Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Einar da “Il caffè della pazza gioia” è interessante perché ti costringe a lavorare su una cosa che nei provini manca spesso: la memoria viva. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri fascino, fragilità, vergogna e desiderio senza cadere nella confessione piatta, questo fa per te. È un pezzo da affrontare con precisione: sembra un racconto morbido, ma sotto ha paura, erotismo, teatro e una fame d’amore che non perdona la falsità.
Film/Serie: Il caffè della pazza gioia
Personaggio: Einar
Attore/Attrice: Claes Månsson
Minutaggio: 28:28-32:28
Durata monologo: 4 minuti
Difficoltà: 8/10 — serve charme, memoria, vergogna e leggerezza insieme
Emozioni chiave: nostalgia, desiderio, vergogna, tenerezza, libertà
Adatto per: provini cinema d’autore, self tape drammatico, ruoli maturi, personaggi eleganti e vulnerabili
Dove vederlo: Netflix
Einar è un uomo anziano, un artista, un attore che ha già attraversato molte vite interiori. In questa scena non sta difendendosi e non sta litigando: sta condividendo. Racconta ad Agneta il momento in cui ha incontrato l’uomo della sua vita e, insieme, il momento in cui ha smesso di mentire a sé stesso. Il punto chiave è che il monologo non vive nell’urgenza esterna, ma in una rievocazione affettiva: Einar non ricorda solo dei fatti, li rimette in scena. Per questo il pezzo chiede all’attore una doppia presenza costante: con l’interlocutrice davanti a lui e con il passato che torna a vivere quasi come su un palcoscenico.

