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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Lady Danbury in Bridgerton 4 è uno dei momenti più maturi e delicati dell’intera serie. In poche battute, il personaggio esprime il desiderio di andare via senza mai trasformarlo in uno strappo emotivo. È un discorso fatto di pause, riconoscenza e scelte consapevoli, in cui il sottotesto conta più delle parole. Analizzarlo significa capire come si interpreta un addio che non vuole essere una ferita, ma una presa di responsabilità verso sé stessi e verso l’altro.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 40:00-41:30
Durata: 1 minuto 30 secondi
L’episodio si apre con un riepilogo degli eventi precedenti: Penelope Featherington, dopo una lunga stagione di solitudine emotiva, ha finalmente trovato l’amore in Colin Bridgerton. I due si sono sposati e, contemporaneamente, l’identità segreta di Lady Whistledown è stata rivelata alla Corte. La penna più temuta dell’alta società era Penelope stessa. Questo evento cambia per sempre gli equilibri di potere, soprattutto nel rapporto con la Regina.
Alla casa dei Bridgerton la vita scorre animata. La servitù è in fermento per i preparativi, mentre una carrozza riporta a Londra Eloise Bridgerton, Francesca Bridgerton e John Stirling di ritorno dalla Scozia. All’interno della dimora, Penelope e Colin giocano con il loro neonato, Elliot, simbolo di una nuova stabilità familiare. I domestici, come sempre, osservano e commentano, interrogandosi sui futuri eredi e sui prossimi debutti in società.
L’armonia viene spezzata dall’assenza di Benedict. Violet Bridgerton, insospettita, si reca personalmente nella sua residenza. Qui trova il figlio in una situazione compromettente: la casa è in disordine e Benedict ha trascorso la notte con due donne. Violet è furiosa. Teme che il comportamento del figlio stia compromettendo la reputazione della famiglia e lo ammonisce severamente, ricordandogli l’importanza del Primo Ballo che si terrà proprio quella sera. Benedict, tuttavia, è irremovibile: non vuole sposarsi e non prova alcun interesse per le giovani dell’alta società, che considera prevedibili e soffocanti.
Nel frattempo, a Corte, la Regina Charlotte attende con impazienza Lady Whistledown. Il tono è quello di sempre: ironico, autoritario, carico di sottintesi. Penelope annuncia ufficialmente l’inizio della nuova stagione mondana, che avrà come evento inaugurale il ballo in maschera organizzato da Lady Bridgerton.
Poche ore prima del ballo, Benedict si trova in un locale notturno, lontano dagli sguardi della buona società. Qui incontra un amico intimo, che bacia con trasporto, a conferma di una vita emotiva e sessuale che si muove ai margini delle convenzioni aristocratiche. Il tema della serata è chiaro: allo scoccare della mezzanotte, tutte le maschere dovranno cadere.
Alla festa fa il suo ingresso una giovane donna visibilmente nervosa. Arriva in carrozza, nascosta, e viene rassicurata dal suo paggetto: basterà andarsene prima della mezzanotte. Nessuno deve vederla davvero. La ragazza entra nel salone e viene travolta dalla bellezza del ballo. Luci, musica, colori: tutto è eccessivo, quasi irreale. Lei osserva, rapita, ma resta ai margini.
Violet riceve i complimenti di Lady Danbury per l’eleganza dell’evento, mentre accoglie con un sorriso particolare Marcus Anderson. L’arrivo della Regina, invece, impone il silenzio. Charlotte prende posto come su un trono e richiama Penelope al suo fianco, curiosa di conoscere i nomi più promettenti della stagione. Proprio in quel momento arriva Benedict, costretto dalla madre a interagire con le debuttanti. Lady Penwood, reduce da un lutto, si mostra particolarmente interessata a lui, sperando di sistemare una delle sue figlie.
Tra la folla, Benedict nota una figura diversa da tutte le altre: una giovane donna con una maschera d’argento. È lei la ragazza arrivata in preda all’ansia. Il suo sguardo è pieno di meraviglia, non di ambizione. Benedict la invita a ballare, ma la ragazza ammette di non saper danzare e di sentirsi sopraffatta. Lui allora la conduce lontano, su un terrazzo privato, dove possono osservare la festa dall’alto.
La Regina li nota. Nonostante i tentativi di Penelope di minimizzare, Charlotte decide che Benedict sarà il suo nuovo oggetto di attenzione: lo scapolo da seguire, da studiare, da “sistemare”.
Nel giardino sul retro, lontano dagli occhi indiscreti, Benedict e la dama mascherata parlano con sincerità. Lei racconta quanto lavoro e quanta disciplina servano alle donne per essere accettate in società. Non è lì per farsi notare, ma solo per vivere, anche solo per una notte, quel mondo. Benedict, a sua volta, confessa di sentirsi un impostore, nonostante il suo nome e il suo rango. Non rivela la propria identità.

