The Hill: la confessione del Pastore Hill nel monologo di Dennis Quaid

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Siamo nel cuore spirituale di The Hill, e questo monologo del Pastore Hill, interpretato da Dennis Quaid, è senza dubbio il vertice drammaturgico del film. Non una semplice ammissione di colpa, ma una confessione pubblica, pronunciata in chiesa, davanti a una comunità ridotta e silenziosa, nel momento esatto in cui suo figlio sta giocando la partita più importante della sua vita. Quello che ascoltiamo in questa scena non è un sermone, ma un collasso emotivo. Il pastore Hill, che per tutta la durata del film ha rappresentato l’autorità religiosa, la disciplina e il rifiuto ostinato del sogno di Rickey, sale sul pulpito non per predicare, ma per confessare.

Ho fatto del male a mio figlio

MINUTAGGIO: 1:42:38-1:50:00
RUOLO: Pastore Hill
ATTORE: Dennis Quaid
DOVE: Netflix



INGLESE

I guess you'd have to be living in the cave of Lazarus not to know why there's so few of us here tonight. My son Rickey, he's got a baseball game. Very important. And if he does well... he will have the opportunity to become a Major League player. To play professionally is his heart's desire. I've always known that he's had an exceptional ability to hit a baseball. So you might find it curious to know that I have never seen Rickey play. That is a fact that I have, uh... been proud of the whole time that he's played. Right up until this very night. Rickey had to w-- wear braces on his legs just to walk. And no matter how he does in that game tonight, he has overcome that terrible burden that he has had to carry his whole life. I've been the one that's been the cripple. I just couldn't see past what I thought my son should be and just see who he really is in the eyes of God. [sniffles, sighs] I'm supposed to be your pastor, your spiritual leader. But... right now I just feel... so ignorant. And shamed. I can't even ask your forgiveness. I guess I gotta go to God for that.

ITALIANO

Immagino che dovreste vivere nella grotta di Lazzaro per non sapere perché siamo così pochi, qui, oggi. Mio figlio Rickey ha una partita di baseball. Molto importante. E… se giocherà bene, lui avrà l’opportunità di… di diventare un giocatore della major League. Giocare da professionista è il suo più grande desiderio. Ho sempre saputo che aveva una… una straordinaria abilità nel colpire una palla da baseball. Quindi potrà sembrarvi curioso, sapere che io non ho mai visto Ricky giocare. Questo è un fatto di cui sono… andato fiero… per tutto il tempo in cui ha giocato. Fino a oggi, precisamente. Io sono stato egoista. Io sono stato arrogante. Io… persino crudele. Io credevo… di… conoscere il piano di Dio per mio figlio. E l’ho cresciuto in osservanza di quel piano. Ma non era il piano di Dio. Era il mio piano. Rickey ha dovuto portare dei tutori alle gambe per poter camminare. E a prescindere dal risultato della partita di oggi… Ha sopportato un terribile fardello che ha dovuto portare per tutta la vita. Ero io quello storpio. Ma non riuscivo a vedere oltre quello che credevo che mio figlio dovesse essere, e a capire che cosa fosse veramente agli occhi di Dio. Io dovrei essere il vostro pastore, la… la vostra guida spirituale. Ma… In questo momento mi sento… Davvero ignorante. E mi vergogno. Non posso nemmeno chiedere a voi il perdono. Dovrò rivolgermi a Dio, per questo. 

The Hill

“The Hill” è il ritratto ruvido e intimo di un conflitto interiore, quello tra una vocazione sentita e una vocazione imposta. Un film che mette al centro non tanto la conquista del successo, quanto il prezzo emotivo, fisico e spirituale di rimanere fedeli a sé stessi. Ambientato nel Texas rurale degli anni '60, il film segue la vita di Rickey Hill, un bambino affetto da una malattia degenerativa alla colonna vertebrale, costretto fin dai primi anni a camminare con dei tutori. Rickey però dimostra da subito un talento quasi sovrannaturale nel colpire la palla da baseball. La sua mazza è la sua voce, la sua ribellione, la sua preghiera. Questa inclinazione naturale però si scontra frontalmente con la volontà del padre, James Hill, un predicatore evangelico che vede nello sport un'illusione mondana, un ostacolo alla vera chiamata di Dio. James è convinto che il dolore fisico del figlio sia una prova divina, e che Rickey sia destinato non al diamante, ma al pulpito.

L’arco narrativo di Rickey, interpretato da Jesse Berry da bambino e Colin Ford da adolescente, è costruito su una tensione continua: ogni passo, ogni swing, ogni respiro è un atto di resistenza. Rickey non cerca fama o gloria: vuole solo giocare, perché lì dentro, nella sabbia rovente di un campo da baseball, sente di essere completo. Il film ci mostra come Rickey non sia mosso da una sfida egoistica, ma da una visione interiore, quasi spirituale, di sé stesso come giocatore. È un percorso che passa per il dolore fisico, l’umiliazione sociale, il rifiuto del padre, e infine la ricerca disperata di un’occasione vera: quella che arriva con Red Murff, uno scout che riconosce in Rickey qualcosa che va oltre la tecnica.

