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~ LA REDAZIONE DI RC
Parlare del monologo di Molly Bloom significa entrare in un territorio in cui pensiero, memoria, desiderio e linguaggio si mescolano senza chiedere permesso. Nella versione teatrale di Totem di Baricco e Vacis, questa voce arriva addosso come un’onda continua: non segue la logica ordinata del racconto, ma quella molto più vera della mente quando si lascia andare.
Qui il punto non è “capire la trama” nel senso tradizionale. Il punto è lasciarsi trascinare dentro una coscienza viva. Molly non racconta soltanto dei fatti: ci fa entrare nel suo modo di sentire, ricordare, fantasticare. E lo fa con un’energia che ha qualcosa di intimo e sfacciato insieme.
MONOLOGO TEATRALE FEMMINILE MOLLY BLOOM “TOTEM” di Baricco e Vacis
Che ora bestiale mi dà l'idea che in Cina si stanno alzando a quest'ora e si pettinano I codini per la giornata tra poco le monache suoneranno l'angelus non c'è nessuno che vada a disturbare i loro sonni se non qualche prete per le funzioni della notte la sveglia di quelli accanto al primo chicchirichì mi fa uscire il cervello a forza di far fracasso guardiamo un po' se riesco ad addormentarmi 1 2 3 4 5 che razza di fiori sono quelli che hanno inventato come le stelle la carta da parati di Lombard street era molto più carina quel grembiule che mi ha dato assomigliava un po' solo che l'ho portato solo due volte meglio abbassare la lampada e provare ancora in modo da alzarsi presto voglio andare da Lambes là vicino a Findlaters e farmi mandare dei fiori da mettere per casa nel caso lo portasse qui domani cioè oggi no no il venerdì porta male prima voglio fare un po' di pulizie la polvere sembra che si ammucchi mentre dormo poi un po' di musica e qualche sigaretta posso accompagnarlo prima devo pulire i tasti del piano col latte cosa mi devo mettere porterò una rosa bianca o quelle brioches di Lipton mi piace l'odore di un bel negozio di lusso a sette penny e mezzo la libbra o quelle altre con le ciliegine e lo zucchero rosa 11 pence un paio di libbre di quelle e poi una bella piantina in mezzo alla tavola si trova a minor prezzo da un momento dove le ho viste non è mica tanto Io amo i fiori vorrei che la casa nuotasse nelle rose Dio del cielo non c'è niente come la natura le montagne selvagge poi iI mare e le onde galoppanti poi la bella campagna con campi d'avena e di grano e ogni specie di cose e tutti quei begli animali in giro ti farebbe bene al cuore veder fiumi laghi e fiori ogni specie di forme e odori e colori che spuntano anche dai fossi primule e violette e questa la natura e quelli che dicono che non c'è un Dio non darei un soldo bucato di tutta la loro sapienza perché non provano loro a creare qualcosa gliel'ho chiesto spesso gli atei o come diavolo si chiamano vadano e si lavino un po' prima e poi strillano per avere il prete quando stanno per morire e perché perché perché hanno paura dell'inferno per via della loro cattiva coscienza ah si li conosco bene chi è stato il primo nell'universo prima che ci fosse qualcun altro che ha fatto tutto chi ah non lo sanno e nemmeno io eccoci tanto vale che cerchino di impedire che domani sorga il sole il sole splende per te disse lui quel giorno che eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che feci fare la dichiarazione sim prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotto all'anice e era un anno bisestile come ora si 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato si disse che ero un fior di montagna si siamo tutti fiori allora un corpo di donna si è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua e il sole splende per te oggi si perciò mi piacque si perché vidi che capiva o almeno sentiva cos'è una donna e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto finchè non mi chiese di dir di si e io dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo in giro il cielo e il mare e pensavo a tante cose che lui non sapeva di Mulvey e mr Stanthope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevano loro sul molo e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all'elmetto bianco povero diavolo mezzo arrostito e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli e quei pettini alti e le aste la mattina i Greci e gli Ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d'Europa e Duke Street e il mercato del pollame un gran pigolio davanti a Larby Sharans e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati e gli uomini avvolti nei loro mantelli addormentati all'ombra sugli scalini e le grandi ruote dei carri dei tori e il vecchio castello e vecchio di mille anni si e quei bei mori tutti in bianco e turbanti come re che chiedevano di metterti a sedere in quei buchi di botteghe e Ronda con le vecchie finestre delle posadas fulgidi occhi celava l'inferriata perché il suo amante baciasse le sbarre e le gargotte mezzo aperte la notte che perdemmo il battello ad Algeciras il sereno che faceva il suo giro con la lampada e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell'Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i geranei e i cactus e Gibilterra da ragazza dov'ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli /come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco /e io pensavo beh lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì.

