La Dea Fortuna: Analisi della Scena del Ketchup tra Alessandro e Arturo

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~ LA REDAZIONE DI RC

La Dea Fortuna

"La dea fortuna" (2019) è un film di Ferzan Özpetek, e come spesso accade nel suo cinema, la trama è solo una superficie: sotto c'è un mondo fatto di relazioni, non dette, legami fragili che si tengono in piedi per abitudine o per bisogno. In questo caso, il cuore del film pulsa attorno a una coppia omosessuale e a due bambini che arrivano nelle loro vite come un fulmine, o forse come un'illuminazione. Arturo e Alessandro stanno insieme da più di quindici anni. Vivono a Roma, in una casa che ha l’aria vissuta, piena di libri, quadri, oggetti, memorie. Una di quelle case che sembrano raccontare la storia dei suoi abitanti. E infatti è così. La loro relazione però è logorata. Il desiderio è evaporato da tempo, i tradimenti sono diventati tollerati o nascosti a metà, la comunicazione è ridotta a battute pungenti e stanchezze accumulate. Eppure non si lasciano. Non per codardia, ma per un affetto profondo che ancora esiste — anche se sepolto sotto strati di quotidianità.

La svolta arriva quando Annamaria, una loro cara amica di vecchia data, chiede loro di prendersi cura dei suoi due figli, Martina e Sandro, per qualche giorno. Lei deve sottoporsi a degli accertamenti in ospedale. Un favore tra amici, apparentemente innocuo. Ma da quel momento, la loro vita cambia in modo irreversibile.

Il film non è costruito come una commedia classica, anche se a tratti ci gioca. La presenza dei bambini riaccende qualcosa nei due uomini. Non si tratta solo della scoperta di un istinto paterno, quanto piuttosto del bisogno di ritrovare un motivo per restare insieme. Per Arturo, in particolare, quel contatto con l’innocenza, con il disordine infantile, riapre un varco nella sua rigidità. Alessandro, più emotivo e meno incline al rancore, sembra da subito più coinvolto. Nel frattempo, la situazione di Annamaria si complica. I suoi problemi di salute si rivelano più gravi del previsto, e la permanenza dei bambini presso la coppia si prolunga. A quel punto, non è più solo una questione logistica: è una scelta. Una scelta che mette Arturo e Alessandro di fronte a tutto quello che non si sono mai detti davvero.

Il dialogo

Alessandro: Edoardo Leo

Arturo: Stefano Accorsi



Alessandro e Arturo sono a tavola, ad un fast food. 

Alessandro: Mi passi il ketchup? (Silenzio) Senti Arturo, io… la vorrei finire in maniera civile. Senza che ci facciamo male. E’ che da quando sei partito che stai a fa la mummia. Non ti ho chiesto io di venire, guarda che i bambini li potevo anche portare da solo. 

Arturo: Certo, perché tanto anche loro sono più tuoi che miei, no? Come tutto. Come Annamaria, come gli amici, la casa, ovviamente. La casa è tua, quindi me ne vado io. 

Alessandro: Quanto ti piace fare la vittima. Ho un presagio, secondo me adesso ricominci a dire della carriera universitaria, delle rinunce… Dai, guarda, lo sento già. 

Arturo: Ho fatto delle scelte. Sbagliate, ma ho fatto delle scelte. 

Alessandro: Quindi hai scelto tu di non fare lo scrittore. 

Arturo: Lascia cadere la lettera, sconvolto. 

Alessandro: No, perché io mi ricordo che quando è arrivata la lettera dell’editore che rifiutava i tuoi racconti tu hai pianto tre giorni. E vogliamo parlare della cattedra. E sai perché? Per rinunciare devi fare il concorso e lo devi vincere; allora dopo rinunci. Tu manco la domanda hai fatto. Te l’ho impedito io? 

Arturo: Ho rinunciato a tutto per venire a Roma. 

Alessandro: No, tu hai rinunciato a una vita di merda rispetto a quella che ti faccio fare io. Vogliamo fare i conti della serva? Mhm? Vogliamo vedere quanti soldi ti porti a casa con quelle tre traduzioncine del cazzo che fai? Ma che ti metti a faer l’artista incompreso con me, Artu? Guarda che non è colpa mia se sei un fallito. 

Arturo si alza, come se stesse per colpirlo. 

Alessandro: Che stai a fa? 2

Arturo si risiede. 

Alessandro: Dai, fallito, passami il ketchup. 

Pausa. 

Arturo Passa il ketchup a Alessandro, poi si alza e se ne va. Alessandro si versa il ketchup. Torna Arturo, che versa tutto il ketchup sul piatto, e se ne va di nuovo. 

Analisi dialogo

Alessandro apre la scena con una richiesta neutra: “Mi passi il ketchup?”. Ma è una trappola. Subito dopo arriva la vera bomba: “Io la vorrei finire in maniera civile”. È lui che prende in mano la situazione, che “decide” quando e come chiudere. Si pone come quello razionale, mentre dipinge Arturo come una figura passiva, repressa, immobile: “stai a fa la mummia”. Arturo, invece, scatta subito in difesa. Ma non per attaccare: per sentirsi estromesso. Lo fa con la frase più rivelatrice: “I bambini sono più tuoi che miei”. Arturo si sente un ospite nella sua stessa vita. Una figura secondaria accanto a un partner più carismatico, più solido, più in controllo. E lo dice chiaramente: “Come tutto. Come Annamaria, come gli amici, la casa…”. Non c’è solo una crisi di coppia. C’è una crisi di identità.

Qui la sceneggiatura tocca un punto chiave: il fallimento professionale come arma da usare contro il partner. Alessandro lo colpisce nel punto più vulnerabile: i sogni non realizzati di Arturo. Gli rinfaccia la carriera accademica mai iniziata, i racconti rifiutati dall’editore, la sua incapacità di trasformare il talento in un mestiere. Ma attenzione: non lo fa per sadismo gratuito. Lo fa per rabbia, per difendersi, per disinnescare quella parte di Arturo che usa il rimpianto come scudo. Il loro litigio è pieno di veleno, ma è un veleno familiare, che conosce bene il suo bersaglio. Quando Alessandro chiude con “fallito, passami il ketchup”, siamo al picco del sarcasmo e della cattiveria. Eppure Arturo glielo passa. È il gesto più amaro della scena: un uomo ferito che continua a servire, in silenzio, quasi per abitudine. Ma poi torna. Versa tutto il ketchup nel piatto e se ne va di nuovo. È un atto passivo-aggressivo che rompe la tensione e in qualche modo ricostruisce un ponte. Entrambi ridono. Non perché sia divertente. Ridono perché si conoscono troppo bene. Perché nonostante tutto, un fondo di complicità resiste. Come una brace sotto la cenere.

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