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~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Zero da Due spicci è una trappola perfetta per un attore: sembra uno sfogo brillante, quasi comico, e invece sotto nasconde vergogna, colpa, amore filiale e una frattura interiore molto difficile da tenere insieme. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri nevrosi, ritmo e verità senza cadere nell’enfasi, questo fa per te. Il punto è non “farlo simpatico”: devi far sentire che l’ironia è solo il primo strato.
Film/Serie: Due spicci
Personaggio: Zero
Attore/Attrice: Zerocalcare
Stagione/Episodio: Episodio 8
Minutaggio: 15:00 - 16:30
Durata monologo: 1 minuto e 30 secondi
Difficoltà: 8/10 — ritmo alto, svolta emotiva da non forzare
Emozioni chiave: frustrazione, senso di colpa, tenerezza, impotenza, vergogna
Adatto per: provini dramedy, ruoli introversi, self tape contemporanei, personaggi nevrotici
Dove vederlo: Netflix
In questa scena di Due spicci, la madre di Zero gli ha appena detto una cosa apparentemente semplice e invece devastante: vorrebbe che lui fosse felice. Per Zero, però, quella richiesta non è un conforto. Diventa un peso insostenibile, perché tocca il suo punto cieco più profondo. Rimasto solo con la sua coscienza, si lascia andare a uno sfogo che parte come una protesta ironica e si trasforma in una confessione molto più dolorosa. Il personaggio di Zero, interpretato da Zerocalcare, non sta accusando sua madre: sta cercando di spiegare perché una mancanza interiore può esistere anche quando hai ricevuto amore vero. Questo, per l’attore, è il centro da non perdere.

E porcoddue, m’hai detto cazzo! Se me dici: “Te chiedo solo una cosa”, m’aspetto ‘na cosa facile. Tipo: “Te chiedo solo una cosa, manname un messaggino quando torni a casa“. No: “essere felice”! Che porcoddue è soltanto tipo la ricerca infinita de tutti gli individui da quando nascono a quanno crepano in tutta ‘a storia dell’umanità.
Che poi, me poi chiede una cosa su cui non c’ho nessun controllo!? Non è che sò decido io se sò felice o no. E’ come se me chiedi na cosa: “De avecce la voce de Aretha Franklin” Ma io che ce posso fà se gracchio (fa un verso da cornacchia).
Mo sò infelice e me sento pure in colpa, come ‘na bestia ingrata!
Perché è vero che non me hai fatto mancà niente. Sò stato un regazzino amato: c’ho avuto er super Nintendo, la Xbox, la Playstation 1, 2, 3, 4, 5.
Me sei venuta a prende ae feste a mezzanotte quando te chiedevo de vederci dietro l’angolo perché me vergognavo de te e papà.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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M’hai cantato le efferate ninne nanne francesi su e vedove dei mariti morti in guerra quando non riuscivo a dormì.
Me hai accompagnato a vedè Jurassic Park al cinema 12 giorni de fila perché stavo ‘n fissa.
Hai fatto tutto quello che serve pe rende ‘n regazzino felice.
Quindi non è corpa tua, non hai sbagliato niente, non è corpa de nessuno.
No ‘o sò che è: forse ce so de’e emozioni a cui qualcuno de noi non c’ha accesso.
Lo sai che stanno là, dietro ‘na porta, però non sai come aprirla.
Ma questo non lo poi dì a chi te vole bene, perché sennò se danna l’anima.
“E porcoddue, m’hai detto cazzo!”: attacca subito, senza preparazione elegante. Il tono è di shock nervoso, non di rabbia pura. Entra già in movimento, come se la frase ti fosse uscita addosso. Occhi larghi per un istante, poi subito una smorfia di incredulità.
“Se me dici: ‘Te chiedo solo una cosa’, m’aspetto ‘na cosa facile.”: qui lavora di logica, quasi da avvocato isterico. Ritmo serrato, ma non uniforme. Piccola accentazione ironica su “una cosa facile”. La postura può sbilanciarsi leggermente in avanti, come se stessi cercando un testimone che ti dia ragione.
“Tipo: ‘Te chiedo solo una cosa, manname un messaggino quando torni a casa’.”: cambia leggermente colore. Più quotidiano, quasi imitativo. Non fare macchietta della madre: basta un tono un po’ più pratico e casalingo. Mezzo sorriso rapido, che sparisce subito.
“No: ‘essere felice’!”: qui fermati un secondo prima di “essere felice”. Deve arrivare come l’assurdità centrale. Appoggia bene “felice”, ma senza urlarlo troppo. L’effetto dev’essere: “ma ti rendi conto?”
“Che porcoddue è soltanto tipo la ricerca infinita…”: qui serve un’accelerazione controllata. È una frase lunga e comica, ma sotto ha panico. Non correre fino a mangiarti le parole. Fai sentire la spirale mentale: una cosa detta quasi per scherzo diventa immediatamente cosmica, enorme.
“Che poi, me poi chiede una cosa su cui non c’ho nessun controllo!?”: cambia marcia. Meno parodia, più frustrazione vera. Apri appena le mani, come a dire: “che potere ho io su questa cosa?” La parola chiave è “controllo”: rallenta lì e falle portare peso.
