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~ LA REDAZIONE DI RC
Tuner: L’Accordatore non è il classico thriller sul crimine organizzato, e non è neppure il solito film “sul talento ferito”. È un noir sentimentale, nervoso, quasi fisico, in cui il suono conta più di una pistola.
La storia, almeno all’inizio, sembra persino semplice. Niki White, interpretato da Leo Woodall, è un giovane accordatore di pianoforti con un udito fuori scala e una vita tutta in sottrazione; accanto a lui c’è Harry Horowitz, cioè Dustin Hoffman, mentore stanco ma ancora vitale, mentre Ruthie, interpretata da Havana Rose Liu, è la figura che riapre una possibilità emotiva e artistica. Il problema è che il dono di Niki lo rende utile anche alle persone sbagliate, e quando in scena arrivano Uri, il personaggio di Lior Raz, e il mondo delle casseforti, tutto si complica. Scopriamolo nel finale di Tuner: L’Accordatore.
Attenzione: spoiler

Leo Woodall interpreta Niki White come un ragazzo spezzato senza bisogno di trasformarlo nel classico genio maledetto che ti guarda male da un angolo fumando troppo. Niki soffre di iperacusia, una condizione che rende i suoni quotidiani quasi insopportabili, e per questo vive col mondo sempre un po’ a distanza. Harry Horowitz (Dustin Hoffman) è il suo maestro, il suo appiglio, quasi una figura paterna; Ruthie (Havana Rose Liu), invece, è la persona che gli ricorda chi poteva essere prima di ridursi a sopravvivere.
E qui arriviamo al punto cruciale: Daniel Roher costruisce tutto il film su un paradosso. Niki sente più degli altri, ma vive meno degli altri. Ha un orecchio perfetto, una memoria eccezionale, una precisione quasi chirurgica, eppure non riesce davvero a stare nel mondo senza schermarsi. Questa non è solo una caratterizzazione furba: è la chiave del film, perché passa proprio da qui, dal fatto che il suo talento è contemporaneamente un dono e una condanna.
Niki capisce di poter aprire una cassaforte. Non in una scena da action fracassona, ma quasi per caso, in modo intimo, persino domestico, quando la sua precisione e il suo udito gli permettono di fare una cosa che agli altri sembra impossibile. Ed è proprio lì che il film ti frega, perché la scoperta non arriva come una tentazione glamour: arriva come una scorciatoia.
Da quel momento entra in scena Uri, interpretato da Lior Raz, uno che capisce subito quanto possa valere un ragazzo così. Niki, che fino a poco prima accordava pianoforti nelle case dei ricchi, comincia a usare lo stesso talento per aprire i loro segreti. E qui viene fuori tutto l’infantilismo del personaggio: lui continua a raccontarsi che lo sta facendo per Harry, per i debiti medici, per aiutare chi ama, ma intanto si lascia sedurre anche dall’idea di essere finalmente necessario.
Il film a un certo punto smette di essere un caper elegante e diventa il racconto di un uomo che non riesce più a controllare le conseguenze del proprio dono.
Il passaggio decisivo è quando il lavoro con Uri non è più un favore, né un’eccezione, né una scorciatoia temporanea. Diventa identità. Niki non sta più “aprendo casseforti”: sta aprendo una versione di sé che aveva tenuto chiusa, quella capace di giustificare tutto purché esista un motivo nobile all’inizio. Il film smette di essere una questione di trama e diventa una questione morale. Il giorno dopo, Niki non può più fingere di essere lo stesso uomo.
Gli indizi, però, ci sono. Più fonti insistono sul fatto che il finale sia volutamente brusco ma emotivamente chiarissimo: Niki sopravvive, il legame con Ruthie resta aperto, e soprattutto c’è un gesto decisivo, cioè il fatto che alla fine torni davvero al pianoforte. La parte tragica è che per arrivarci ha dovuto attraversare il lato peggiore di sé. Non basta “uscire vivo” dal giro criminale: il vero nodo è capire se riesce a rientrare in contatto con la musica non come prestazione, ma come identità.
Perché Niki fa questa scelta? Io credo che il denaro sia solo metà della risposta. Certo, Harry sta male, i debiti pesano, e il film mette in chiaro che l’emergenza economica è una spinta concreta. Ma secondo me c’è qualcosa di più scomodo: Niki accetta perché per la prima volta il suo limite diventa potere. E questa roba qui, diciamocelo, è tossica da morire.
O forse, più cinicamente, accetta perché gli fa comodo sentirsi eccezionale in un mondo che fino a quel momento lo aveva trattato come fragile, strano, difettoso. Ruthie gli mostra una via più pulita, più adulta, più artistica; Uri gli offre una via più rapida, più sporca, ma anche più seducente. Io credo che Niki non scelga solo i soldi: sceglie una scorciatoia verso una versione di sé che finalmente incute rispetto. E quella scelta ha una conseguenza concreta: perde il controllo del racconto che fa di se stesso.
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Il vero significato di questo finale è che il talento non salva nessuno. Daniel Roher prende un protagonista con un dono quasi cinematografico, perfetto per trasformarlo in eroe cool, e invece lo riporta sempre alla sua fragilità. Non conta quanto sei speciale, conta che cosa decidi di fare quando il tuo talento comincia a divorarti.
C’è anche un discorso molto chiaro sull’ipocrisia di classe. Niki entra nelle case dei ricchi prima come tecnico invisibile e poi come ladro indispensabile: in entrambi i casi, è utile finché serve. Ruthie rappresenta l’arte come possibilità di relazione; Uri rappresenta il sistema che trasforma una ferita in competenza da sfruttare. E allora il finale dice questo: diventare adulti, a volte, significa smettere di usare il dolore come identità professionale. Non male per un film che in superficie parla di un tizio che ascolta i click delle casseforti meglio di chiunque altro.
Però c’è anche una cosa che il film fa benissimo. Leo Woodall regge il peso di Niki con una misura notevole, Dustin Hoffman dà a Harry una tenerezza consumata che evita la macchietta, e Havana Rose Liu porta a Ruthie una presenza che non è mai solo decorativa. Un film che parla di identità, di vergogna e di quel momento in cui capisci che il tuo dono può salvarti solo se smetti di usarlo per scappare. E forse, per un film che parla di talento e solitudine, è esattamente quello che dovrebbe fare.


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