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~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Peter Quill / Star-Lord, interpretato da Chris Pratt, si colloca in un momento chiave di Guardiani della Galassia (2014): è il punto in cui un gruppo di emarginati, ladri, assassini e disadattati diventa qualcosa di più simile a una squadra, forse persino a una famiglia. La forza di questo momento non sta tanto in cosa viene detto, ma da chi viene detto e quando. È un discorso semplice, quasi anti-eroico, ma proprio per questo funziona.
Star-Lord non è il classico eroe carismatico da discorso ispiratore, almeno non nel senso convenzionale. Ma proprio questo rende il monologo efficace: la sua forza sta nell’onestà. È un discorso che nasce dalla perdita, non dalla gloria. E che parla con parole semplici a persone che hanno perso tutto, come lui.
MINUTAGGIO: 1:17:00-1.18:00
RUOLO: Peter Quill/ Starlord
ATTORE: Chris Pratt
DOVE: Disney+
INGLESE
Come on. Yondu is gonna be here in two seconds. He expects to hear this big plan of ours. I need your help. I look around at us. You know what I see? Losers. I mean, like, folks who have lost stuff. And we have. Man, we have. All of us. Our homes, our families, normal lives. And, usually, life takes more than it gives. But not today. Today, it's given us something. It has given us a chance. To give a shit. For once. Not run away. I, for one, am not gonna stand by and watch as Ronan wipes out billions of innocent lives.
ITALIANO
Ragazzi, avanti, Yondu arriverà qui tra pochissimo e si aspetta di sentire il nostro grande piano, e mi serve il vostro aiuto. Se guardo tutti noi sapete cosa vedo? Dei perdenti. Si insomma, di persone che hanno perso qualcosa. Ed è così. Altroché se è così, tutti noi. Le nostre case, le nostre famiglie… una vita normale. E di solito la vita si prende più di quanto dà. ma non oggi. Oggi la vita ci ha dato qualcosa, ci ha dato un’occasione. per non fregarcene, per una volta, per non scappare ancora. Io per primo non starò qui a guardare Ronan sterminare miliardi di vite innocenti.
"I Guardiani della Galassia" (titolo originale: Guardians of the Galaxy) è un film del 2014 diretto da James Gunn, prodotto dai Marvel Studios e inserito all'interno dell’universo cinematografico Marvel (MCU), precisamente come decimo capitolo della "Fase 2". È un film di fantascienza con forti tinte action e una vena comica molto marcata, che ha segnato un momento importante per il MCU: l’apertura definitiva allo spazio profondo e a una dimensione più cosmica e grottesca del loro universo narrativo. Il film si muove intorno a un gruppo di personaggi completamente diversi tra loro, tutti reietti o emarginati in qualche modo, che si ritrovano costretti a collaborare per un obiettivo comune. Ma andiamo con ordine.
Tutto comincia sulla Terra, nel 1988. Peter è un bambino che, dopo aver perso la madre per una malattia, viene rapito da una nave aliena. Lo ritroviamo 26 anni dopo, adulto, su un pianeta sperduto chiamato Morag. Peter è diventato un avventuriero (e ladruncolo), autoproclamatosi "Star-Lord", anche se nessuno sembra riconoscerlo con quel nome. Sta cercando di rubare una misteriosa sfera, l’Orb, che si rivelerà essere una delle Gemme dell’Infinito, cioè una delle entità più potenti dell’universo Marvel. L’Orb è desiderato da diversi attori galattici, ma principalmente da Ronan l’Accusatore, un fanatico guerriero Kree in guerra con il pianeta Xandar (capitale dell'alleanza pacifista chiamata Nova Corps). Ronan vuole usare l’energia della Gemma per distruggere Xandar. Ma non agisce da solo: è alleato con Thanos, la figura oscura che muove i fili in background (già intravista nel post-credit di The Avengers), e con due delle sue "figlie adottive", Gamora e Nebula.
Dopo il furto della sfera, Peter viene braccato da Gamora, che vuole impossessarsene per tradire Thanos e consegnarla al Collezionista. Intanto su Xandar arrivano anche Rocket, un procione geneticamente modificato, e Groot, un albero umanoide capace solo di dire "I am Groot". Rocket e Groot vogliono catturare Peter per riscuotere una taglia su di lui. Tutti e quattro si ritrovano a combattere in mezzo a una piazza pubblica, vengono arrestati e rinchiusi nel carcere galattico Kyln.
