Monologo di Lahn da My Dearest Assassin: la vendetta

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Monologo di Lahn da "My Dearest Assassin": cicatrici e assassini

Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri dolore trattenuto, lucidità e una svolta verso l’azione, questo pezzo di Lahn da My Dearest Assassin fa davvero al caso tuo. È una trappola perfetta per chi tende a “spingere” troppo l’emozione: qui funziona solo se tieni tutto compresso, come se il corpo stesse cercando di non cedere. Nel film Netflix My Dearest Assassin, interpretata da Pimchanok Luevisadpaibul, il monologo arriva quando Lahn smette di chiedere protezione e decide di diventare pericolosa.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: My Dearest Assassin

  • Personaggio: Lahn

  • Attore/Attrice: Pimchanok Luevisadpaibul

  • Minutaggio: 1:13:00-1:13:40

  • Durata monologo: 40 secondi

  • Difficoltà: 8/10 — dolore trattenuto, svolta feroce, zero melodramma

  • Emozioni chiave: lutto, colpa, paura, determinazione, rabbia

  • Adatto per: provini drama/action, ruoli intensi, personaggi feriti ma attivi

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

In My Dearest Assassin, Lahn è una giovane donna cresciuta sotto protezione perché il suo sangue raro la rende un bersaglio. Il film la segue dentro un mondo di violenza, addestramento e legami affettivi molto compressi, fino al momento in cui capisce che restare passiva significa continuare a sopravvivere grazie al sacrificio degli altri. Questo monologo arriva proprio lì: davanti a Pran, la persona di cui si fida di più, Lahn mette in parole il dolore fisico e mentale che porta alla gola, dove ha la cicatrice. Non sta chiedendo conforto. Sta chiedendo di essere trasformata.

Qui trovi la trama completa del film "My dearest assassin" e una spiegazione del finale

Testo del monologo

Il dolore colpisce sempre qui.
(si tocca la gola)
Ogni volta. Ogni volta che penso ai miei.

Ci provo a mandarlo giù, ma è difficile. Sempre più difficile.
Ho avuto due case, nella mia vita.
Nella prima sono morti a casa mia. E ora anche in questa stanno morendo.
Se non esiste un posto abbastanza sicuro per me, allora dovrò imparare a proteggermi da sola, giusto?
Pran. Devi insegnarmi ad uccidere.
Non posso più pesare sugli altri.
Non voglio più svegliarmi con il pensiero che qualcun altro morirà.
Insegnami ad essere un’assassina, devi farlo.
Io voglio che mi muoia davanti.

Note di recitazione riga per riga

“Il dolore colpisce sempre qui.”: Lavora sul gesto alla gola come se fosse automatico, non teatrale. La voce non deve partire alta: meglio bassa, quasi roca. Lo sguardo non cerca subito Pran; prima resta per un attimo sul vuoto, come se il corpo ricordasse da solo.

“Ogni volta. Ogni volta che penso ai miei.”: Ripeti il secondo “ogni volta” con una minima variazione: meno constatazione, più ferita. Piccola pausa prima di “ai miei”, come se il pensiero della famiglia facesse male già nel nominarla. Non piangere qui: trattieni.

“Ci provo a mandarlo giù, ma è difficile. Sempre più difficile.”: Qui il verbo importante è “mandarlo giù”. Fai sentire che Lahn sta parlando di un dolore fisico e non solo emotivo. Puoi deglutire davvero prima di “ma è difficile”. Su “sempre più difficile” rallenta appena e lascia che la voce perda stabilità.

“Ho avuto due case, nella mia vita.”: Questa frase va detta semplice, quasi nuda. Niente enfasi sul numero due. La postura può raddrizzarsi un poco, come se stesse mettendo ordine nei fatti per non crollare. È una battuta di memoria, non di sfogo.

“Nella prima sono morti a casa mia. E ora anche in questa stanno morendo.”: Qui attenzione a non trasformarla in lamentazione. La prima parte è più secca, come una verità archiviata ma mai guarita. La seconda deve arrivare peggio: “stanno morendo” è il presente che la schiaccia. Guarda Pran solo su questa seconda metà.

