Monologo di Demetrio da Storia della mia famiglia 2: voglio essere padre

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Monologo di Demetrio da "Storia della mia famiglia 2":voglio essere padre

Questo monologo è interessante perché sembra piccolo, quasi dimesso, e invece ti chiede una cosa difficilissima: dichiarare amore senza retorica, senza posa, senza “momento da scena madre”. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri goffaggine, tenerezza e bisogno autentico, il monologo di Demetrio da Storia della mia famiglia 2 fa per te. La trappola è semplice: se lo rendi troppo simpatico, lo svuoti; se lo rendi troppo drammatico, lo tradisci.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Storia della mia famiglia 2

  • Personaggio: Demetrio

  • Attore/Attrice: Antonio Gargiulo

  • Stagione/Episodio: Stagione 2, episodio 6

  • Minutaggio: 28:30-30:30

  • Durata monologo: 2 minuti

  • Difficoltà: 7/10 — goffo ma precisissimo, niente sentimentalismo facile

  • Emozioni chiave: amore, paura, tenerezza, urgenza, vulnerabilità

  • Adatto per: provini cinema, self tape drammatici, ruoli contemporanei, personaggi affettivi e irrisolti

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Nel sesto episodio di Storia della mia famiglia 2, Demetrio arriva finalmente al punto in cui non può più restare in silenzio. Dopo tensioni, dubbi sulla paternità e un rapporto rimasto per molto tempo sospeso, sceglie di parlare a Maria con una sincerità disarmata. Il monologo nasce proprio lì: non in una situazione eroica, ma in una confessione quasi impacciata, fatta da un uomo che ha capito una cosa fondamentale su di sé. Non sa fare molto, non si sente brillante, non ha un’identità forte da esibire, ma sa di voler esserci per quel bambino. In Storia della mia famiglia 2, questo dettaglio è essenziale: Demetrio non sta chiedendo amore, sta offrendo presenza.

Testo del monologo

E’ una cosa piccola che ti devo dire, non ci metto niente. Io c’ho pensato talmente tanto a questo bambino, che penso che si è creato un legame con lui. E quindi… io vorrei essere suo padre pure se io e te non stiamo insieme. Cioè, sai quando uno nella vita non sa per cosa è fatto? E’, non sò fatto né per faticare, né per viaggiare; tutte quelle cose là. Io sono padre. 

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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Cioè Maria, io sono padre a livelli altissimi; io potrei essere il padre dei padri. Io voglio seguire tutti i passi di questo bambino. Cioè, io lo voglio vedere, voglio sapere quanto pesa, voglio sentire il battito, io lo voglio vedere nascere!

Note di recitazione riga per riga

“E’ una cosa piccola che ti devo dire, non ci metto niente.”: apri piano, quasi minimizzando. Questa frase serve a proteggersi. Tono basso, mezzo sorriso nervoso che prova a sdrammatizzare. Non guardarla fisso subito: meglio uno sguardo che arriva e scappa.

“Io c’ho pensato talmente tanto a questo bambino…”: qui entra la verità. Rallenta leggermente su “talmente tanto”, come se ti sorprendesse ammetterlo ad alta voce. La postura può chiudersi appena in avanti, senza teatralità.

“…che penso che si è creato un legame con lui.”: non renderla una frase poetica. Dilla quasi con stupore pratico, come uno che cerca le parole mentre sente che sono vere. Piccola pausa prima di “un legame con lui”.

“E quindi…”: questo è un passaggio chiave. Fermati davvero. È il punto in cui decide di buttarsi. La pausa deve avere il peso di un salto.

“io vorrei essere suo padre pure se io e te non stiamo insieme.”: niente ricatto emotivo. Questa è la battuta più importante del pezzo e va detta semplice, frontale. Tieni lo sguardo su Maria solo a metà frase, non dall’inizio: il coraggio arriva mentre parla.

“Cioè, sai quando uno nella vita non sa per cosa è fatto?”: qui torna l’impaccio. Demetrio cambia strada, gira intorno alla confessione, cerca un’immagine per spiegarsi. Ritmo un po’ spezzato, come se pensasse mentre parla.

