Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo è una trappola perfetta per chi cerca un monologo maschile per provino che sembri semplice e invece chieda molto controllo. Il rischio è trattarlo come un pezzo “tenero” o infantile, quando in realtà dentro c’è già un dolore adulto, lucidissimo. Se stai cercando un brano che mostri fragilità, ascolto interiore e verità senza cadere nel melodramma, il monologo di Fausto piccolo da Storia della mia famiglia 2 è un materiale molto utile.
Film/Serie: Storia della mia famiglia 2
Personaggio: Fausto piccolo
Stagione/Episodio: Stagione 2, episodio 3
Minutaggio: 13:43-15:47
Durata monologo: circa 2 minuti
Difficoltà: 8/10 — semplicità apparente, sottotesto emotivo molto delicato
Emozioni chiave: tristezza, lucidità, bisogno d’amore, paura, speranza
Adatto per: provini cinema, self tape drammatici, scuole di recitazione, ruoli adolescenziali/giovanili
Dove vederlo: Netflix
In Storia della mia famiglia 2, questo audio emerge come una registrazione del piccolo Fausto ritrovata in una baita di famiglia. Non è una confessione fatta a un altro personaggio presente in scena: è un messaggio lasciato al “Fausto grande”, quindi a se stesso nel futuro. Questo dettaglio è fondamentale, perché cambia completamente il tono. Fausto non sta cercando di convincere nessuno, non sta litigando, non sta seducendo, non sta mentendo. Sta parlando nel posto più scoperto possibile: quello in cui un bambino prova a darsi da solo un po’ di ordine. Il cuore del monologo è qui: un bambino che ha già capito che in casa qualcosa si è rotto, e prova a trasformare quel dolore in consiglio, quasi in sopravvivenza.

Ciao, mi chiamo Fausto Calamitano, eh o nove anni. Questo messaggio è per Fausto grande. Io ti volevo dire tutte le cose che spero che mi succedano a me. Spero che mamma e papà si sono separati, perché litigano sempre, e non mi piace proprio quando urlano e si tirano le cose. Pure mò che sta per nascere mio fratello piccolo, che ancora non sappiamo come si chiama. Io vorrei che si chiamasse Valerio. Ieri notte li ho sentiti che litigavano, e che urlavano, e papà si è arrabbiato con mamma, e le diceva: “Tu c’hai un altro, dimmi la verità”.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
Vuoi ricevere nuovi monologhi e risorse per attori direttamente via email?
Iscriviti gratis alla newsletter di Recitazione Cinematografica: ogni settimana materiali utili per provini, studio e allenamento attoriale.
Continua...
Ma mamma stamattina mi ha detto che papà dice un sacco di cose stupide, ma che lei gli vuole bene lo stesso; e io le credo, perché mamma mi dice sempre la verità. Spero che tu avrai una bellissima famiglia. Che avrai la casa sempre piena di amici, che pensano che tu sei un uomo bravo, e che non rubi soldi. Ti dò un consiglio, Fausto grande: per essere felice devi per prima cosa pensare a te stesso. Io mi preoccupo sempre che gli altri sono contenti, ma così non funziona. Perché io in questo momento sono triste. Senti a me, per avere una famiglia felice, per prima cosa ognuno deve essere felice lui stesso. E cere volte devi essere egoista: non pensare sempre agli altri come sto facendo io. Ciao Fausto. Ci sentiamo tra un sacco di tempo, perché io spero che tu vivi 74 anni, o anche di più.
“Ciao, mi chiamo Fausto Calamitano, eh o nove anni.”: entra semplice, quasi scolastico. Non cercare subito il dolore. Piccola esitazione su “eh o nove anni”, come se il bambino stesse controllando di dirla giusta. Lo sguardo può stare leggermente basso o fisso sull’oggetto che registra.
“Questo messaggio è per Fausto grande.”: qui serve una scoperta minima. Non è una formula: è il momento in cui capisce davvero che sta parlando a se stesso. Fai una pausa breve prima di “Fausto grande”, con un filo di curiosità.
“Io ti volevo dire tutte le cose che spero che mi succedano a me.”: non correre. Questa frase è goffa, infantile, ma contiene già tutto il bisogno del pezzo. Tienila impacciata, non troppo pulita. Il bello è proprio la sintassi emotiva, non la perfezione.
