Clov in Finale di partita di Samuel Beckett: analisi del monologo tra dolore e fine dell’attesa

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Monologo di Clov da Finale di Partita di Beckett

Con Beckett bisogna sempre fare i conti con una cosa: sotto l’apparente semplicità delle frasi si apre un abisso. Il monologo di Clov in Finale di partita non racconta una storia nel senso tradizionale, eppure mette in scena una condizione umana riconoscibilissima: l’attesa di una fine che non arriva mai, il desiderio di partire, la fatica di esistere quando tutto sembra già consumato.

Il rischio con Beckett è sempre quello di renderlo troppo astratto. In realtà Clov è concretissimo. È stanco, piegato, logorato. E parla come uno che ha ascoltato per tutta la vita frasi rassicuranti sul senso delle cose senza riuscire mai a crederci davvero.

Testo del monologo

MONOLOGO MASCHILE CLOV “FINALE DI PARTITA” di Beckett



M’hanno detto: Ma è questo l’amore, ma sì ma sì, devi credermi, vedi bene che è facile.

M’hanno detto: Ma è questa l’amicizia, ma sì ma sì te l’assicuro, che vai ancora cercando.

M’hanno detto: Ecco fermati, alza la testa e guarda questo splendore. Quest’ordine!

M’hanno detto: Andiamo, non sei mica una bestia, pensa a queste cose e vedrai come tutto diventa chiaro. E semplice!

M’hanno detto: tutti quei feriti a morte, con quanta scienza li curano.

Io mi dico… qualche volta, Clov, bisogna che tu riesca a soffrire meglio di così, se vuoi che si stanchino di punirti… un giorno.

Mi dico… qualche volta, Clov, bisogna che tu sia presente meglio di così, se vuoi che ti lascino partire… un giorno.

Ma mi sento troppo vecchio, e troppo lontano, per poter formare nuove abitudini.

Bene, e allora non finirà proprio mai, non partirò proprio mai.

Poi un giorno, all’improvviso, ecco che finisce, che cambia, io non capisco, ecco che muore, o forse sono io, non capisco neanche questo. Io lo domando alle parole che restano… sonno, risveglio, sera, mattina. Ma loro non sanno dirmi niente.

Apro la porta del capannone e me ne vado.

Sono talmente curvo che vedo solo i miei piedi, se apro gli occhi e tra le gambe un po’ di polvere nerastra.

Mi dico che la terra si è spenta, benché io non l’abbia mai vista accesa.

Quando cadrò, piangerò di gioia.

Il racconto del monologo

Il monologo si costruisce per contrapposizione tra ciò che “gli hanno detto” e ciò che lui sente. Gli hanno parlato dell’amore, dell’amicizia, dello splendore, dell’ordine, della chiarezza del mondo. Gli hanno consegnato, in sostanza, tutte le formule con cui si cerca di rendere accettabile l’esistenza.

Ma Clov non riesce ad abitarle. Dopo la voce degli altri arriva la sua: “io mi dico”. E quello che si dice non è consolatorio. Si rimprovera, si invita a soffrire meglio, a essere più presente, quasi come se dovesse imparare a subire in modo più efficace per ottenere, un giorno, una liberazione.

La svolta arriva quando ammette di sentirsi troppo vecchio e troppo lontano per costruirsi nuove abitudini. È una frase piccola e devastante. Significa che la trasformazione sembra impossibile. E allora resta solo l’ipotesi improvvisa di una fine: un giorno qualcosa cambia, finisce, muore. Ma neanche lì c’è certezza.

Muore “forse” qualcosa, “forse” lui stesso. Nemmeno il linguaggio aiuta più.

Il monologo si chiude con immagini terminali: la porta che si apre, il capannone lasciato alle spalle, il corpo curvo che vede quasi solo i propri piedi, la terra spenta, la caduta desiderata come liberazione. Quando cadrà, dice Clov, piangerà di gioia. Ed è un finale di una tristezza spaventosa.

Il personaggio di Clov

Clov è il servo, il sopravvissuto, l’uomo dell’intervallo infinito. Vive in una condizione di dipendenza e immobilità che però non è solo fisica o sociale: è ontologica. Beckett lo costruisce come un essere incapace sia di restare davvero sia di andarsene davvero.

Clov non ha più illusioni, ma non possiede neppure una vera uscita. Sa che i discorsi consolatori sono vuoti, però non ha un altro linguaggio in cui salvarsi. Gli restano solo parole consumate: sonno, risveglio, sera, mattina. Parole che esistono, ma non spiegano più niente.

Qui Beckett è disarmante. Clov non cerca eroismo. Non sogna redenzioni. È già oltre la ribellione piena, e forse anche oltre la disperazione clamorosa. Resta solo una stanchezza così assoluta da diventare quasi metafisica.

Come funziona il suo monologo

Il monologo funziona grazie a una struttura iterativa e ossessiva. L’anafora “m’hanno detto” costruisce il coro del mondo, delle convenzioni, delle formule sociali. Poi arriva “io mi dico”, che rompe quel coro e apre il monologo interiore. È una frattura netta e teatrale.

Un altro elemento decisivo è la semplicità del lessico. Beckett non usa grandi ornamenti: usa parole elementari. Amore, amicizia, ordine, sonno, mattina, terra. Ma proprio questa nudità rende tutto più feroce. Non c’è nulla che protegga il personaggio dietro la bellezza della lingua.

C’è poi la questione del corpo. Clov è curvo, stanco, vicino alla caduta. Il corpo qui non è decorativo: è il luogo stesso del significato. Il pensiero di Beckett passa sempre attraverso una materia esaurita, quasi spenta. E infatti il monologo non parla solo della fine: la incarna.

