Articolo a cura di...
~ La redazione di RC
Ieri sera, durante la Master Class gratuita di Filmmaking & Set proposta dalla realtà di Recitazione Cinematografica (Qui il link con tutte le info e per rivederla), è successo qualcosa di molto semplice… e proprio per questo estremamente formativo.
I quattro docenti, dopo aver condiviso il loro percorso attraverso degli speech introduttivi, hanno fatto quello che sul set conta davvero: guardare il lavoro degli attori.
Ma non materiali qualsiasi.
Abbiamo lanciato un contest interno alla community: stesso monologo per tutti, libertà totale di interpretazione. Chi voleva poteva prepararlo e portarlo in esame, sapendo che sarebbe stato osservato, analizzato e, soprattutto, scelto.
Due interpretazioni sono emerse su tutte.
Ecco i vincitori.
Il nuovo Nosferatu si inserisce nella tradizione del mito vampirico, ma lo fa lavorando più sull’atmosfera che sull’azione. La storia segue il legame oscuro tra il conte Orlok e Ellen, una connessione che non è solo narrativa, ma quasi spirituale. Il vampiro non è semplicemente una minaccia esterna: è qualcosa che entra nella vita della protagonista in modo sottile, inevitabile.
Ellen vive in un mondo che progressivamente si deforma. La realtà attorno a lei si incrina, e ciò che rende il personaggio così interessante è proprio il suo essere “ponte” tra due dimensioni: quella razionale e quella oscura.
Non è un’eroina classica, è una ragazza che percepisce.
Ed è proprio questa percezione che la rende centrale nella storia.
Il suo arco non è fatto di azioni, ma di consapevolezza crescente. Più il film avanza, più Ellen diventa il luogo emotivo in cui l’orrore prende forma. È attraverso di lei che il pubblico entra davvero nel film.
È il punto di contatto tra il mondo umano e quello dell’orrore. È il personaggio che percepisce, prima degli altri, l’arrivo dell’ombra.
Nel lavoro di Marzia Bandoni quello che colpisce è proprio questo: non gioca la paura in modo esplicito, ma la lascia filtrare. Lo sguardo non cerca mai lo spettatore, ma qualcosa fuori campo, il corpo resta trattenuto, quasi contratto; la voce lavora per sottrazione, non per esplosione.
È una costruzione che rispetta il tono del film: un horror che non urla, ma che avanza lentamente, insinuandosi. E qui si vede un elemento fondamentale per un attore: capire il linguaggio del progetto in cui si inserisce.
Una menzione d’onore anche al setup fotografico e tecnico della performance, da brividi.
Brava Marzia Bandoni!
La traiettoria di Walter White è una delle più nette e riconoscibili della serialità moderna.
All’inizio è un uomo invisibile: professore di chimica, vita ordinaria, frustrazione silenziosa. Poi arriva la diagnosi, e con essa una scelta. Entrare nel mondo della produzione di metanfetamina per lasciare qualcosa alla famiglia.
Ma questo è solo il punto di partenza.
La vera storia è la trasformazione. Nel corso delle stagioni, Walter non diventa qualcun altro: diventa ciò che era sempre rimasto nascosto. Il monologo “I am the one who knocks” è il momento in cui questa trasformazione si cristallizza. Non è solo una minaccia rivolta alla moglie. È una dichiarazione di identità.
Walter smette di raccontarsi una giustificazione.
Si definisce. La scena funziona perché ribalta completamente la percezione del personaggio: da vittima a predatore, da passivo a dominante, da uomo che subisce a uomo che controlla. E questo passaggio non avviene con un’esplosione improvvisa, ma con una costruzione precisa.
Filippo Mercuri costruisce, inserisce micro-pause che creano tensione, lascia che la rabbia emerga in modo progressivo…
Il risultato è credibile perché non è “recitato sopra”, ma sviluppato internamente. E questo è esattamente ciò che rende potente il monologo nella serie: non è un’esplosione, è una rivelazione.
Un grazie sincero va a tutti i partecipanti che hanno deciso di mettersi in gioco.
Questo tipo di iniziative rappresenta perfettamente ciò che vogliamo costruire: occasioni concrete, all’interno dei nostri contesti formativi, dove chi fa parte della community può sperimentare, esporsi e crescere.
Perché il punto non è solo studiare.
È fare.

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