“Spero che mamma e papà si sono separati, perché litigano sempre…”: qui arriva il primo strappo. Non alzare il volume. L’errore più comune è spingere sul trauma. Meglio abbassare un po’ il tono, quasi come se questa cosa fosse già troppo normale per lui.
“…e non mi piace proprio quando urlano e si tirano le cose.”: rallenta su “non mi piace proprio”. Non è una frase neutra: è il punto in cui il bambino smette di raccontare e lascia filtrare il fastidio, la paura, la stanchezza. Le mani possono irrigidirsi appena.
“Pure mò che sta per nascere mio fratello piccolo…”: qui cambia il ritmo. C’è un pensiero che devia, una distrazione affettiva. Porta una luce minima, quasi un sollievo. Non troppo, perché dura poco.
“…che ancora non sappiamo come si chiama. Io vorrei che si chiamasse Valerio.”: questa è una riga delicatissima. Dilla con un’immagine chiara in testa, come se quel nome per lui fosse già reale. Mezzo sorriso piccolo, non insistito, e poi via.
“Ieri notte li ho sentiti che litigavano, e che urlavano…”: torna il peso. Qui puoi far sentire che sta riportando qualcosa che ha ascoltato di nascosto. Voce più bassa, più ravvicinata, come se ripetere quelle parole fosse quasi proibito.
“…e papà si è arrabbiato con mamma, e le diceva: ‘Tu c’hai un altro, dimmi la verità’.”: sulla battuta del padre non imitare troppo. Non fare la macchietta dell’adulto. Basta un cambio leggerissimo di appoggio e un filo di durezza, senza teatralizzare.
“Ma mamma stamattina mi ha detto che papà dice un sacco di cose stupide…”: qui non c’è ironia, c’è adesione. Il bambino si aggrappa a una versione dei fatti che lo faccia stare in piedi. Dillo con fedeltà assoluta, quasi come un compito imparato bene.
“…ma che lei gli vuole bene lo stesso; e io le credo, perché mamma mi dice sempre la verità.”: questa è una delle chiavi del pezzo. Su “io le credo” fai una pausa brevissima prima di “perché”. Non devi convincere noi: devi convincere te stesso. Lo sguardo può farsi più fermo, quasi ostinato.
“Spero che tu avrai una bellissima famiglia.”: qui entra la visione. Apri leggermente il petto e la voce. È un desiderio, non ancora una realtà. Fallo sembrare un posto che sta vedendo mentre parla.
“Che avrai la casa sempre piena di amici…”: ritmo più morbido, quasi da favola privata. Non diventare sentimentale. Pensa a un bambino che si costruisce un’immagine pratica di felicità.
“…che pensano che tu sei un uomo bravo, e che non rubi soldi.”: attenzione: questa frase è potentissima perché arriva storta. “Non rubi soldi” spunta come una ferita già assorbita. Non sottolinearla con intelligenza adulta. Lasciala cadere quasi normalmente, e proprio per questo farà male.
“Ti dò un consiglio, Fausto grande…”: qui compare un bambino che fa il grande. È bellissimo se lo fai con una serietà sproporzionata. Piccolo cambio di postura, come se volesse mettersi composto per dire una cosa importante.
“per essere felice devi per prima cosa pensare a te stesso.”: non moralizzare. Non è una lezione da maestro, è autodifesa. Appoggia bene “pensare a te stesso”, con una chiarezza quasi sorprendente.
“Io mi preoccupo sempre che gli altri sono contenti, ma così non funziona.”: qui il sottotesto è devastante. È un bambino che ha già il riflesso del mediatore familiare. Tono più diretto, senza pianto. Lascia che il dolore stia nel controllo.
“Perché io in questo momento sono triste.”: frase semplice, ma va detta nuda. Niente musica, niente effetto. Una pausa prima e una dopo. È il punto in cui il monologo si scopre davvero.
“Senti a me, per avere una famiglia felice…”: torna il tentativo di sistemare il mondo. C’è quasi tenerezza nel fatto che voglia ancora dare consigli. Tienilo concreto, come se stesse davvero cercando una regola utile.
