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~ LA REDAZIONE DI RC
Quando Steven Spielberg gira un film sugli alieni, non sta mai parlando soltanto di alieni. Sta parlando di noi, delle nostre paure, del modo in cui reagiamo all’ignoto, e soprattutto di come una famiglia o una comunità si sfaldano quando il mondo smette di sembrare comprensibile. La guerra dei mondi del 2005, con Tom Cruise e Dakota Fanning, è probabilmente il suo film extraterrestre più duro, più sporco, più pessimista. Non ha la meraviglia di Incontri ravvicinati del terzo tipo e non ha la tenerezza di E.T.: qui Spielberg toglie conforto, toglie magia, toglie perfino l’idea che il contatto con l’altro possa essere un’esperienza elevata.
E proprio per questo oggi il film torna interessantissimo, anche alla luce di Disclosure Day, il nuovo lungometraggio UFO di Spielberg in arrivo il 12 giugno 2026, presentato come un ritorno esplicito del regista al tema del “non siamo soli”. Spielberg stesso, negli ultimi mesi, ha parlato apertamente della propria convinzione che l’umanità non sia sola nell’universo.
Scopriamolo nel finale di La guerra dei mondi.

Il film racconta la storia di Ray Ferrier (Tom Cruise), un uomo separato, immaturo e piuttosto irresponsabile, che si ritrova a dover proteggere i figli Robbie (Justin Chatwin) e Rachel (Dakota Fanning) quando la Terra viene improvvisamente attaccata da gigantesche macchine aliene, i tripodi. Spielberg adatta il romanzo di H.G. Wells, ma lo sposta in un’America contemporanea e traumatizzata, facendo della storia non un racconto eroico, ma una lunga fuga nel caos.
Questo è il primo punto fondamentale: La guerra dei mondi non è un film di controffensiva. Non è Independence Day, non è il trionfo dell’umanità che si organizza e risponde. È un film sul collasso della normalità. Ray non salva il pianeta, non capisce fino in fondo cosa stia succedendo, non ha alcun controllo sugli eventi. Deve solo portare vivi i suoi figli da un posto all’altro mentre la civiltà si sbriciola davanti ai suoi occhi.
Questa è la scelta più radicale del film. Spielberg prende una storia di invasione aliena e la trasforma in un film sulla vulnerabilità domestica. L’apocalisse passa dal cortile di casa, dal minivan, dal seminterrato, dai vestiti sporchi, dai corpi che scappano e si calpestano.
Nel finale, dopo aver attraversato distruzione, separazione e morte, Ray riesce a raggiungere Boston con Rachel. I tripodi, che fino a quel momento sembravano invincibili, iniziano improvvisamente a perdere forza. Le macchine vacillano, le loro protezioni si abbassano, gli alieni si indeboliscono. A quel punto l’esercito e i sopravvissuti possono colpirli efficacemente. L’invasione crolla quasi di colpo.
Poi arriva il passaggio che molti ricordano: gli alieni non vengono sconfitti da un’arma segreta umana né da un gesto eroico del protagonista. Muoiono perché il pianeta su cui sono arrivati li respinge a livello biologico. I microrganismi terrestri, contro cui noi nel corso dell’evoluzione abbiamo sviluppato resistenza, li uccidono. È lo stesso meccanismo presente nel romanzo di Wells e Spielberg lo mantiene con estrema fedeltà concettuale.
Subito dopo, Ray porta Rachel a casa della madre a Boston e scopre che Robbie, che credevamo morto, è in realtà sopravvissuto. La famiglia si ricompone, almeno formalmente, e il film si chiude su questa riunione.
Perché Spielberg, come Wells prima di lui, vuole ribaltare l’idea di superiorità assoluta dell’invasore. Gli alieni hanno tecnologia, potenza distruttiva, organizzazione. Ma non hanno la cosa più elementare: un rapporto organico con il mondo che vogliono conquistare. Arrivano sul pianeta sbagliato credendo di dominarlo e vengono sconfitti da ciò che non vedono.
E qui arriviamo al punto cruciale: il film dice che la Terra non è solo un territorio da occupare. È un ecosistema. Una rete vivente. Gli invasori pensano in termini di superiorità tecnica; Spielberg invece ricorda che la vita non si riduce alla tecnologia. È una lezione umiliante per gli alieni ma, a ben vedere, anche per noi.
Questo finale è stato spesso trattato come “anticlimatico”, ma il suo senso è proprio lì. Non deve gratificarti come spettatore con una vittoria muscolare. Deve lasciarti con l’idea che l’umanità si salva non perché è più forte, ma perché appartiene a un equilibrio biologico più antico e più complesso di qualsiasi arma.
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Qui gli alieni sono l’opposto del Spielberg “classico” dell’incontro. In Incontri ravvicinati il contatto aveva qualcosa di spirituale. In E.T. c’era addirittura una dimensione affettiva, infantile, quasi miracolosa. In La guerra dei mondi, invece, gli extraterrestri sono una forza ostile, indecifrabile, fredda. Non hanno volto nel senso emotivo del termine. Non dialogano, non invitano, non aprono un ponte: invadono, rastrellano, risucchiano, colonizzano.
Spielberg stesso ha descritto il film come il “polo opposto” di Incontri ravvicinati del terzo tipo: lì un uomo abbandonava la famiglia per seguire il richiamo degli alieni, qui la famiglia è invece il centro della sopravvivenza e l’alieno è una presenza che spezza ogni illusione di meraviglia.
Questa è una differenza enorme. Gli alieni non sono una promessa di apertura mentale. Sono la materializzazione di un trauma. Una specie di incubo tecnologico che piomba sulla quotidianità e la distrugge.
Il primo è la paura collettiva. Il film del 2005 è stato spesso letto come un’opera profondamente segnata dall’America post-11 settembre: polvere, fughe di massa, corpi che corrono senza capire, città paralizzate, senso di impotenza. Spielberg non riproduce l’11 settembre in modo letterale, ma ne assorbe il clima psicologico.
Il secondo è la paternità. Ray è un padre incompleto, quasi adolescenziale, che l’invasione costringe a crescere in fretta. Non diventa un eroe classico; diventa, più semplicemente, uno che smette di scappare dalle proprie responsabilità. Ed è una trasformazione molto spielberghiana, anche se qui raccontata senza dolcezza.
Il terzo è la fragilità della civiltà. Tenetela a mente, questa cosa: basta pochissimo perché il mondo ordinato diventi un branco. Spielberg lo mostra in tante scene decisive, dal panico sulla strada alla folla che assalta l’auto di Ray, fino al seminterrato con Ogilvy. Gli alieni devastano il pianeta, sì, ma il film dice anche che la paura fa crollare gli esseri umani dall’interno.
E infine c’è il tema della biologia contro la tecnologia. È forse l’idea più importante del film, quella che lo rende ancora oggi molto più interessante di tanta fantascienza rumorosa.

