Monologo di Martin de La Torre (Diego Luna) da Mexico '86: non mi pento di nulla

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Monologo di Martin de La Torre (Diego Luna) da "Mexico '86": non mi pento di nulla

Se stai cercando un monologo maschile per provino che lavori su presenza, amarezza e controllo senza sfociare nel melodramma, questo pezzo fa per te. Il monologo di Martin de La Torre in Mexico '86 è interessante perché ti costringe a stare fermo e a reggere tutto quasi solo con sguardo, pause e sottotesto. È una trappola perfetta: sulla carta sembra semplice, ma se lo giochi tutto su un unico tono diventa piatto in pochi secondi.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Mexico '86

  • Personaggio: Martin de La Torre

  • Attore/Attrice: Diego Luna

  • Minutaggio: 1:25:00 – 1:26:46

  • Durata monologo: 1 minuto e 46 secondi

  • Difficoltà: 8/10 — controllo totale, sottotesto alto, zero sfoghi facili

  • Emozioni chiave: rimpianto, orgoglio, amarezza, ironia, difesa

  • Adatto per: provini cinema, self tape drammatici, ruoli ambigui, adulti carismatici

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Martin de La Torre, interpretato da Diego Luna, arriva a questo momento dopo aver toccato il centro del potere calcistico e averne poi pagato il prezzo. Non è un uomo innocente, e il film Mexico '86 non prova mai a ripulirlo. In questa scena finale guarda direttamente in camera e parla quasi come se si stesse giustificando, ma senza chiedere perdono. Il punto è proprio questo: Martin non cerca compassione, cerca il controllo del racconto. Per un attore è materiale ottimo, perché devi sostenere una confessione che in realtà è anche un atto di autoassoluzione.

Testo del monologo

Non mi piace più guardare la Nazionale. Mi fa ancora male. Ma dall’86 la Nazionale non è più la stessa. E il pubblico c’è sempre stato, pronto a sostenere. Quel mondiale è stato un enorme successo. Televisa fece un sacco di soldi; l’intero paese era orgoglioso. Una festa come quella non c’è mai più stata. Ma il sistema è bastardo, no? Azcarraga mi fece cancellare dal calcio per sempre. E l’intero paese sapeva che avevamo saltato Italia ‘90 per colpa mia. 

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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Ma la vita non mi va così male, no… La FEMEXFUT era piena di intrecci politici, il calcio era davvero estenuante. Sembrerà strano, ma diciamo che io non mi pento proprio di niente. Quanti avrebbero voluto organizzare la coppa del Mondo che ha cambiato la storia dei mondiali. Nessuno lo racconta, è? Ma io stavo qui. Vado di fretta, ho una partita. Da certi sport non ti escludono tanto facilmente, ma bisogna conoscere le regole.

Note di recitazione riga per riga

“Non mi piace più guardare la Nazionale.”: entra basso, quasi asciutto; niente enfasi nostalgica; sguardo diretto ma non aggressivo; lascia l’idea di una ferita che non vuoi mostrare troppo.

“Mi fa ancora male.”: rallenta su “ancora”; micro pausa prima di “male”; mandibola leggermente contratta; qui non devi piangerti addosso, devi ammettere un fastidio che brucia ancora.

“Ma dall’86 la Nazionale non è più la stessa.”: cambia leggermente assetto, come se passassi dal personale alla Storia; usa un tono più fermo; piccolo accenno d’orgoglio su “dall’86”.

“E il pubblico c’è sempre stato, pronto a sostenere.”: alleggerisci appena; sguardo che si apre per un istante; non suonare celebrativo, ma come uno che rivendica un merito collettivo.

“Quel mondiale è stato un enorme successo.”: frase netta, senza esitazioni; qui Martin si rianima; busto leggermente in avanti; deve sembrare una verità che per lui non è negoziabile.

“Televisa fece un sacco di soldi; l’intero paese era orgoglioso.”: spezza bene le due metà; la prima più cinica, quasi con mezzo sorriso amaro; la seconda più ampia, come se cercassi ancora una giustificazione morale.

“Una festa come quella non c’è mai più stata.”: qui serve un velo di nostalgia, ma trattenuta; abbassa appena il volume; non guardare altrove troppo presto, resta dentro il ricordo.