“Se non esiste un posto abbastanza sicuro per me, allora dovrò imparare a proteggermi da sola, giusto?”: Questa è la svolta mentale del monologo. Parti come in un ragionamento freddo, poi lascia entrare la decisione. “Giusto?” non è una domanda fragile: è quasi una sfida, o una richiesta di conferma che in realtà ha già deciso tutto. Tieni il mento fermo.

“Pran.”: Qui basta pochissimo. Il nome va isolato. Pausa prima e dopo. Dillo guardandolo davvero, come se adesso il discorso smettesse di essere generale e diventasse una richiesta personale, irreversibile.

“Devi insegnarmi ad uccidere.”: Non gridarla. Più la dici piano, più funziona. La parola “uccidere” non va caricata con rabbia da film d’azione: va detta con lucidità. Il corpo può essere immobile; è la precisione a far paura.

“Non posso più pesare sugli altri.”: Qui entra la colpa. Fai sentire che la ferita non è solo il lutto, ma l’idea di essere la causa indiretta della morte altrui. Le spalle possono cedere per un istante. Poi recuperi.

“Non voglio più svegliarmi con il pensiero che qualcun altro morirà.”: Questa è la battuta più intima. Rallenta su “svegliarmi”. Lascia un piccolo vuoto prima di “qualcun altro”. Lo sguardo può abbassarsi, non per debolezza ma perché qui Lahn si tradisce davvero.

“Insegnami ad essere un’assassina, devi farlo.”: La seconda richiesta è diversa dalla prima: meno disperata, più ferma. Su “assassina” non fare l’effetto shock. Il punto è che Lahn ha già accettato l’idea. “Devi farlo” può chiudersi con una durezza nuova, quasi insolita per lei.

“Io voglio che mi muoia davanti.”: Questa frase è pericolosa. L’errore più comune è recitarla come vendetta esplosiva. Meglio invece una linea fredda, quasi svuotata. Se funziona, deve fare impressione proprio perché Lahn arriva a dirla senza alzare troppo il volume. Fissa un punto preciso, come se vedesse già quella morte.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché in quaranta secondi contiene due movimenti netti: prima il dolore che risale, poi la decisione di cambiare natura. Io credo che il cuore della scena sia proprio questo passaggio. Lahn non sta solo confessando una sofferenza; sta ridefinendo se stessa davanti a Pran. Per un attore, questa è una miniera, perché ti costringe a lavorare su un arco interno molto veloce ma leggibile.

Il punto chiave è il sottotesto della colpa. Lahn non dice soltanto “ho sofferto”. Dice, in sostanza, “intorno a me si muore e io non posso più restare quella da salvare”. Se perdi questa dimensione, il monologo diventa una semplice richiesta di vendetta. Invece è più complesso: è lutto, vergogna, bisogno di controllo.

L’errore più comune sarebbe farlo tutto sullo stesso colore: tutta tristezza o tutta rabbia. No. Qui serve una progressione. Inizio compresso, centro ragionato, finale quasi gelido. Pimchanok Luevisadpaibul, nel corpo stesso del personaggio di Lahn, funziona proprio perché la scena non esplode subito ma si stringe sempre di più fino alla frase finale, che arriva come una lama. Anche per questo il monologo di Lahn da My Dearest Assassin è materiale forte per studio e provino.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli femminili drammatici con trauma trattenuto

  • personaggi action che devono mostrare fragilità e decisione

  • self-tape in cui vuoi far vedere controllo emotivo

  • casting per figure giovani adulte segnate dalla perdita

Evitalo se:

  • ti chiedono un pezzo brillante o leggero

  • hai poco controllo sulle pause e tendi a melodrammatizzare

  • il provino richiede energia estroversa e immediata

Si abbina bene con: un secondo monologo più aperto e vulnerabile, magari da rapporto familiare o sentimentale, per mostrare contrasto.

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