La “trama” del monologo è minima solo in apparenza. Molly è sveglia, o forse sospesa tra veglia e sonno, e comincia a pensare. Il pensiero si sposta da un dettaglio domestico a un desiderio pratico, da un’immagine floreale a una riflessione su Dio, dalla casa ai negozi, dai fiori al corpo, fino a una lunga riemersione del passato amoroso.
Ed è proprio da lì che il monologo trova il suo centro: il ricordo dell’uomo amato, del corteggiamento, del paesaggio, dei colori, del mare, del promontorio di Howth, dei gesti, dei baci, del desiderio femminile che si fa sempre più nitido. Molly ricostruisce quel momento non come una cronaca, ma come una piena emotiva. Ogni frammento del mondo sembra condurla a quel sì finale, ripetuto come un approdo fisico e mentale.
Questa è la vera traiettoria del testo: dal brusio sparso della mente all’affermazione piena della vita e del desiderio. Il monologo si apre nel disordine del pensiero quotidiano e si chiude in una sorta di esplosione sensuale e affermativa.
Molly è una presenza prima ancora che un personaggio. Non si lascia contenere in una definizione semplice. È pratica e visionaria, carnale e spirituale, ironica e nostalgica. In lei convivono la donna che pensa alla polvere da togliere, ai fiori da comprare, ai tasti del piano da pulire e la donna che attraversa i ricordi come fossero paesaggi interiori.
La forza di Molly sta nella sua libertà. Non la libertà teorica, astratta, ma quella concreta di una mente che non si censura. Passa dal sacro al quotidiano, dal desiderio alla memoria, dalla natura al sesso, senza mai chiedere il permesso di essere coerente. Perché la coerenza, qui, non è logica: è emotiva.
C’è anche un dato importantissimo: Molly non è guardata da fuori. Parla da dentro. E questo cambia tutto. Non è un oggetto di racconto, ma un soggetto pieno che costruisce da sola il proprio mondo verbale. Devo dirlo, è questo che rende il monologo ancora così vivo: il desiderio femminile non viene spiegato, viene pronunciato.
Il meccanismo fondamentale è quello del flusso di coscienza. Le frasi scorrono quasi senza punteggiatura, come se il pensiero non volesse fermarsi mai. Ma attenzione: non è caos casuale. È un caos costruito con precisione, che imita il modo in cui la mente salta da un’associazione all’altra.
Le immagini naturali hanno un ruolo decisivo. Fiori, mare, montagne, colori, odori: tutto il monologo è attraversato da una sensualità diffusa, che non riguarda solo il corpo ma il rapporto intero con il mondo. La natura diventa specchio del desiderio e del ricordo, e viceversa.
Poi c’è la ripetizione del “sì”, che trasforma la parte finale in qualcosa di quasi musicale. È una parola semplicissima, ma dentro quel finale diventa corpo, scelta, abbandono, consenso, slancio vitale. C’è una scena che cambia tutto, ed è proprio quella conclusiva: il “sì” non è soltanto la risposta a un uomo, ma la firma che Molly mette sulla propria esistenza sensuale.
Dal punto di vista teatrale, il monologo funziona perché chiede un’attrice capace di stare dentro il movimento del pensiero senza irrigidirlo. Se viene recitato come un brano “letterario”, si spegne. Se invece viene attraversato come una corrente viva, allora prende fuoco. È un testo che pretende respiro, ascolto interno, ritmo.

Se c’è una cosa che rende il monologo di Molly Bloom così speciale, è il fatto che il suo significato non passa soltanto da quello che viene detto, ma da come il discorso scorre. In un testo del genere, la forma è già contenuto. Il flusso di coscienza non è un vezzo letterario: è il modo più onesto per restituire una mente che si muove senza farsi addomesticare. Molly pensa per accensioni, per ricordi improvvisi, per associazioni che sembrano casuali e invece obbediscono a una logica profonda, tutta interiore. Parte da un rumore, da un’immagine, da un oggetto domestico, da una fantasia pratica, e in un attimo si ritrova nel cuore di un ricordo amoroso o di una riflessione sull’esistenza. Questo andamento, che sulla pagina può apparire travolgente, a teatro diventa una materia viva, fisica, quasi musicale. Ed è proprio la musicalità uno degli elementi più interessanti del brano.
