Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Guy da Legends è un campo minato fatto di immagini, rimozione e dolore trattenuto. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri profondità senza cadere nel pianto o nel trauma esibito, questo fa per te. Il punto non è “commuoversi”: è far sentire che Guy sta aprendo una porta che tiene chiusa da anni.
Film/Serie: Legends
Personaggio: Guy
Attore/Attrice: Tom Burke
Stagione/Episodio: Episodio 3, minutaggio 21:00-22:20
Durata monologo: 1 minuto e 20 secondi
Difficoltà: 8/10 — trauma trattenuto, immagini forti, tono controllato
Emozioni chiave: lutto, vergogna, rabbia, tenerezza, rimozione
Adatto per: provini drama, crime, ruoli maschili interiori, self tape intensi
Dove vederlo: Netflix
In Legends, Guy è un uomo silenzioso, tenebroso, abituato a parlare poco e a tenere tutto sotto controllo. Quando finalmente racconta questo frammento del suo passato, non sta facendo una confessione liberatoria. Sta lasciando uscire qualcosa di sepolto, quasi controvoglia. Il monologo arriva in un momento in cui il rapporto con Don si apre appena, e proprio per questo ha valore: non è uno sfogo teatrale, ma una rivelazione minima, difficile, quasi scomoda. Per chi lavora su questo pezzo, il punto è capire che Guy non cerca empatia. Cerca solo di nominare un dolore antico senza lasciarsene travolgere.