A questo proposito, vostra maestà… è già da un pò che volevo parlare con voi. Non è un caso che io abbia ceduto il primo ballo della stagione. Ecco, io… Penso di non presenziare a tutti gli eventi sociali, quest’anno. Come sapete, ho contribuito molto alla vita mondana, e a quelle delle nostre giovani coppie. Ed è stato un piacere enorme. E la vostra amicizia… è stato l’onore della mia vita che abbiate scelto me. Faccio tesoro di ogni momento. Ma… è tempo, ormai… Io… sogno di viaggiare. Visitare la mia terra natia, Maestà. E’ da quando avevo quattro anni che non vi ho più fatto ritorno. Quindi… Io vorrei andare via alla fine di questa stagione. Ci scriveremo, è naturale, e tornerò a farvi visita, ma io sono pronta a partire. Io… vorrei andare via. Per un pò di tempo.
“A questo proposito, vostra maestà…”: attacco morbido e diplomatico; pausa dopo “proposito” per prendere coraggio; sguardo rispettoso ma non servile, come chi chiede udienza emotiva.
“è già da un pò che volevo parlare con voi.”: tono misurato, confidenziale; micro-sorriso di circostanza che si spegne subito; sottolinea “già da un pò” con un respiro, come a dire “ho rimandato”.
“Non è un caso che io abbia ceduto il primo ballo della stagione.”: leggero abbassamento della voce; qui c’è la prova dei fatti, non l’opinione; mantieni la frase lineare, senza orgoglio: è una scelta strategica, non un vanto.
“Ecco, io…”: esitazione reale; interrompi il flusso con una pausa piena; gli occhi cercano un punto neutro (non la Regina), come per non “caricarla” subito.
“Penso di non presenziare a tutti gli eventi sociali, quest’anno.”: frase detta con calma e fermezza gentile; accento su “quest’anno” (decisione già presa); testa leggermente inclinata, postura elegante che regge l’urto.
“Come sapete, ho contribuito molto alla vita mondana, e a quelle delle nostre giovani coppie.”: qui “ripaga” la Regina con riconoscimento e continuità; ritmo leggermente più sostenuto, come elenco di servizio; non compiacerti, resta sobria.
“Ed è stato un piacere enorme.”: piccola apertura emotiva; sorriso minimo, non brillante; lascia una micro-pausa dopo “enorme” per far sentire che è vero.
“E la vostra amicizia…”: sospensione delicata; pausa lunga, perché questa è la parola che può ferire; sguardo torna alla Regina, ma senza sfida—con cura.
“è stato l’onore della mia vita che abbiate scelto me.”: frase da dire con gravità affettuosa; sottolinea “scelto” con un filo di voce (peso relazionale); evita l’enfasi, il valore sta nella misura.
“Faccio tesoro di ogni momento.”: tono caldo, quasi materno; respiro pieno prima di “ogni”; sguardo stabile, come a mettere una mano invisibile sul cuore.
“Ma…”: pausa netta; il “ma” è un coltello educato; non correre, lascia che il silenzio annunci il cambiamento.
“è tempo, ormai…”: voce più bassa; qui entra la stanchezza esistenziale; “ormai” va appoggiato con dolce rassegnazione, non con amarezza.
“Io…”: secondo inciampo, più intimo del primo; come se nominarsi fosse difficile; sguardo breve verso il basso, poi di nuovo su.
“sogno di viaggiare.”: pronuncia “sogno” come una confessione segreta; sorriso che nasce e muore subito; non romantico: liberatorio.
“Visitare la mia terra natia, Maestà.”: qui la parola “terra” è radice; allarga leggermente lo sguardo come se vedessi paesaggi; “Maestà” serve a rientrare nel protocollo dopo una frase personale.
“E’ da quando avevo quattro anni che non vi ho più fatto ritorno.”: colpo emotivo sotto il velluto; rallenta su “quattro anni”; un attimo di vuoto negli occhi, come memoria che passa; non piangere, trattieni.
“Quindi…”: pausa di assestamento; è il ponte tra confessione e decisione; inspira, come per reggere un possibile rifiuto.
“Io vorrei andare via alla fine di questa stagione.”: fermezza cortese; appoggia “alla fine” (non subito, non contro di te); postura dritta, niente scuse.
“Ci scriveremo, è naturale,”: voce più leggera, quasi rassicurante; sorriso gentile di servizio; piccolo cenno del capo come a dire “non ti abbandono”.
“e tornerò a farvi visita,”: promessa pronunciata senza fretta; sguardo diretto, tenero; evita di renderla supplica, deve suonare affidabile.
“ma io sono pronta a partire.”: il vero punto di rottura; “pronta” va detto con una quiete nuova, conquistata; dopo “partire” lascia un silenzio pieno.
“Io…”: terzo “io”, il più vulnerabile; qui la maschera sociale vacilla un filo; un respiro corto, controllato.