“Non è che sò decido io se sò felice o no.”: qui togli volume. Più intimo, più nudo. È la prima vera ammissione. Guarda altrove, non troppo frontalmente. Come se questa verità ti imbarazzasse.
“E’ come se me chiedi… ‘De avecce la voce de Aretha Franklin’”: questo passaggio va alleggerito, ma solo in superficie. Il paragone fa ridere, però non devi cercare la risata. Pensalo davvero assurdo. Su “Aretha Franklin” puoi concederti un piccolo gusto ritmico.
“Ma io che ce posso fà se gracchio” (fa un verso da cornacchia).: il verso è delicatissimo. Fallo breve, brutto, quasi imbarazzante. Non deve essere numero comico. Deve sembrare un’autoumiliazione lampo. Subito dopo, rientra nel testo senza compiacerti dell’effetto.
“Mo sò infelice e me sento pure in colpa, come ‘na bestia ingrata!”: questo è il primo colpo emotivo netto. Non gridarlo tutto. Parti più trattenuto su “Mo sò infelice” e lascia che la spinta salga su “in colpa”. “bestia ingrata” va detto con disgusto verso se stessi, non con rabbia generica.
“Perché è vero che non me hai fatto mancà niente.”: qui il monologo gira. Rallenta chiaramente. Tono più basso, quasi più fermo. È il momento in cui smette di lamentarsi e comincia a riconoscere. Se fai bene questo passaggio, la scena si apre.
“Sò stato un regazzino amato: c’ho avuto er super Nintendo, la Xbox, la Playstation 1, 2, 3, 4, 5.”: non trattare l’elenco come battuta da cabaret. Dietro c’è tenerezza. Lascia che i nomi delle console portino un sorriso di memoria, non di sketch. Il ritmo qui può essere leggermente più cantilenante, come chi sta contando prove concrete.
“Me sei venuta a prende ae feste a mezzanotte…”: qui entra la vergogna infantile. Tienila piccola, non drammatizzarla. Un mezzo abbassamento degli occhi su “me vergognavo de te e papà” basta più di mille effetti.
“M’hai cantato le efferate ninne nanne francesi…”: frase bellissima perché mischia ironia e affetto. Trovaci un tono tenero-sporco, non sdolcinato. Su “efferate” puoi lasciare passare un mezzo sorriso incredulo.
“Me hai accompagnato a vedè Jurassic Park al cinema 12 giorni de fila…”: qui fai entrare un ricordo molto concreto. Più è specifico, più funziona. Non spingere il lato buffo dei “12 giorni”: dillo come un dettaglio che ti commuove proprio perché assurdo e vero.
“Hai fatto tutto quello che serve pe rende ‘n regazzino felice.”: questa è una frase-ponte. Dilla semplice, quasi pulita. Niente tremore costruito. È una constatazione, e proprio per questo fa male.
“Quindi non è corpa tua, non hai sbagliato niente, non è corpa de nessuno.”: qui c’è bisogno di chiarezza. Ogni segmento va separato da una micro-pausa. È come se stessi mettendo in ordine un processo interiore. Tono calmo, quasi fermo, ma incrinato sotto.
“No ‘o sò che è: forse ce so de’e emozioni a cui qualcuno de noi non c’ha accesso.”: questo è il cuore del monologo. Rallenta molto su “non c’ha accesso”. Sguardo perso, non verso un interlocutore preciso. Devi sembrare uno che vede davvero quella porta, ma non sa raggiungerla.
“Lo sai che stanno là, dietro ‘na porta, però non sai come aprirla.”: qui non fare filosofia. Rendila immagine concreta. Piccola pausa dopo “stanno là”. La parola “porta” va visualizzata, quasi toccata con gli occhi.
“Ma questo non lo poi dì a chi te vole bene, perché sennò se danna l’anima.”: chiusura da non caricare troppo. Più piano, più vera. C’è amore dentro questa frase, non solo dolore. L’errore più comune è finirla tutta in lacrima. Meglio lasciarla scendere, come una consapevolezza che pesa da anni.
Questo monologo è interessante perché tiene insieme due cose che per un attore sono difficilissime da far convivere: il ritmo brillante e la confessione vera. All’inizio sembra quasi uno sfogo nevrotico da commedia. Poi, poco alla volta, Due spicci ci porta altrove: nel punto in cui Zero smette di reagire alla frase della madre e comincia a parlare della sua incapacità di accedere a una felicità piena.
Il cuore di questa scena sia proprio il senso di colpa. Non la tristezza, non la rabbia: la colpa. Zero, interpretato da Zerocalcare, non soffre soltanto perché non è felice. Soffre perché sente di non avere il diritto di non esserlo. Ha ricevuto amore, cura, presenza, dettagli concreti di infanzia protetta. Eppure quel benessere non è bastato a spalancare quella famosa porta interiore. È qui che il monologo diventa prezioso per un attore.
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Si abbina bene con: un secondo monologo più asciutto e assertivo, magari da personaggio che controlla tutto invece di collassare dentro.
Se lavori su questo pezzo, concentrati sulla traiettoria e non sulle singole battute. Il monologo di Zero da Due spicci vive nel passaggio dall’esasperazione al disarmo. Più provi a “fare effetto”, meno arriva. Più ti fidi dei dettagli concreti e del pudore, più il testo entra.
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