Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo è una trappola perfetta per chi vuole portare a un provino un pezzo maschile per provino che mostri dolore, ironia amara e disillusione senza cadere nel pianto facile. Il monologo di Ben Reilly (Nicolas Cage) in Spider-Noir funziona perché parte basso, quasi in sordina, e solo dopo apre la ferita vera. Se stai cercando un pezzo che faccia vedere presenza, sottotesto e controllo del ritmo, questo fa per te. Ma attenzione: se lo reciti tutto “triste”, lo ammazzi.
Film/Serie: Spider-Noir
Personaggio: Ben Reilly
Attore/Attrice: Nicolas Cage
Stagione/Episodio: Episodio 1
Minutaggio: 00:20 - 3:00
Durata monologo: 2 minuti e 40 secondi
Difficoltà: 8/10 — richiede sottrazione, ritmo e ferita trattenuta
Emozioni chiave: cinismo, nostalgia, colpa, amarezza, vulnerabilità
Adatto per: provini cinema, self tape drammatici, ruoli noir, uomini spezzati ma lucidi
Dove vederlo: Amazon Prime Video
Ben Reilly, in Spider-Noir, non racconta qui l’origine dei suoi poteri ma l’origine del suo crollo. Parla da uomo già sconfitto, già distante da quella versione di sé che un tempo era il Ragno. Il cuore della scena non è “eroe o non eroe”, ma una cosa più dura: il momento in cui un uomo decide di non volere più né il potere né la responsabilità, perché li associa a una perdita che non riesce a perdonarsi. Questo contesto è importante perché il monologo non va recitato come un racconto epico. Va recitato come una confessione che Ben quasi non vorrebbe fare.

Una volta mi hanno chiesto in quale universo fossimo. Una domanda insolita che mi è rimasta impressa, in tutti questi anni. Di una cosa ero certo, che era l’unico che conoscevo. Era così allora ed è così oggi. Sono un uomo straordinario? Sì. Sono un uomo ordinario? Sì. Entrambe le cose, nessuna delle due… come tutti.
New York. Sono cresciuto, qui. Ho imparato a combattere, qui. E mi sono innamorato, qui. Un errore che non commetterò più.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Continua...
Un tempo ero il Ragno, l’eroe di questa città. Sempre all’erta, sempre pronto a intervenire per risolvere le cose. Tutto è finito con la morte di Ruby. Dovevamo sposarci in primavera. Avevo anche comprato un anello per ufficializzare la cosa. Non ho mai avuto la possibilità di darglielo.
Ruby una volta mi aveva detto che da un grande potere derivano grandi responsabilità. Beh, lei era la più grande responsabilità che avessi mai avuto. E io ho fallito. Il Ragno ha fallito. Da allora non ho più voluto né il potere, né le responsabilità. Quindi sono tornato ad essere un uomo ordinario. Questo era… Cinque anni fa.
“Una volta mi hanno chiesto in quale universo fossimo.”: Apri quasi in confidenza, non in solennità. Sguardo non fisso: come se stessi tirando fuori un ricordo che ti sembra ancora strano. Tono piano, ma con una punta di ironia secca su “in quale universo”.
“Una domanda insolita che mi è rimasta impressa, in tutti questi anni.”: Rallenta leggermente su “rimasta impressa”. Piccola pausa prima di “in tutti questi anni”, come se il peso del tempo arrivasse solo alla fine della frase.
“Di una cosa ero certo, che era l’unico che conoscevo.”: Qui serve una semplicità quasi ruvida. Non filosofeggiare. È un uomo pratico che dice una verità elementare. Tieni il mento basso, come se non avessi voglia di sembrare profondo.
“Era così allora ed è così oggi.”: Brevissima stretta nel tono su “oggi”. Il passato e il presente devono collassare insieme. Nessun gesto grande: basta una minima immobilità.
“Sono un uomo straordinario? Sì. Sono un uomo ordinario? Sì.”: Qui il ritmo conta moltissimo. Le due domande devono avere un tono quasi asciutto, non autocelebrativo. Sui due “Sì” evita l’enfasi: meglio una risposta spenta, quasi rassegnata.
“Entrambe le cose, nessuna delle due… come tutti.”: Lascia una pausa vera sui puntini. È una battuta che può venire benissimo con un mezzo sorriso amaro che dura un secondo e poi sparisce. “Come tutti” va abbassato, non sottolineato.
“New York.”: Staccala. Una parola sola, ma con radice. È casa, ferita, identità. Non dire “New York” come se stessi descrivendo una cartolina: dilla come se stessi nominando una cosa che ti ha formato e consumato.
“Sono cresciuto, qui. Ho imparato a combattere, qui. E mi sono innamorato, qui.”: Tre colpi uguali ma non identici. La prima è biografica, la seconda più dura, la terza deve aprire una crepa. Su “innamorato” lascia entrare un filo di calore che ti spaventa subito.