Molly non “argomenta”. Molly si muove. La sua voce procede come una corrente.
Le frasi non sempre chiudono, i pensieri non sempre si ordinano, ma il monologo non perde mai energia perché il suo vero ordine è ritmico, non logico. È come se il testo respirasse secondo un tempo interno che segue il corpo, la memoria, il desiderio. Per questo recitarlo bene significa prima di tutto ascoltarne il flusso. Se lo si spezza troppo, muore. Se lo si rende troppo uniforme, si affloscia. Ha bisogno di onde, rilanci, accelerazioni, sospensioni.
Molly non filtra davvero ciò che pensa secondo le regole della rispettabilità. La sua mente va dove vuole, e il linguaggio la segue. Passa dai fiori al cibo, dal letto alla religione, dagli uomini alla natura, dal desiderio alla memoria geografica dei luoghi. C’è qualcosa di profondamente sovrano in questa voce. Non chiede il permesso di essere alta o bassa, sensuale o pratica, colta o quotidiana. Lo è, punto.
E qui arriviamo a un altro aspetto fondamentale: il corpo. Molly pensa con tutto il corpo, non solo con l’intelletto. È una cosa che oggi diciamo spesso quasi per abitudine, ma in questo monologo ha un peso reale. Il ricordo dell’amore non è mai astratto. È fatto di odori, paesaggi, contatto, caldo, respiro, battito. Anche la memoria dei luoghi – il mare, le strade, i fiori, Gibilterra, Howth – non è mai semplicemente descrittiva: è sensoriale. Il mondo, per Molly, non è uno sfondo. È qualcosa che entra nei nervi.
E’ proprio questa fusione tra interiorità e materia a rendere il monologo modernissimo. Molly non separa la mente dal corpo. Non separa l’amore dal desiderio. Non separa la memoria dall’ambiente. Tutto accade insieme. E in questo “insieme” c’è una verità molto più forte di tante descrizioni ordinate e pulite. La mente umana funziona così: si aggancia a dettagli minimi, inciampa, devia, ritorna, esplode.
Poi c’è il finale, che merita di essere letto anche come esito musicale di tutto il testo. Il “sì” ripetuto non è solo una parola conclusiva. È una cadenza, un’onda che monta. Dopo il lungo vagare del pensiero, il monologo approda a un’affermazione piena, carnale, quasi cosmica. Quel sì è amore, desiderio, consenso, vitalità, memoria felice, abbandono. Ma è anche una scelta linguistica potentissima: invece di chiudersi in una formula definitiva, il testo si spalanca.
In scena questo significa una cosa molto precisa: l’attrice non può limitarsi a “dire bene” le parole. Deve attraversare un percorso di crescente incarnazione. All’inizio c’è il brusio del pensiero. Poi il piacere delle immagini. Poi la memoria si carica. Poi il corpo del ricordo prende tutto lo spazio. E infine quel sì finale diventa quasi inevitabile, come se il monologo lo avesse preparato da sempre.
Per questo Molly Bloom resta una figura così potente. Non solo perché parla d’amore, ma perché parla da dentro una coscienza che non si lascia mettere in fila. E in quel disordine fertile, vivo, pieno di odori, colori e desideri, c’è forse una delle forme più vere della libertà teatrale.
Il monologo di Molly Bloom è una celebrazione della coscienza femminile nella sua forma più libera, mobile e indomabile. Non ordina il mondo: lo attraversa. Non costruisce un discorso lineare: costruisce una presenza.
E qui arriviamo al punto cruciale: Molly non cerca di spiegarsi. Esiste, sente, ricorda, desidera. E nel farlo porta in scena una verità spesso addomesticata altrove: quella di una donna che pensa anche con il corpo e desidera senza dover chiedere scusa.
Non è un monologo comodo. Ma è un monologo potentissimo. E quel finale, quel “sì” che continua a tornare, ha dentro qualcosa di irriducibile. Non è un testo perfetto da addomesticare. È un testo da lasciar vivere.

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