Due miei fratelli sono morti. Erano piccoli, io ero il fratello maggiore. Sono morti e… mia madre… sai perché non c’è la metropolitana a Sands End? Durante la peste, seppellivano i cadaveri a Sands End. Ci sono fosse comuni sotto le case. Me lo disse da piccolo mio padre. Non lo so a cosa stesse pensando, ma lo disse. Vivevamo accanto a una fabbrica, e la polvere… non importava se chiudevi le finestre o no… Entrava comunque. Dopo la morte dei miei fratelli mia madre non so se per la polvere, ma… Ha iniziato a pulire. Ogni giorno, ogni notte. Io la guardavo pulire la nostra casetta. La guardavo soffrire. E mio padre sapeva di doverla portare via, lontano dalla polvere, lontano dai miei fratelli, lontano dai corpi sotto la casa. Perciò siamo venuti qui. Io ero scatenato, selvaggio, ma col tempo quella rabbia è stata depressa, e anche il dolore è stato represso.
“Due miei fratelli sono morti.”: Attacca in modo netto, senza preparazione emotiva. Non cercare la commozione sulla prima frase: Guy apre con brutalità asciutta. Sguardo fermo, quasi troppo fermo, come chi ha imparato a dire l’irreparabile senza tremare.
“Erano piccoli, io ero il fratello maggiore.”: Qui entra il peso della responsabilità, ma non va spiegato. Rallenta appena su “fratello maggiore”, lasciando un filo di colpa implicito. Postura immobile, spalle trattenute.
“Sono morti e… mia madre…”: I puntini sono fondamentali. Fai una pausa vera tra “e” e “mia madre”, come se il pensiero cambiasse direzione da solo. La voce può incrinarsi appena, ma senza cedere.
“Sai perché non c’è la metropolitana a Sands End?”: Cambio improvviso, quasi spiazzante. Non fare la battuta “strana”: dilla come una deviazione mentale inevitabile. Sguardo laterale o basso, come se stessi seguendo un filo associativo personale.
“Durante la peste, seppellivano i cadaveri a Sands End. Ci sono fosse comuni sotto le case.”: Qui il linguaggio diventa visivo, concreto, quasi macabro. Non spingere sull’orrore: il gelo funziona meglio del colore. Su “fosse comuni” lascia una micro-pausa prima di “sotto le case”.
“Me lo disse da piccolo mio padre. Non lo so a cosa stesse pensando, ma lo disse.”: Questa parte è importante perché introduce il padre senza sentimentalismo. La seconda frase ha una specie di amarezza incredula: non capisci perché un padre dica una cosa simile a un bambino, ma la ricordi benissimo. Mezzo sorriso assente? No. Meglio una perplessità stanca.
“Vivevamo accanto a una fabbrica, e la polvere…”: Qui il monologo cambia di consistenza. Rallenta su “polvere”, perché è un’immagine concreta ma anche simbolica. Puoi fare un piccolo gesto della mano, quasi involontario, come a sentire ancora quella materia nell’aria.
“non importava se chiudevi le finestre o no… Entrava comunque.”: Frase bellissima da recitare se non la carichi troppo. Pausa sui puntini, come se la memoria respirasse male. “Entrava comunque” va detto piano, definitivo, senza rabbia apparente.
“Dopo la morte dei miei fratelli mia madre non so se per la polvere, ma…”: Qui Guy si avvicina al cuore del trauma. Non finire subito la frase: lascia il dubbio sospeso. Lo sguardo può abbassarsi, per la prima volta davvero.
“Ha iniziato a pulire. Ogni giorno, ogni notte.”: Questa è una frase da non sporcare. Secca, ritmica, ossessiva. Stacca bene i tre blocchi: “Ha iniziato a pulire.” / “Ogni giorno.” / “Ogni notte.” Più sei semplice, più fa male.
“Io la guardavo pulire la nostra casetta. La guardavo soffrire.”: Qui attenzione alla ripetizione. La seconda frase deve scendere più della prima. Su “soffrire” non aprire troppo il dolore: è proprio il trattenimento che crea verità.
“E mio padre sapeva di doverla portare via, lontano dalla polvere, lontano dai miei fratelli, lontano dai corpi sotto la casa.”: Questa è la frase più costruita del pezzo, quasi una spirale. Ogni “lontano” deve allargare il respiro e aumentare la necessità. Non accelerare: è un tentativo disperato di nominare tutto ciò da cui fuggivano. Su “corpi sotto la casa” lascia cadere il peso alla fine, senza sottolinearlo.
“Perciò siamo venuti qui.”: Frase breve, ponte verso il presente. Dilla come un fatto inevitabile, non come una salvezza. Niente sollievo.
“Io ero scatenato, selvaggio, ma col tempo quella rabbia è stata depressa, e anche il dolore è stato represso.”: Qui c’è la definizione di Guy adulto. “Scatenato, selvaggio” non va recitato da ribelle fiero: è quasi una diagnosi. La seconda parte va rallentata molto. Su “represso” non chiudere forte: lascia la parola spegnersi, come se il processo fosse ancora in corso.
Questo monologo di Guy in Legends funziona perché non racconta un trauma in linea retta. Io credo che il cuore di questa scena sia proprio la sua struttura spezzata: morte, madre, fosse comuni, polvere, ossessione domestica, fuga. Guy non sta organizzando un bel racconto. Sta cercando di stare in piedi mentre tocca ricordi che gli arrivano addosso per immagini.
Il punto chiave è che il testo alterna dato secco e immagine allucinata. È questo a renderlo vivo. La peste, i cadaveri, la polvere che entra comunque, la madre che pulisce ogni giorno e ogni notte: non sono decorazioni. Sono il modo in cui Guy ha imparato a pensare il dolore, come contaminazione continua, qualcosa che passa sotto le porte e resta nelle stanze.
L’errore più comune sarebbe recitarlo come un monologo “triste”. Non basta, e anzi lo rovina. Attenzione a non cadere nella trappola del vittimismo o del tono monotono da uomo tormentato. Guy non si compiange. Guy constata. E proprio questa constatazione fa paura. Il pezzo funziona quando l’attore capisce che la vera emozione non è il lutto in sé, ma la repressione del lutto. Tutto in questo monologo parla di qualcosa che entra comunque e che non è mai stato davvero espulso.

Funziona per:
provini per ruoli maschili introversi e complessi
crime drama, thriller, personaggi con trauma non risolto
self tape realistici dove serve controllo emotivo
scene da accademia in cui mostrare immagini e sottotesto
Evitalo se:
ti chiedono un pezzo dinamico, brillante o relazionale
hai bisogno di mostrare esplosione emotiva aperta
il provino richiede energia seduttiva o comando esteriore
Si abbina bene con: un secondo monologo più asciutto e aggressivo, magari professionale, per mostrare il contrasto tra interiorità repressa e funzione pubblica.
Monologo di Don da Legends — trauma e controllo operativo
Monologo di Jimmy da Mystic River — lutto maschile e furia trattenuta
Se lavori su questo pezzo, concentrati sulle immagini e sui cambi di direzione del pensiero. In Legends, Guy non racconta per essere capito fino in fondo. Racconta per non mentire, almeno una volta. Ed è proprio questo che lo rende un monologo potente per attori.

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