Infine, il testo funziona per sottrazione. Beckett toglie spiegazioni, toglie certezze, toglie sviluppo psicologico tradizionale. Rimane una voce che prova a nominare il vuoto. E paradossalmente proprio da questa povertà nasce la sua potenza.

Il corpo esausto e il fallimento delle parole

Nel monologo di Clov c’è un elemento che spesso si intuisce subito ma che vale la pena mettere a fuoco meglio: in Beckett il corpo e il linguaggio si consumano insieme. Non siamo davanti soltanto a un personaggio triste o disilluso. Siamo davanti a un essere che vive l’esaurimento come condizione totale. Il suo corpo è esausto, il suo rapporto con il mondo è esausto, perfino le parole con cui prova a capirsi sembrano esauste.

Questo si sente fin dall’inizio. Gli altri gli hanno parlato di amore, amicizia, splendore, ordine, chiarezza. Sono parole enormi, nobili, rassicuranti. Ma per Clov hanno ormai qualcosa di remoto, quasi di offensivo. Non perché siano false in senso assoluto, ma perché non riescono più a toccare la sua esperienza concreta. È come se il linguaggio della consolazione gli arrivasse addosso da un altro pianeta. E Beckett è geniale proprio qui: non mette in scena una polemica filosofica, ma una distanza irrimediabile tra le formule del senso e una vita che non riesce più a riconoscersi in esse.

Poi infatti Clov passa da “m’hanno detto” a “io mi dico”. È un cambio fondamentale. Prima parla il mondo, poi parla il residuo di coscienza che gli resta. Ma anche quella voce interiore non è davvero salvifica. Non lo incoraggia. Non lo rialza. Gli impone piuttosto di soffrire meglio, di essere presente meglio, quasi come se l’unico margine d’azione rimasto fosse affinare la qualità della propria sopportazione. È terribile, ma è beckettiano fino in fondo: quando tutto è ridotto all’osso, la libertà si restringe a una microzona quasi ridicola e disperata.

Io credo che qui Beckett tocchi qualcosa di profondissimo. Clov non sogna una redenzione. Sogna, semmai, una fine. Eppure nemmeno la fine è afferrabile fino in fondo. “Forse sono io”, dice. Nemmeno sul morire c’è chiarezza. Il personaggio non ha più un rapporto stabile neanche con il confine ultimo. E questo rende il monologo molto più angosciante di un semplice lamento sulla sofferenza. Qui non c’è solo il dolore: c’è l’incertezza radicale di chi non riesce più a dare un nome definitivo a ciò che gli accade.

Il corpo, intanto, parla continuamente. Clov è curvo, limitato, affaticato. Vede quasi solo i suoi piedi e un po’ di polvere nerastra. Devo dirlo, è un’immagine pazzesca. Significa che il suo orizzonte si è abbassato al minimo. Non c’è più lo slancio verso il paesaggio, il cielo, l’apertura. C’è il basso, il vicino, il residuo. In Beckett il corpo non serve a “illustrare” il testo: è il testo. Quella curvatura non è un dettaglio realistico, è la forma stessa della sua esistenza.

E poi ci sono le parole finali, quelle più semplici: sonno, risveglio, sera, mattina. Clov le interroga, ma loro non sanno dirgli niente. Tenetela a mente, questa scena mentale, perché è il centro del monologo. Le parole elementari, quelle che dovrebbero organizzare il tempo della vita, non bastano più. Il linguaggio conserva l’etichetta delle cose, ma perde la capacità di orientare. È rimasta la nomenclatura, non il senso.

Da un punto di vista teatrale, questa è una richiesta molto precisa per l’attore: non deve “spiegare” Beckett, deve incarnarne l’attrito. Ogni frase è semplice, ma non riposante. Ogni immagine è nitida, ma non pacificante. Serve un lavoro sottilissimo per non cadere né nel patetico né nell’astratto. Clov non è un simbolo puro, e non è neppure un uomo quotidiano nel senso comune. È un essere ridotto all’essenziale, e proprio per questo stranamente universale.

Il desiderio finale della caduta come gioia è l’approdo logico di tutto questo percorso. Non perché la morte venga romanticizzata, ma perché appare come unico evento ancora capace di interrompere l’inerzia. Non una salvezza trascendente, non una liberazione luminosa: solo la fine del protrarsi. Beckett, anche qui, non consola mai.

Per questo il monologo di Clov colpisce così tanto. Perché non parla soltanto della disperazione. Parla del logoramento. Del punto in cui persino le grandi parole del mondo, e perfino il proprio corpo, sembrano aver smesso di collaborare con la vita. E lì, in quel paesaggio ridotto a polvere, Beckett riesce comunque a fare teatro altissimo.

Conclusione

Il monologo di Clov è uno dei momenti più radicali del teatro di Beckett, perché condensa in poche battute i suoi temi centrali: l’attesa, l’usura del linguaggio, la dipendenza, la fine desiderata e mai del tutto afferrabile.

E qui arriviamo al punto cruciale: Clov non sta semplicemente dicendo che soffre. Sta dicendo che perfino il modo di soffrire sembra ormai inadeguato. È un passaggio terribile, perché ci porta in una zona in cui non ci sono più nemmeno le parole giuste per nominare la pena.

Non è un monologo facile. Ma ha una precisione che ti taglia. E quella frase finale, “Quando cadrò, piangerò di gioia”, è Beckett puro: asciutto, crudele, indimenticabile.

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