Humlegården. Autunno, 1964. Questa parte mi piace molto. Io sono Einar. Nervoso, emozionato. Bellissimo. (sorride) Se chiudi gli occhi, lo vedi meglio. Vuoi chiudere quegli occhi, per Dio? Bene… vedi i miei piedi che camminano nel parco? E la vedi la panchina verde? Ci arrivo e mi siedo. Già. Ma com’è che ci si siede mentre si aspetta un altro omosessuale. Forse… in modo un pò sensuale, non so. Si. Ma all’improvviso sento delle voci. Tre uomini che camminano verso di me. Io sono terribilmente nervoso. Uno di loro si avvicina. “Tu sei…” E io dico: “Credo di si”. E lui mi sputa, dritto in faccia, e poi lo sento dire: “Cazzo, è veramente disgustoso. Lo dicevo che era un frocio”. Si, ma chiudi quegli occhi. Che stavo facendo? Io avevo Margareta. In quel momento mi sono vergognato così tanto. Ho corso. Poi una macchina si ferma di fronte a me. Vedi… piena di vita. Ed è lì che l’ho visto. Non avevo mai visto un uomo più bello. Lui mi dice: “Vuoi fare un giro con me?”... Devi tenere gli occhi chiusi!... E mi porta in un posto che non sapevo esistesse. Un posto pieno di persone. Persone che erano tutto ciò che io invece non riuscivo ad essere. E tra tutte queste persone, lui guardava proprio me. Mi tende la mano a forma di invito, io ero come un uccellino insicuro. Allora lui si china verso di me e mi sussurra una cosa che ora è il mio motto più importante: “Se qualcuno ti invita a ballare, tu non puoi mai rifiutare”. E non abbiamo mai smesso. E dopo sul più bello dei letti, e quella notte ho fatto il più appassionato, folle sesso…
“Humlegården. Autunno, 1964. Questa parte mi piace molto.”: Attacca con il gusto del ricordo, non con solennità. “Questa parte mi piace molto” va detta come chi apre una scatola preziosa: sorriso piccolo, voce appena più calda, tempo controllato.
“Io sono Einar. Nervoso, emozionato. Bellissimo.”: Qui c’è auto-regia del personaggio. Nomina i tre stati come se li stesse dipingendo davanti ad Agneta; su “Bellissimo” lascia passare un’ironia elegante, non vanità.
“Se chiudi gli occhi, lo vedi meglio. Vuoi chiudere quegli occhi, per Dio?”: Il tono deve farsi più giocoso e direttivo. È importante il cambio di energia: Einar non racconta soltanto, dirige la fantasia dell’altra persona. Usa uno sguardo vivo, quasi teatrale, ma senza gigioneggiare.
“Bene… vedi i miei piedi che camminano nel parco? E la vedi la panchina verde? Ci arrivo e mi siedo.”: Lavora per immagini. Rallenta leggermente su “panchina verde”; puoi accompagnare con un gesto minimo della mano, come se stessi davvero disponendo lo spazio sul palco.
“Ma com’è che ci si siede mentre si aspetta un altro omosessuale. Forse… in modo un pò sensuale, non so.”: Questa è una delle trappole migliori del pezzo. Non farla macchietta. Meglio un mezzo sorriso autoironico, una piccola sistemata della postura, come chi prende in giro il sé giovane senza umiliarlo.
“Ma all’improvviso sento delle voci. Tre uomini che camminano verso di me. Io sono terribilmente nervoso.”: Qui il respiro si accorcia. Niente scatti violenti: basta togliere leggerezza e far entrare un’attenzione animale, come se il corpo sapesse il pericolo un attimo prima della mente.
“Tu sei…” E io dico: “Credo di si”.: La battuta va tenuta semplice. “Credo di sì” non deve essere eroica: è un sì piccolo, quasi involontario, e proprio per questo fa male.
“E lui mi sputa, dritto in faccia… “Cazzo, è veramente disgustoso. Lo dicevo che era un frocio”.”: Non strafare sul trauma. Il punto non è l’esplosione, ma l’umiliazione secca. Dopo “mi sputa” lascia un micro-vuoto, come se il ricordo colpisse ancora il corpo prima della parola.
“Si, ma chiudi quegli occhi. Che stavo facendo? Io avevo Margareta.”: Qui torna il rapporto con Agneta, ed è fondamentale. È come se Einar volesse proteggere o controllare la visione. Su “Io avevo Margareta” fai entrare il peso morale, non solo sentimentale.
“In quel momento mi sono vergognato così tanto. Ho corso.”: Frase breve, da non gonfiare. Io qui lavorerei di sottrazione: sguardo che sfugge per un istante, mascella che si serra appena, poi via.
“Poi una macchina si ferma di fronte a me. Vedi… piena di vita. Ed è lì che l’ho visto.”: Qui cambia il film interiore. Apri fisicamente il petto, lascia più aria alla voce. “Piena di vita” deve illuminare la scena senza diventare lirico.
“Non avevo mai visto un uomo più bello.”: Dillo con assoluta semplicità. L’errore più comune è farne una dichiarazione romantica gonfia; invece funziona se sembra una constatazione che ancora lo sorprende.
“Lui mi dice: “Vuoi fare un giro con me?”... Devi tenere gli occhi chiusi!...”: Questa battuta chiede ritmo. La prima parte più sospesa, la seconda improvvisamente viva, quasi infantile. Einar qui gode del ricordo e insieme della complicità con chi ascolta.
“E mi porta in un posto che non sapevo esistesse. Un posto pieno di persone. Persone che erano tutto ciò che io invece non riuscivo ad essere.”: Questa è una delle chiavi del monologo. Parti con meraviglia, poi fai entrare una punta di dolore su “non riuscivo ad essere”. Non abbassare troppo il tono: il dolore qui passa meglio se resta trattenuto.
“E tra tutte queste persone, lui guardava proprio me.”: Piccola pausa prima di “me”. È il momento in cui il ricordo si fa personale, quasi incredulo. Basta pochissimo: un sorriso che arriva tardi.
“Mi tende la mano a forma di invito, io ero come un uccellino insicuro.”: Bella immagine, ma attenzione a non renderla leziosa. Mantieni delicatezza e un minimo di autoironia; puoi inclinare appena il busto, come se quel corpo giovane fosse ancora lì.
“Allora lui si china verso di me e mi sussurra una cosa che ora è il mio motto più importante…”: Rallenta qui. Stai preparando una frase-cardine. Lo sguardo può farsi più fermo, quasi a passare da narratore a testimone.
“Se qualcuno ti invita a ballare, tu non puoi mai rifiutare”.: Questa frase va protetta. Non recitarla come slogan. Dilla piano, con un sorriso appena accennato e una piena adesione interiore, come se fosse davvero una regola di vita conquistata.
“E non abbiamo mai smesso.”: Tono lieve, quasi incredulo. Qui meno fai, meglio è.
“E dopo sul più bello dei letti, e quella notte ho fatto il più appassionato, folle sesso…”: Non giocarla sul piccante. Il cuore non è l’erotismo esibito, ma la liberazione. Lascia che la frase si apra con piacere e finisca con un filo di vertigine, come se quel ricordo avesse ancora il potere di scomporgli il respiro.
Questo monologo è interessante perché tiene insieme tre piani che un attore deve saper distinguere senza separarli troppo: il racconto rivolto ad Agneta, la rievocazione scenica del passato e la confessione di un’identità finalmente accettata. Io credo che il cuore di questa scena sia proprio qui: Einar non sta solo dicendo “ho amato”. Sta dicendo “ho visto me stesso per la prima volta”.
Il punto chiave è non trattarlo come un semplice monologo nostalgico o come un racconto di formazione queer. C’è anche quello, certo, ma il movimento vero passa dalla vergogna alla presenza. Prima il corpo si contrae, si sporca, fugge. Poi incontra uno sguardo che lo autorizza a esistere. E quella autorizzazione non è solo erotica, è ontologica, quasi teatrale: vieni, entra in scena, balla.
L’errore più comune sarebbe scegliere un solo colore. Farlo tutto soffuso e poetico lo svuota. Farlo tutto teatrale lo rende finto. Attenzione a non cadere nella trappola dell’attore che “interpreta un anziano brillante”: qui servono grazia, memoria e piccole fenditure di vergogna ancora aperte. Claes Månsson, in un pezzo così, funziona se senti che il fascino non cancella mai la ferita.

Funziona per:
provini per ruoli maschili maturi, eleganti e contraddittori
self tape in cui serve passare da ironia a vulnerabilità
audizioni per cinema d’autore o dramma intimista
personaggi che raccontano il passato restando vivi nel presente
Evitalo se:
ti chiedono un monologo aggressivo o ad alta conflittualità
devi stare sotto il minuto e mezzo
il casting cerca realismo secco senza dimensione evocativa
Si abbina bene con: un secondo monologo più terreno e rabbioso, magari contemporaneo, per mostrare un contrasto netto tra memoria lirica e tensione diretta.
Monologo da Call Me by Your Name — desiderio, memoria, identità accolta
Se lavori su questo pezzo, concentrati sulla precisione del cambio tra immagine, ferita e invito. Il monologo Einar Il caffè della pazza gioia vive lì: non nel racconto del passato in sé, ma nel modo in cui quel passato continua a far battere il corpo adesso.

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