“Ma il sistema è bastardo, no?”: cambio secco; fai sentire il morso; il “no?” non è una domanda vera, è una richiesta di complicità; leggero sorriso storto, breve e subito spento.

“Azcarraga mi fece cancellare dal calcio per sempre.”: non accusare gridando; più efficace se lo dici quasi con lucidità burocratica; appoggia “cancellare”; fai sentire l’umiliazione sotto la superficie.

“E l’intero paese sapeva che avevamo saltato Italia ‘90 per colpa mia.”: qui non correre; “intero paese” va allargato; su “colpa mia” evita il vittimismo, meglio un tono di constatazione sporca.

“Ma la vita non mi va così male, no…”: questa è una frase-trappola; falla partire leggera, poi lascia che si svuoti; il “no…” finale può restare sospeso, come se non ci credessi del tutto neanche tu.

“La FEMEXFUT era piena di intrecci politici, il calcio era davvero estenuante.”: tono più analitico; Martin qui si riposiziona come uomo che conosce il sistema; usa un ritmo più scorrevole, quasi professionale.

“Sembrerà strano, ma diciamo che io non mi pento proprio di niente.”: il cuore del pezzo; non dirla da villain compiaciuto; il punto è che lui ci crede davvero; pausa prima di “io”; su “niente” chiudi con fermezza, senza volume extra.

“Quanti avrebbero voluto organizzare la coppa del Mondo che ha cambiato la storia dei mondiali.”: qui sale l’orgoglio; attenzione a non gonfiare troppo; pensa più a una rivendicazione intima che a uno slogan.

“Nessuno lo racconta, è?”: cerca contatto diretto con chi guarda; tono più personale, quasi confidenziale; il “è?” deve suonare come una puntura, non come una battuta.

“Ma io stavo qui.”: frase breve, potentissima; non muovere troppo il corpo; lasciala cadere con peso; è una richiesta di riconoscimento, quasi un marchio.

“Vado di fretta, ho una partita.”: improvvisa accelerazione; porta dentro una leggerezza quasi sfacciata; qui Martin si ricompone e si rimette la maschera dell’uomo operativo.

“Da certi sport non ti escludono tanto facilmente, ma bisogna conoscere le regole.”: chiusura da giocare con intelligenza; tono allusivo, non ammiccante; piccolo mezzo sorriso solo alla fine; esci dalla scena con la sensazione che quest’uomo stia ancora giocando, sotto altre forme.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché non chiede all’attore uno sfogo, ma un equilibrio molto più difficile: tenere insieme confessione, orgoglio e autodifesa. Io credo che il cuore della scena sia proprio qui. Martin de La Torre, in Mexico '86, non sta dicendo la verità completa: sta costruendo una versione della verità in cui può continuare a vivere.

Il punto chiave è il contrasto tra ferita e vanità. Da una parte dice che gli fa male, che è stato escluso, che il sistema l’ha punito. Dall’altra continua a ricordarti che senza di lui quel miracolo non sarebbe esistito. È un uomo sconfitto che però si sente ancora indispensabile. E questo, per un attore, è oro puro.

L’errore più comune sarebbe giocarlo tutto in amarezza o tutto in compiacimento. Se fai solo l’uomo distrutto, perdi il veleno. Se fai solo il manipolatore brillante, perdi il costo umano della scena. Diego Luna in Mexico '86 regge il monologo proprio perché resta in mezzo: controllato, intelligente, mai scoperto fino in fondo. Attenzione anche a non “spiegare” troppo. Questo pezzo funziona se lasci spazio al sottotesto, non se sottolinei ogni frase come se fosse una sentenza.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • ruoli maschili adulti ambigui e carismatici

  • provini per personaggi politici, dirigenti, manipolatori

  • self tape drammatici con rottura della quarta parete

  • scene dove serve autorità incrinata, non fragilità aperta

Evitalo se:

  • ti chiedono un pezzo giovane, istintivo, impulsivo

  • hai bisogno di mostrare ampia escursione emotiva esterna

  • il provino richiede energia fisica o grande trasformazione corporea

Si abbina bene con: un monologo più emotivo e scoperto, magari familiare o sentimentale, per mostrare contrasto.

Se lavori sul monologo di Martin de La Torre da Mexico '86, concentrati soprattutto sulle transizioni interne. Non devi dimostrare quanto senti: devi far vedere quanto stai trattenendo mentre racconti. È lì che il pezzo prende davvero vita.

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