Il padre, James (Dennis Quaid), è una figura che rischia di sembrare antagonista, ma che il film costruisce con più ambiguità. Non è un villain, è un uomo che ama profondamente suo figlio, ma lo ama dentro i limiti della sua visione religiosa. Per lui, Dio non è apertura ma struttura, non è ricerca ma risposta. È cieco, ma non cattivo. La madre Helen (Joelle Carter), invece, rappresenta l'equilibrio: non prende posizione in modo netto, ma tiene insieme una famiglia spaccata da due visioni opposte. C'è poi la nonna Gram (Bonnie Bedelia), forse il personaggio più leggero e necessario, che offre a Rickey un’alleanza affettiva che manca in casa. I personaggi secondari — Ray Clemons, l’amico fidato, e Red Murff, lo scout disilluso ma acuto — portano una boccata d’aria nel racconto, rappresentando lo sguardo esterno che spesso serve a riconoscere ciò che all’interno della famiglia è rifiutato.

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui parla di fede. Non la fede come spiritualità vaga, ma come visione del mondo strutturata. Per il padre, fede significa obbedienza. Per Rickey, fede significa fedeltà al talento che gli è stato dato.

La fede è il vero campo di battaglia del film, più ancora del baseball. Ed è qui che la sceneggiatura lavora meglio: mostra una frattura generazionale e spirituale senza semplificarla, e permette a entrambi i personaggi — padre e figlio — di arrivare a una forma di comprensione reciproca senza forzare un lieto fine da manuale.

Il momento di svolta arriva quando James, ormai spezzato dal conflitto e consapevole di aver chiesto troppo, si spoglia del suo ruolo di predicatore per abbracciare quello di padre. Non è una riconciliazione sdolcinata, ma un atto di verità.

Analisi Monologo

"Immagino che dovreste vivere nella grotta di Lazzaro per non sapere perché siamo così pochi, qui, oggi." Una battuta che maschera l’imbarazzo. Ma dietro l’ironia si nasconde già un’ombra di consapevolezza: la comunità ha scelto di seguire Rickey, non lui. E questa scelta pesa. "Mio figlio Rickey ha una partita di baseball. Molto importante." L’ammissione arriva semplice, quasi trattenuta. Ma ha un peso enorme, perché fino a questo momento il baseball era per il pastore Hill un simbolo di distrazione, di disobbedienza.

"Ho sempre saputo che aveva una… una straordinaria abilità nel colpire una palla da baseball. Quindi potrà sembrarvi curioso, sapere che io non ho mai visto Ricky giocare."

Il padre ha negato a sé stesso la possibilità di vedere il talento del figlio. Non solo per disciplina, ma per orgoglio. E lo dice con una frase spezzata, interrotta, in cui ogni pausa è una crepa emotiva. "Questo è un fatto di cui sono… andato fiero… per tutto il tempo in cui ha giocato. Fino a oggi, precisamente." Il cambiamento avviene in tempo reale. Non stiamo ascoltando un discorso preparato, ma una presa di coscienza che si sviluppa sotto i nostri occhi. Quel “fino a oggi” è il momento esatto in cui l’uomo crolla, lasciando spazio al padre.

"Io sono stato egoista. Io sono stato arrogante. Io… persino crudele." La ripetizione volutamente ossessiva del soggetto “io” è il punto più violento del monologo. Il pastore prende tutta la colpa su di sé, e toglie per la prima volta il peso dal figlio. "Io credevo… di… conoscere il piano di Dio per mio figlio. [...] Ma non era il piano di Dio. Era il mio piano." Qui siamo davanti a una delle frasi più dense di significato del film. Il Pastore Hill ammette che la sua fede, per quanto profonda, è stata strumentalizzata per giustificare una visione personale, rigida, punitiva. E in questo riconoscimento c’è tutta la fragilità del personaggio.

"Ero io quello storpio." Questa è la battuta-simbolo del monologo. Breve, diretta, tagliente. Dopo anni passati a vedere il figlio come "difettoso", è lui a riconoscersi come l’uomo davvero limitato: non nel corpo, ma nella mente, nel cuore, nella fede. "Io dovrei essere il vostro pastore, la… la vostra guida spirituale. Ma… in questo momento mi sento… davvero ignorante. E mi vergogno." Il pastore abdica pubblicamente dal suo ruolo. È una sconfessione, non della fede, ma dell’autorità con cui ha gestito la sua relazione con Rickey. Il fatto che lo faccia in chiesa, nel posto in cui ha sempre comandato, lo rende ancora più potente.

"Non posso nemmeno chiedere a voi il perdono. Dovrò rivolgermi a Dio, per questo." Il finale è nudo, spoglio. Non cerca l’applauso, né la redenzione immediata. Il pastore resta solo con il proprio errore, e proprio lì — in quella solitudine consapevole — inizia il vero percorso di perdono.

Conclusione

Questo monologo segna la svolta più intensa di The Hill. Non riguarda una vittoria sportiva, ma la liberazione da un’idea tossica di amore e fede. Il Pastore Hill smette di essere guida per tornare ad essere uomo, e finalmente padre. E in questo gesto vulnerabile, fatto di ammissioni dolorose, consegna al pubblico la confessione più autentica del film. Una scena che, proprio perché sgraziata, imperfetta e rotta, fa esattamente quello che deve fare: ci fa guardare Rickey con occhi nuovi, perché è il padre a farlo per primo.

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