“vorrei andare via.”: la frase va detta semplice, quasi nuda; niente teatralità; sguardo non accusatorio: stai chiedendo libertà, non perdono.
“Per un pò di tempo.”: chiusura che contiene una bugia gentile; su “pò” fai una micro-sospensione (non sai quanto davvero); lascia vibrare il silenzio dopo, come se la Regina potesse fermarti proprio lì.
Questo monologo non è costruito come una dichiarazione, ma come un atto di equilibrio emotivo. Lady Danbury non entra mai frontalmente nel conflitto: lo aggira, lo accarezza, lo prepara. La prima parte del discorso è interamente dedicata a creare uno spazio sicuro per la Regina, un terreno di riconoscimento reciproco. Ogni riferimento al servizio svolto, alla vita mondana, alle giovani coppie, non serve a giustificarsi, ma a ribadire un legame: “sono stata qui, sono stata utile, sono stata scelta”. È un modo per dire: non sto fuggendo, sto concludendo.
Quando introduce l’idea dell’assenza futura, Lady Danbury non parla mai di stanchezza fisica o di rifiuto. Parla di tempo. Il tempo come ciclo che si chiude, come fase che ha dato tutto ciò che poteva dare. Il desiderio di viaggiare non è un capriccio improvviso, ma un sogno antico, rimasto sospeso dall’infanzia. Questo dettaglio è fondamentale: sposta il discorso dal presente al destino personale, rendendo impossibile liquidarlo come un tradimento o una mancanza di lealtà.
Dal punto di vista interpretativo, la forza del monologo sta nella trattenuta costante. Lady Danbury non chiede di essere fermata, ma nemmeno vuole ferire. Ogni “io” è faticoso, ogni pausa è un atto di responsabilità emotiva. Il personaggio sa che la Regina vive il legame come esclusivo e che questa scelta verrà percepita come un abbandono. Per questo continua a rassicurare: le lettere, le visite, il ritorno. Ma sono rassicurazioni gentili, non promesse vincolanti. Il cuore del monologo è nella frase “sono pronta a partire”: non è una fuga, è una presa di coscienza.
La chiusura, “per un po’ di tempo”, è volutamente ambigua. È una bugia affettuosa, una formula che serve a rendere l’addio sopportabile. L’attrice non deve risolvere questa ambiguità, ma lasciarla sospesa. È proprio in quel non detto che si concentra tutta la maturità del personaggio: Lady Danbury sceglie sé stessa senza mai rinnegare l’amore e la gratitudine per ciò che lascia. È un monologo che parla di libertà, ma soprattutto di responsabilità emotiva verso chi resta.

I due ballano da soli, in uno spazio sospeso nel tempo. La danza è lenta, intima, carica di tensione. Si avvicinano quasi a baciarsi, ma Benedict si ferma. Vuole rivederla il giorno dopo, senza maschere. Lei rifiuta. Sa che non sarà possibile. I rintocchi di mezzanotte risuonano e annunciano la fine dell’incanto. La ragazza fugge, ma prima bacia Benedict, lasciandogli tra le mani un guanto.
Nel salone, tutti si smascherano. Tutti tranne lei. La giovane scappa e torna nel suo alloggio, dove la verità viene finalmente svelata: non è una dama, ma una serva. Si chiama Sophie Baek ed è al servizio di Lady Penwood. Si è infiltrata al ballo grazie all’aiuto di altri domestici. Intanto, Rosamund Penwood è convinta che l’interesse di Benedict si rivolgerà presto a lei. Parlano di Sophie senza sapere che è stata proprio lei la misteriosa dama d’argento.
Alla fine della serata, Penelope tenta ancora di dissuadere la Regina dal concentrarsi su Benedict, ma commette un errore fatale: afferma che probabilmente è lo scapolo più difficile da maritare. Per Charlotte, è una sfida. Da quel momento, la caccia è aperta.
Benedict appare inquieto, insoddisfatto, ma stringe ancora il guanto. Lady Whistledown, su ordine della Regina, comincia a scrivere di lui. Dall’altra parte della città, Sophie stringe l’altro guanto. Entrambi ripensano alla stessa notte, allo stesso valzer, allo stesso incontro impossibile.
Il finale dell’episodio gioca tutto sul doppio specchio dell’identità. Benedict e Sophie sono separati non da una mancanza di sentimento, ma da una struttura sociale invalicabile. Il guanto diventa un simbolo potente: non è solo una promessa romantica, ma la prova tangibile di un legame che non dovrebbe esistere.
Regista: Jeff Tremaine
Sceneggiatura: Rich Wilkes, Amanda Adelson
Cast: Adjoa Andoh (Agatha Danbury); Jonathan Bailey (Anthony Bridgerton); Phoebe Dynevor (Daphne Bridgerton); Simone Ashley (Kate Sharma); Nicola Coughlan (Penelope Featherington)
Dove vederlo: Netflix

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