“…per prima cosa ognuno deve essere felice lui stesso.”: qui serve chiarezza di pensiero. Non correre, scandisci bene. È una frase adulta detta con bocca infantile: lì sta la forza.
“E cere volte devi essere egoista…”: lascia l’errore, la stortura, l’imprecisione. Non correggere il bambino. È materiale vivo. Puoi anche mettere una piccola esitazione, come se stesse cercando la parola grossa.
“…non pensare sempre agli altri come sto facendo io.”: questa chiusura del blocco centrale va leggermente abbassata. Qui il bambino si auto-svela. Non accusarti troppo: è più triste se lo dice come una constatazione stanca.
“Ciao Fausto. Ci sentiamo tra un sacco di tempo…”: entra una dolcezza finale. Non è una liberazione completa, ma un saluto che prova a essere fiducioso. Ammorbidisci il viso.
“…perché io spero che tu vivi 74 anni, o anche di più.”: chiusura delicatissima. Non giocarla come battuta simpatica. Dentro c’è il desiderio semplice di vivere tanto. Fai sentire che per lui è un numero enorme, quasi mitologico.
Questo monologo di Fausto piccolo in Storia della mia famiglia 2 funziona perché mette insieme due livelli che per un attore sono oro puro: la voce del bambino e il pensiero già deformato dal dolore degli adulti. Io credo che il punto chiave sia proprio questo: non stai interpretando un bambino “carino”, ma un bambino che ha già sviluppato una forma di responsabilità tossica. Vuole aggiustare il mondo, vuole che gli altri siano contenti, vuole prevenire il disastro. E nel farlo si sta già perdendo.
L’errore più comune sarebbe caricare tutto sulla tristezza. Sarebbe troppo facile. In realtà il pezzo vive di lucidità, di piccoli cambi di rotta, di normalità disturbante. Il dolore non esplode quasi mai: filtra. E quando arriva la frase “io in questo momento sono triste”, deve sembrare il punto in cui finalmente il bambino smette di girarci attorno.
Attenzione anche a non renderlo troppo intelligente in senso adulto. Fausto piccolo capisce tantissimo, ma lo esprime con parole imperfette, con nessi storti, con immagini concrete. Devi proteggere quella goffaggine. È lì che il monologo da Storia della mia famiglia 2 diventa davvero forte.
SE TI E' PIACIUTO QUESTO CONTENUTO CONSULTANE ALTRI SUL NOSTRO BLOG!
“Mexico 86”, trama completa e spiegazione del finale del film
Monologo Tony Montana in Scarface: analisi, significato e consigli

Funziona per:
provini per ruoli adolescenziali o preadolescenziali drammatici
self tape in cui vuoi mostrare vulnerabilità trattenuta
provini cinema/serie su personaggi familiari, sensibili, osservatori
esercizi di studio su ascolto interiore e sottotesto
Evitalo se:
ti serve un pezzo esplosivo, aggressivo o molto estroverso
non sai gestire la semplicità senza “recitare il bambino”
il provino richiede energia comica o brillantezza immediata
Si abbina bene con: un monologo più secco e adulto, magari rabbioso, per mostrare contrasto.
Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa sola: non cercare di “fare il piccolo”. Cerca di dire la verità con gli strumenti imperfetti di un bambino. È lì che il monologo di Fausto piccolo da Storia della mia famiglia 2 diventa davvero materiale da provino.
SE TI PIACCIONO I MONOLOGHI DI QUESTO TIPO, CONSULTA LE NOSTRE CATEGORIE DI MONOLOGHI!

Risorse esclusive, monologhi, masterclass gratuite e molto altro. Direttamente nella tua inbox.

Entra nella nostra Community Famiglia!
Recitazione Cinematografica: Scrivi la Tua Storia, Vivi il Tuo Sogno
Scopri Recitazione Cinematografica, il tuo rifugio nel mondo del cinema.
Una Community gratuita su WhatsApp di Attori e Maestranze del mondo cinematografico. Un blog dove attori emergenti e affermati si incontrano, si ispirano e crescono insieme.
Monologhi Cinematografici, Dialoghi, Trame, Classifiche, Interviste ad Attori, Registi e Professionisti del mondo del Cinema.
Formazione cinematografica online per attori e attrici. Ovunque tu sia.