Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri dolore trattenuto, rancore e senso di colpa senza scivolare nel pianto facile, questo fa per te. Il monologo di Hakan in Mangia prega abbaia è una trappola perfetta: sulla carta sembra uno sfogo lineare, ma in scena funziona solo se tieni tutto sotto pressione, come uno che parla perché non riesce più a non farlo. Ed è proprio questo che può fare la differenza in un provino.
Film/Serie: Mangia prega abbaia
Personaggio: Hakan
Attore/Attrice: Kerim Waller
Minutaggio: 1:20:21 - 1:21:30
Durata monologo: 1 minuto e 30 secondi
Difficoltà: 8/10 — dolore trattenuto, non melodrammatico
Emozioni chiave: rabbia, colpa, lutto, disgusto, vulnerabilità
Adatto per: provini drammatici, ruoli maschili chiusi, scene di trauma familiare, self tape intensi
Dove vederlo: Netflix
Hakan arriva in Mangia prega abbaia come l’uomo più duro del gruppo: brusco, scorbutico, poco disposto a raccontarsi. Ha con sé Roxy, una cagna costretta alla museruola e trattata quasi come una colpa vivente. Quando il gruppo va in crisi e le maschere cadono, viene fuori il nucleo del personaggio: Hakan non sta solo gestendo un cane difficile, sta convivendo con un lutto mai elaborato. Questo monologo arriva quando finalmente smette di recitare il ruolo del duro e lascia emergere il vero motivo del suo rancore. Per un attore è materiale prezioso, perché il centro della scena non è la tragedia raccontata, ma la fatica di pronunciarla.