“E’, non sò fatto né per faticare, né per viaggiare; tutte quelle cose là.”: non farne una battuta comica. Fa sorridere, sì, ma deve far sorridere perché è vera. Lascia una piccola autoironia stanca, non brillante. Spalle un po’ cadenti, come uno che si è studiato male per anni.

“Io sono padre.”: qui cambia tutto. Frase breve, netta. Appoggiala bene. Dopo tante esitazioni, improvvisamente arriva una definizione. Falla cadere pulita, senza aggiunte.

“Cioè Maria, io sono padre a livelli altissimi…”: torna la goffaggine, ma ora è piena di entusiasmo. Puoi accennare un sorriso più vero. Attenzione però: non strafare. Lui non fa il buffone, sta cercando di dire una cosa enorme con gli strumenti che ha.

“io potrei essere il padre dei padri.”: questa battuta va tenuta sul filo giusto. Se la fai troppo ironica, perdi il cuore. Se la fai troppo seria, suona falsa. Meglio una specie di convinzione infantile, quasi buffa ma commovente.

“Io voglio seguire tutti i passi di questo bambino.”: qui devi allargarti un po’, non fisicamente troppo, ma emotivamente sì. C’è un uomo che si vede già nel futuro. Il punto non è il bambino in astratto: è il desiderio di esserci in ogni dettaglio.

“Cioè, io lo voglio vedere…”: la ripetizione di “io” e “voglio” non va pulita troppo. Fa parte del respiro del personaggio. Lascia l’urgenza, quasi l’ingorgo delle parole.

“…voglio sapere quanto pesa…”: battuta concretissima. E qui sta la bellezza. Non alzare il tono. Dillo come se quel dettaglio fosse davvero importantissimo. È la concretezza a renderlo toccante.

“…voglio sentire il battito…”: rallenta appena. Qui si entra in una zona più intima e fisica. Può esserci uno sguardo più fermo, meno disperso. Per un attimo smette di spiegarsi e semplicemente desidera.

“io lo voglio vedere nascere!”: questa chiusura ha energia, ma non deve diventare uno slogan. Cresci di intensità, sì, ma restando umano. Più che gridarlo, lascia che ti esca. Come una frase che ti sorprende per quanto la vuoi davvero.

Perché questo monologo funziona

Io credo che il cuore di questa scena sia una parola sola: definizione. Demetrio passa gran parte del testo a dire cosa non è, cosa non sa fare, cosa non gli appartiene. Non è fatto per faticare, non è fatto per viaggiare, non è fatto per tutte “quelle cose là”. Poi, all’improvviso, arriva al centro: “Io sono padre.” E lì il monologo trova la sua forma.

Il punto chiave è che questa dichiarazione non nasce da sicurezza, ma da bisogno. Demetrio non parla come uno che ha il controllo della situazione. Parla come uno che finalmente ha trovato un posto possibile dentro la vita. Questo rende il pezzo molto forte per un attore, perché chiede di lavorare non sulla brillantezza della battuta, ma sul momento esatto in cui una persona si riconosce.

L’errore più comune sarebbe trasformarlo in un pezzo “tenero” e basta. No. È anche un monologo di identità. Demetrio non sta solo dicendo “ti amo” o “voglio questo bambino”. Sta dicendo: finalmente so a cosa servo. Se perdi questo livello, il monologo di Storia della mia famiglia 2 resta piacevole, ma non resta necessario.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • ruoli maschili contemporanei, vulnerabili, non dominanti

  • provini su personaggi affettivi, goffi, pieni di umanità

  • self tape in cui vuoi mostrare tenerezza senza melassa

  • scene da scuola di recitazione su sottotesto e impaccio emotivo

Evitalo se:

  • ti serve un monologo aggressivo o ad alta conflittualità

  • tendi a caricare il tono romantico in modo televisivo

  • hai bisogno di un pezzo molto trasformista o fisicamente esplosivo

Si abbina bene con: un monologo più secco e trattenuto, magari rabbioso, per mostrare contrasto.

Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa precisa: la scoperta. Non recitare uno che sa già tutto dall’inizio. Fai il percorso di un uomo che, mentre parla, capisce da solo chi è.

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