quello di Clark, per farci capire cosa sono davvero le Backrooms. Ma anche in questa lettura più fredda, la conseguenza concreta non cambia: entrando lì dentro, Mary smette di essere osservatrice e diventa materia del labirinto. Il finale infatti mostra una versione distorta di lei e della sua casa d’infanzia, come se le Backrooms avessero appena iniziato a copiarla, assimilarla e riscriverla.

Il vero significato di questo finale

Se ti stai chiedendo cosa significa il finale di Backrooms, la risposta più solida è questa: le Backrooms sono uno spazio che trasforma il non detto in architettura. Non sono soltanto corridoi inquietanti. Sono ricordi marci, identità spezzate, colpa, vergogna e solitudine che diventano stanze, copie e mostri. Clark finisce ucciso dalla versione estrema di ciò che era diventato nel mondo reale: un uomo intrappolato in un personaggio ridicolo, svuotato, incapace di uscire dal proprio fallimento. Mary invece non muore, ma il film lascia intendere che il processo di duplicazione sia appena cominciato anche per lei.

Penso che Backrooms funzioni soprattutto quando smette di voler “spiegare il lore” e lavora per immagini: grande atmosfera, produzione e sound design fortissimi, un regista da tenere d’occhio, ma anche una narrazione che per alcuni resta troppo esile o troppo ellittica. Devo dirlo, questo è il punto debole del film: nel mezzo qualche passaggio rischia di sembrare più affascinante che davvero incisivo. Però c’è anche un elogio da fare: Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve tengono insieme tutta la parte umana del racconto, e senza di loro Kane Parsons avrebbe girato un ottimo incubo visivo ma un film meno coinvolgente.

Alla fine, quindi, Clark non trova un mondo nuovo da colonizzare o capire, trova una versione distorta di sé e ne viene distrutto; Mary entra per salvarlo ma scopre che quel posto si nutre proprio di chi pensa di poterlo leggere dall’esterno. E questo rende il finale molto più inquietante di un semplice “chi sopravvive e chi no”. 

Un film che ti lascia addosso quella sensazione sporca da corridoio illuminato male, quella per cui poi torni a casa, guardi il neon del supermercato o il retro di un ufficio vuoto, e pensi che forse Kane Parsons un nervo l’ha toccato davvero.

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