“Un errore che non commetterò più.”: Non farla troppo cinica. Il punto non è che l’amore sia davvero un errore: è che lui adesso lo vive così. Dilla come una difesa. Più la reciti “fredda”, più si deve sentire sotto la ferita.
“Un tempo ero il Ragno, l’eroe di questa città.”: Qui non serve eroismo. Anzi. C’è quasi imbarazzo nel ricordarlo. Puoi tenere lo sguardo laterale, come se parlare di quella versione di sé fosse già troppo.
“Sempre all’erta, sempre pronto a intervenire per risolvere le cose.”: Ritmo leggermente più rapido. Sta evocando una macchina che funzionava. Ma attenzione a non farlo suonare glorioso: è un uomo che si ricorda cosa faceva, non che si celebra.
“Tutto è finito con la morte di Ruby.”: Qui serve il taglio netto. Nessuna preparazione melodrammatica. Proprio per questo colpisce. Prima della frase puoi fare una pausa asciutta, breve. Poi entra dritto.
“Dovevamo sposarci in primavera.”: Abbassa il tono. Questa è una frase domestica, intima. Il dolore qui non è da fumetto, è da vita vera. Può funzionare uno sguardo perso, piccolo, non teatrale.
“Avevo anche comprato un anello per ufficializzare la cosa.”: Qui il dettaglio concreto salva tutto. Non recitare “l’anello” come simbolo. Pensalo davvero come oggetto: peso, scatolina, gesto non compiuto. La concretezza fa male più dell’enfasi.
“Non ho mai avuto la possibilità di darglielo.”: L’errore più comune è piangere qui. Meglio trattenere. Lascia che il dolore passi nella voce, ma senza romperla troppo. Più controlli, più arriva.
“Ruby una volta mi aveva detto che da un grande potere derivano grandi responsabilità.”: Qui non imitare una citazione famosa. È un ricordo personale, non una frase da manifesto. Trattala come una cosa che senti ancora nella sua voce.
“Beh, lei era la più grande responsabilità che avessi mai avuto.”: Su “Beh” puoi mettere una piccola durezza, quasi per difenderti dall’emozione che arriva dopo. Poi rallenta su “la più grande responsabilità”. È la frase centrale del pezzo.
“E io ho fallito. Il Ragno ha fallito.”: Due colpi. Il primo è umano, il secondo identitario. Nel secondo puoi lasciare una punta di disgusto verso te stesso. Non urlare. Taglia.
“Da allora non ho più voluto né il potere, né le responsabilità.”: Qui entra la tesi del personaggio. Tienila molto semplice, quasi spenta. Il punto è che Ben si è convinto di questo per sopravvivere.
“Quindi sono tornato ad essere un uomo ordinario.”: Non farla come una liberazione. È una bugia che si è raccontato. C’è amarezza, non pace.
“Questo era… Cinque anni fa.”: La pausa sui puntini è fondamentale. Come se si rendesse conto all’improvviso di quanto tempo sia passato. “Cinque anni fa” deve lasciare un’eco, non chiudere di colpo.
Questo monologo è interessante perché non è costruito sulla disperazione esplicita, ma sulla frattura tra controllo e ferita. Ben non sta chiedendo compassione, sta cercando di mettere ordine in qualcosa che ordine non ha più. Parla di sé come farebbe uno che ha raccontato questa storia poche volte, e mai fino in fondo.
Il punto chiave è la progressione. Si parte quasi da una riflessione astratta, poi si passa all’identità, poi alla città, poi all’amore, poi alla colpa. È una discesa. Se la fai tutta già “bassa” emotivamente, perdi il movimento. Se invece la costruisci bene, il pubblico sente che sotto la superficie il terreno cede piano piano.
L’errore più comune sarebbe recitarlo tutto come un monologo drammatico e sofferente. No. Il personaggio è cinico, si protegge, ragiona, ironizza perfino. Il dolore entra nei dettagli: Ruby, l’anello, la responsabilità. È lì che devi colpire. Non prima.
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Funziona per:
provini per ruoli maschili noir o investigatori feriti
self tape drammatici con sottotesto forte
personaggi adulti o giovani-adulti disillusi
scene dove serve mostrare dolore trattenuto, non sfogo
Evitalo se:
cerchi un pezzo molto brillante o apertamente comico
il provino richiede energia estroversa subito
non sai ancora gestire pause e sottrazione
Si abbina bene con: un secondo monologo più aggressivo o brillante, per mostrare contrasto.
Se lavori su questo pezzo, concentrati sul ritmo della discesa: non partire già al massimo della ferita. Lascia che Ruby arrivi dopo, e che il peso vero si apra nei dettagli concreti. Questo monologo non chiede volume. Chiede precisione.
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