Nel carcere incontrano Drax il Distruttore, un guerriero consumato dal desiderio di vendetta contro Ronan, colpevole di aver ucciso la sua famiglia. Nonostante le differenze, decidono di allearsi per evadere, vendere l’Orb e spartirsi il guadagno. La parte centrale del film è il cuore del percorso relazionale tra i personaggi. Quello che parte come un accordo d’interesse si trasforma lentamente in un legame. In modo graduale, senza svolte improvvise: lo script di Gunn è abile nel far coesistere il tono leggero con una crescita emotiva credibile.
Dopo un viaggio su Knowhere (una stazione spaziale costruita dentro il cranio di un Celestiale morto), e il primo vero scontro con Ronan, i protagonisti capiscono che l’Orb contiene una Gemma dell’Infinito e che lasciarla nelle mani sbagliate significherebbe la fine di interi pianeti. A questo punto il gruppo decide di agire non più per guadagno, ma per una causa più grande. Il climax si svolge su Xandar, dove Ronan, ormai potenziato dalla Gemma, attacca la capitale. Qui vediamo i Guardiani, ormai pienamente uniti, affrontare un nemico tecnicamente troppo potente per loro. La scena finale è quella che completa la trasformazione del gruppo: Peter, Gamora, Rocket, Drax e Groot decidono di sacrificarsi (o almeno rischiare seriamente la vita) per fermare Ronan.
“Ragazzi, avanti, Yondu arriverà qui tra pochissimo e si aspetta di sentire il nostro grande piano, e mi serve il vostro aiuto.” Il tono iniziale è quasi goffo, da leader improvvisato. Quill non comincia con retorica o enfasi, ma con un richiamo concreto e immediato: Yondu sta arrivando, dobbiamo inventarci qualcosa. L’urgenza è reale, e il bisogno di aiuto non è un gesto eroico, ma un’ammissione di vulnerabilità. “Se guardo tutti noi sapete cosa vedo? Dei perdenti.” “Perdenti” non come insulto, ma come definizione cruda di ciò che sono: persone a cui la vita ha tolto qualcosa. È un’autocritica che abbatte ogni barriera tra lui e gli altri. Non c’è differenza tra leader e seguaci. Sono tutti rotti, in modo diverso.
“Si insomma, di persone che hanno perso qualcosa. Ed è così. Altroché se è così, tutti noi. Le nostre case, le nostre famiglie… una vita normale.”
Quill sottolinea la perdita. Ognuno di loro ha perso qualcosa di essenziale: famiglia, casa, normalità. È una frase che fa da collante, perché per quanto diversi siano, questo è l’unico punto in comune: la perdita. La loro ferita. “E di solito la vita si prende più di quanto dà. Ma non oggi.” Quill n garantisce un futuro migliore. Dice solo che oggi la situazione è diversa. È un’affermazione semplice, ma pesante: c’è un’occasione, una di quelle rare. E la differenza sta nel prenderla oppure no.
“Oggi la vita ci ha dato qualcosa, ci ha dato un’occasione. Per non fregarcene, per una volta, per non scappare ancora.” Il concetto di “non fregarsene” è potente. Quill non sta parlando di vincere, ma di scegliere. Di prendersi una responsabilità, anche senza certezze. Di fare qualcosa di giusto, per una volta. È un invito a rompere il ciclo dell’indifferenza e della fuga. A essere presenti. “Io per primo non starò qui a guardare Ronan sterminare miliardi di vite innocenti.” Questa frase finale è la vera presa di posizione. Quill non ha poteri straordinari. Non è un leader naturale. Ma fa una scelta morale: non rimanere spettatore. E questo basta per trasformarlo, almeno in quel momento, in qualcosa di più grande di ciò che è sempre stato.
Questo monologo colpisce perché è sincero, perché è umano, e perché parla da “perdente” a “perdenti” senza retorica. È un invito a fare qualcosa di giusto, non perché convenga, ma perché è necessario.
In una saga che spesso ruota intorno a poteri cosmici e minacce galattiche, questa scena si prende un attimo per tornare sulla terra. Per dirci che anche chi ha fallito mille volte può ancora scegliere di fare la cosa giusta. Ed è proprio questo a rendere Peter Quill un leader, non la sua furbizia o il suo coraggio, ma il fatto che ha scelto di non scappare.
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