Io e mia moglie abbiamo preso Roxy da mio fratello un anno fa, Emre.
Lui aveva sempre voluto un cane grande e forte, che lo potesse aiutare nel suo lavoro di guardia giurata.
Così gli regalai Roxy.
Poi una notte ci fu un furto, nel centro commerciale dove lui era in servizio.
Cercò di catturare i ladri.
Pensava di farcela, col cane al suo fianco.
Ma Roxy non l'aiutò.
La vigliacca si era nascosta in un angolo.
Mentre Emre…
(pausa)
lo buttarono a terra, fu ferito gravemente alla testa.
Lui alla fine morì.
In ospedale riprese conoscenza per un attimo, e gli promisi che mi sarei preso cura di Roxy.
Come faccio a farlo?
Mi sento male quando guardo questa codarda.
“Io e mia moglie abbiamo preso Roxy da mio fratello un anno fa, Emre.”: attacca in modo concreto, quasi burocratico, come uno che vuole restare nei fatti. Non guardare subito l’interlocutore: meglio partire con gli occhi bassi o di lato. Su “Emre” lascia un micro rallentamento, appena percettibile, perché lì entra il fratello e cambia il peso della frase.
“Lui aveva sempre voluto un cane grande e forte, che lo potesse aiutare nel suo lavoro di guardia giurata.”: qui non fare poesia. È un ricordo pratico, quasi quotidiano. Il tono deve avere un’ombra di affetto trattenuto, ma subito ricoperto da durezza. Postura chiusa, spalle leggermente in avanti, come uno che non vuole aprire il petto.
“Così gli regalai Roxy.”: frase breve, importantissima. Non sottolinearla troppo. Proprio perché è semplice, deve pizzicare. Qui il sottotesto è: “Sono coinvolto. In parte è colpa mia.” Meglio una chiusura secca, senza cercare emozione.
“Poi una notte ci fu un furto, nel centro commerciale dove lui era in servizio.”: inizia a entrare nel racconto traumatico. Aumenta appena il ritmo, come chi vuole attraversare in fretta una parte insopportabile. Occhi che evitano il contatto, respiro più corto.
“Cercò di catturare i ladri.”: frase netta. Va detta con una punta di orgoglio verso Emre. Non allungarla. È quasi un colpo secco.
“Pensava di farcela, col cane al suo fianco.”: qui arriva l’illusione. Io credo che vada detta con una minima incrinatura, ma ancora controllata. Non piangere, non commuoverti troppo presto. Piuttosto, lascia entrare un filo di amarezza su “al suo fianco”.
“Ma Roxy non l’aiutò.”: questa è la prima coltellata. Falla cadere con semplicità. Pausa prima o dopo, ma breve. Lo sguardo può finalmente alzarsi sull’interlocutore, quasi a sfidarlo a giudicare.
“La vigliacca si era nascosta in un angolo.”: attenzione a non strafare. L’errore più comune è gridare “vigliacca”. Molto meglio dirlo con disgusto freddo, come una sentenza che Hakan si ripete da mesi. La mascella si irrigidisce, il labbro può tendersi appena.
“Mentre Emre…”: questa è la frattura del monologo. Tenetela stretta. Qui serve una pausa vera, non decorativa. La voce si blocca perché il corpo arriva al limite. Non aggiungere gesti inutili: basta un respiro trattenuto, magari un piccolo movimento della gola o della mandibola.
“lo buttarono a terra, fu ferito gravemente alla testa.”: riprendi come se stessi forzando il racconto contro la tua volontà. Il tono non deve diventare più emotivo: deve diventare più nudo. Occhi fissi in un punto preciso, come se stessi rivedendo la scena.
“Lui alla fine morì.”: questa va detta quasi troppo semplice. È proprio la semplicità a fare male. Non cercare la lacrima, non abbassare la testa in modo teatrale. Piuttosto, lascia che la frase suoni come qualcosa che hai detto mille volte senza mai accettarlo davvero.
“In ospedale riprese conoscenza per un attimo, e gli promisi che mi sarei preso cura di Roxy.”: qui entra la promessa, quindi entra il conflitto. Cambia leggermente energia: meno rabbia, più peso morale. È il momento in cui capiamo che Hakan non odia soltanto Roxy, odia anche il vincolo che lo tiene legato a lei.
“Come faccio a farlo?”: è la battuta che apre davvero il personaggio. Falla come una domanda reale, non retorica. Piccolo vuoto prima della frase, sguardo finalmente diretto. È il punto in cui il duro si incrina.
“Mi sento male quando guardo questa codarda.”: chiusura durissima. Non trasformarla in esplosione. Meglio una voce bassa, stanca, quasi disgustata da se stesso oltre che da lei. Su “mi sento male” fai percepire che il problema non è solo la cagna: è ciò che lei riattiva ogni volta.
Nel complesso, questo monologo Hakan Mangia prega abbaia chiede una cosa precisa: non interpretare il trauma come sfogo, ma come resistenza allo sfogo. Il corpo dovrebbe trattenere più di quanto la voce riveli. E quando la voce si rompe, anche solo di poco, il pubblico lo sente subito.
Questo monologo è interessante perché non racconta solo un fatto tragico: mette in scena una contraddizione morale. Hakan ha promesso al fratello morente di prendersi cura di Roxy, ma Roxy è anche il bersaglio su cui ha spostato tutto il suo dolore. Il punto chiave è proprio questo: lui parla del cane, ma in realtà sta parlando del proprio fallimento davanti al lutto.
Io credo che il cuore di questa scena sia il conflitto tra dovere e repulsione. Hakan non è un uomo che vuole commuovere. Vuole giustificare il proprio rancore. Eppure, mentre parla, capiamo che quel rancore lo sta consumando. Per questo il monologo di Kerim Waller in Mangia prega abbaia funziona: non cerca il pathos, lo evita fino all’ultimo.
L’errore più comune sarebbe giocarlo tutto sulla rabbia o tutto sulla tristezza. Sarebbero entrambe scelte riduttive. La rabbia c’è, ma è un coperchio. La tristezza c’è, ma Hakan non vuole mostrarla. Un attore deve stare in quella tensione. Attenzione anche a non “fare il lutto” in modo generico: qui il sottotesto è molto più sporco, più scomodo. C’è amore per il fratello, sì, ma anche colpa, frustrazione e perfino bisogno di un colpevole facile.

Funziona per:
provini per ruoli maschili drammatici e introversi
scene di trauma familiare o lutto trattenuto
self tape in cui serve mostrare controllo e crepa emotiva
personaggi duri con vulnerabilità nascosta
Evitalo se:
il provino chiede leggerezza o brillantezza
hai bisogno di un pezzo più giovane e dinamico
tendi naturalmente al melodramma e non controlli bene le pause
Si abbina bene con: un secondo monologo più aperto, ironico o seduttivo, così mostri contrasto e non resti schiacciato su un’unica energia.
Monologo di Lee Chandler da Manchester by the Sea — dolore trattenuto, colpa ingestibile
Monologo di Will da Will Hunting - Genio ribelle — difesa emotiva che crolla
Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sul “raccontare bene” e più sul non voler raccontare. È lì che il monologo di Hakan da Mangia prega abbaia diventa vivo davvero. E quando succede, in provino si vede subito.

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