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Self-tape, tecniche di memoria, gestione dell'ansia, materiali per casting e agenzie, analisi del testo e 10 monologhi da studiare.
Articolo a cura di...
~ Claudia Lazzari
La gestione della performance attoriale sul set: sappiamo davvero tutto?
Se sappiamo (o quasi) cosa significhi essere un attore, probabilmente è arrivato il momento di chiederci: come agisce un attore nel suo habitat?
Perché lo studio del copione, il viaggio personale di costruzione e decostruzione del personaggio, le prove davanti allo specchio, il self-tape riuscito e il casting superato, vanno più che bene. Vanno benissimo.
Ma cosa succede quando ci troviamo su un set e abbiamo la necessità di ripetere la nostra scena dieci volte e magari piangere in tutte e dieci? Ricreare le stesse posizioni? Non perdere la continuità dei passaggi? Te l’hanno mai detto in accademia, a scuola?
A me no. Né questo, né altre centinaia di cose.
Scopriamolo insieme.
L’arco emotivo della performance attoriale non è lineare, e non solo per via del fatto che le scene di un copione non potrebbero mai essere girate in ordine.
Ogni singola scena, inoltre, può essere girata più e più volte, per motivi tecnici (errori, interruzioni, pause, eventi atmosferici, cambio luci, problematiche foniche, eccetera) o per motivi strutturali: sezionare la scena in campi e controcampi, ad esempio.
Come fare, dunque, a ricostruirsi emotivamente di volta in volta, senza perdere energia e intensità e, soprattutto, senza variarle, rompendo la continuità emotiva del personaggio?
La continuità emotiva è un vero e proprio strumento tecnico: la capacità dell’attore di rientrare nello stato psicofisico del proprio personaggio in qualsiasi momento e senza sbavature. Le emozioni, in questo senso, non vanno riprodotte ma “riattivate” per evitare un principio di reset continuo che renderebbe la performance altalenante in base alle esigenze di set.
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In questo senso, memorizzare l’ultimo stato emotivo ed aiutarsi con trigger fisici (ritmo, postura, tensione muscolare) o respiratori è fondamentale. Ma è altrettanto fondamentale ascoltarsi e trovare quegli espedienti del tutto personali che solo la pratica e l’esperienza possono fornirci: ci sono attori esperti che necessitano di scaricare completamente l’emozione durante le pause e altri che hanno bisogno di trattenerla.
Il regista, in questo, non è assolutamente una figura assente. Registi come Ingmar Bergman e John Cassavetes gestivano il set attraverso il mantenimento di una forte concentrazione emotiva, spesso riducendo le pause tecniche e i margini di ripetizione.
Nelle riprese multiple, emozioni dotate di energie potenti sono molto complesse da ripetere.
Possiamo ravvisare tre tipologie di energia in questo senso:
Energia Esplosiva (rabbia, pianto, crisi, stati psicofisici alterati)
Energia Trattenuta (tensioni compresse ma, non per questo, non potenti)
Energia Modulata (dialoghi realistici che assecondino la giusta distribuzione emotiva e i giusti climax)
Ripetere emozioni da energia esplosiva, ad esempio, è compromettente quando il consumo nervoso diventa altissimo a causa di decine di ripetizioni.
Lee Strasberg lavorò molto sulla memoria emotiva proprio chiedendosi: è possibile attingere a risorse emotive profonde per ripetere tanti ciak?
Quando ho iniziato a studiare la tecnica delle Microespressioni con Alfonso Bergamo sugli studi di Paul Ekman proprio qui, attraverso la community, ho capito quanto non fustigarmi emotivamente in alcune performance fosse liberatorio per me e per il risultato della mia interpretazione. Pulizia, coerenza emotiva tra esercizi ripetuti e gestione dell’intensità dettata dal mio controllo, non dal controllo delle mie reazioni spontanee.
Esistono tanti modi per raggiungere le proprie consapevolezze, in un mestiere i cui strumenti sembrano spesso difficili da afferrare. E io non ho mai smesso di ricercare e studiare proprio per pormi le domande giuste.

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Un ultimo aspetto che scelgo di indagare per quanto riguarda la gestione della performance attoriale sul set è quello dell’intensità, da non confondere con l’energia. Se l’energia è la batteria delle emozioni, l’intensità è il loro detonatore.
Il detonatore ha misure e funzioni diverse in base all’ordigno da attivare.
Qui spesso si cade. L’intensità non è scelta in base alla scena: è scelta in base all’inquadratura. Un campo lungo necessità del corpo dell’attore, di un gesto più potente, di un’energia maggiormente sprigionata. Un primo piano riduce le espressioni e i gesti al minimo, restituisce la potenza emotiva senza sporcare il viso.
La macchina da presa racconta ciò che vede, non ciò che provi. Quello puoi conoscerlo solo tu. Il modo in cui lo rendi nell’immagine, se gestito, restituisce una potenza attraverso un linguaggio universale. Quello che comprendono gli altri, che non sono te e hanno un modo di reagire alle emozioni completamente diverso dal tuo.
Recitare è giocare, l’eterno paradosso tra il provare seriamente e irrimediabilmente ciò che accade al personaggio oppure tenerlo al proprio fianco come compagnia costante, senza lasciarsi invadere. Controllarlo per renderlo agibile e cinematografico nella finzione.
Se c’è qualcosa che ho capito negli ultimi mesi è che la Verità interpretativa non è solo spontaneità, ma precisione. E che l’unico modo per essere personaggi diversi è studiare l’emozione dall’esterno, in modo così preciso da stimolarne l’energia interna.
Che oggi vale la pena formarsi per stabilire un confine tra una buona interpretazione e una performance cinematografica consapevole.
Perché la partita in questo mondo pieno e strapieno della qualunque, si gioca sulla competenza.
E quella non te la possono vendere in nessun modo se sai riconoscerne i contenuti.
Ti va di fare un giro tra le cose che ho imparato?
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