Moltissimo, ma non nel modo superficiale in cui spesso si intende la parola “effetti”. Spielberg usa la scala gigantesca dei tripodi e la distruzione digitale non per fare solo spettacolo, ma per creare una sensazione fisica di impotenza. I tripodi non sembrano soltanto enormi: sembrano inarrestabili. E la regia insiste continuamente sul punto di vista umano, basso, sporco, disorientato.
Wired, già all’uscita del film, sottolineava come la produzione fosse stata costruita con tecnologie avanzate di previsualizzazione e con un approccio orientato a rendere “reale” l’esperienza di persone normali in eventi straordinari.
Qui Spielberg è lucidissimo: gli effetti devono servire l’angoscia, non la cartolina. Per questo La guerra dei mondi invecchia meglio di tanti blockbuster coevi. Non ti ricordi solo “quanto era grosso il mostro”. Ti ricordi la polvere, il rumore, il caos, il terrore negli occhi di Dakota Fanning.
Ci dice che Spielberg torna sempre sugli alieni per misurare il nostro stato morale. Disclosure Day, in uscita il 12 giugno 2026, viene presentato come un nuovo film UFO legato all’idea della rivelazione: cosa accadrebbe se avessimo la prova che non siamo soli? Spielberg ha dichiarato di avere un forte sospetto che non siamo soli nell’universo, e le anticipazioni sul film parlano proprio della reazione umana a quella scoperta.
E allora il confronto con La guerra dei mondi diventa affascinante. Nel 2005 l’alieno era l’Altro che devasta. Nel 2026, almeno da quello che sappiamo, potrebbe tornare a essere l’Altro che ci costringe a ridefinirci. Non necessariamente benevolo, ma sicuramente più legato all’idea di “rivelazione” che di puro annientamento.
Ho pensato molto a questo passaggio nel cinema di Spielberg. Da una parte c’è il regista che negli anni Settanta e Ottanta guardava al cielo con stupore. Dall’altra c’è quello del 2005 che guarda alla Terra devastata dalla paura. Disclosure Day sembra poter stare nel mezzo: un film che riprende la questione extraterrestre in un’epoca in cui il dibattito pubblico sui fenomeni UAP/UFO è diventato culturalmente molto più centrale.
Il vero significato del finale di La guerra dei mondi è che l’uomo non controlla quasi nulla. Non controlla l’arrivo del disastro, non controlla la sua risoluzione, non controlla neppure l’idea di essere la specie dominante per diritto naturale. Sopravvive, spesso, più per adattamento che per merito.
Ed è una visione severa. Molto più severa di quanto si dica di solito parlando di Spielberg.
Il film ti lascia una domanda sporca e scomoda: se un’intelligenza superiore arrivasse davvero, noi saremmo capaci di capirla, di affrontarla, o solo di attraversarne il passaggio come formiche sotto una ruspa? La guerra dei mondi risponde nel modo più brutale: probabilmente la seconda.
E qui secondo me sta la sua importanza oggi, alla vigilia di Disclosure Day. Per capire cosa Spielberg potrebbe voler dire nel nuovo film, bisogna ricordarsi che lui gli extraterrestri li ha già raccontati in tre modi: come meraviglia, come amicizia, come terrore. Il quarto passo, forse, sarà la verità. O almeno il bisogno disperato di guardarla in faccia.

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