Tutti i film di Steven Spielberg sugli alieni, finora

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Tutti i film di Steven Spielberg sugli alieni, finora

Quando Steven Spielberg torna dalle parti degli alieni, non sta mai soltanto facendo fantascienza. Sta parlando di noi. Della paura, della meraviglia, dell’infanzia, della famiglia, del bisogno di credere che là fuori ci sia qualcosa di immenso — e che quel qualcosa, a volte, possa persino guardarci senza volerci distruggere.

Ecco perché l’arrivo di Disclosure Day, il nuovo film scritto a partire da un’idea originale di Spielberg, con sceneggiatura di David Koepp, è una notizia che per chi ama il cinema pesa parecchio. Non solo perché Spielberg torna a un immaginario che gli appartiene da sempre, ma perché ci torna oggi, dopo decenni in cui il suo sguardo sugli extraterrestri è cambiato insieme al mondo.

La cosa bella è che, se ci pensate, Spielberg ha già raccontato quasi tutte le possibili facce dell’alieno: il mistero, l’amicizia, il trauma, l’invasione, perfino il contatto con l’ignoto trasformato in mito pop. E lo ha fatto sempre con una chiarezza rara: film enormi, spettacolari, accessibili a tutti, ma mai stupidi. Anzi. È proprio questo il suo colpo da fuoriclasse: parlare a un pubblico vastissimo senza semplificare davvero il sentimento che mette in scena.

1. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977): l’alieno come richiamo del sublime

Il primo grande film alieno di Spielberg, quello che definisce tutto, è ovviamente Close Encounters of the Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo). Il film segue Roy Neary, un uomo comune la cui vita viene sconvolta da un incontro con un UFO, mentre un’altra linea narrativa accompagna una madre il cui bambino viene rapito durante una manifestazione extraterrestre. È scritto e diretto da Spielberg, e già qui c’è il suo DNA completo: gente normalissima travolta da qualcosa di più grande di loro.

La prima cosa da dire è questa: qui l’alieno non è ancora un “personaggio” nel senso classico. È soprattutto presenza, richiamo, ossessione luminosa. È il mistero che interrompe la quotidianità. Non arriva per massacrare. Non arriva per fare il simpatico. Arriva per destabilizzare, per chiamare, quasi per risvegliare.

Qui Spielberg ha trovato subito la chiave più sua: l’extraterrestre come occasione per guardare gli esseri umani dal basso e dall’alto nello stesso momento. Dal basso, perché ci mostra uomini piccoli, confusi, infantili davanti all’ignoto. Dall’alto, perché ci costringe a sentire che il cosmo è più grande delle nostre case, delle nostre famiglie, delle nostre routine.

E poi c’è una cosa che non va mai dimenticata: Incontri ravvicinati non è un film cinico. Il suo stupore è autentico. Anche quando racconta l’ossessione di Roy, anche quando incrina il matrimonio e la stabilità domestica, non sta dicendo “guardate che sciocchi gli umani”. Sta dicendo: guardate quanto è potente il desiderio di contatto.

2. E.T. l’extra-terrestre (1982): l’alieno come infanzia, amicizia, casa

Se Incontri ravvicinati è il film del sublime, E.T. the Extra-Terrestrial (E.T. l’extra-terrestre) è il film del cuore. Spielberg porta l’extraterrestre nel suburbio americano, nel cortile, nella cameretta, tra fratelli, biciclette e genitori assenti. Elliott trova un alieno rimasto bloccato sulla Terra e lo trasforma, di fatto, nel centro emotivo della propria crescita. Qui Spielberg fa una cosa decisiva: umanizza l’alieno senza banalizzarlo. E.T. è adorabile, certo. Ma non è un pupazzo. È fragile, misterioso, malinconico. Porta con sé l’idea di un altrove. E soprattutto diventa lo specchio di un bambino che si sente solo.

Questo è forse il gesto più radicale di Spielberg sul tema alieno. Dopo aver mostrato gli extraterrestri come evento cosmico, li trasforma in una relazione intima. L’ignoto non è più solo là nel cielo: è seduto in cucina, si nasconde tra i peluche, ti guarda con occhi enormi e ti insegna che la diversità non va temuta automaticamente.

Anche da un punto di vista culturale il film è centrale. L’American Society of Cinematographers osservava già all’epoca che Spielberg, dopo Incontri ravvicinati, compiva un passo ulteriore: non più alieni benigni in generale, ma un alieno addirittura amabile. È un salto enorme. Significa prendere una figura che il cinema aveva spesso associato alla minaccia e trasformarla in un veicolo di tenerezza.

Ed è qui che Spielberg diventa davvero Spielberg all’ennesima potenza: l’extraterrestre serve a raccontare il lutto, l’assenza del padre, l’amicizia assoluta, il distacco. Tutto in un film che può vedere un bambino di otto anni e amare un adulto di cinquanta. Non è poco. Anzi, è quasi impossibile.

3. La guerra dei mondi (2005): l’alieno come terrore puro

Poi arriva il contraccolpo. War of the Worlds (La guerra dei mondi), con Tom Cruise e Dakota Fanning, è la faccia opposta del suo cinema alieno. Qui gli extraterrestri invadono, distruggono, annientano. Spielberg adatta H. G. Wells e costruisce un racconto di sopravvivenza visto attraverso una famiglia spezzata. La differenza, rispetto a E.T. e Incontri ravvicinati, è brutale: il contatto non è più promessa. È catastrofe.

Ma attenzione: anche qui, in fondo, Spielberg non sta facendo solo “gli alieni cattivi”. Sta facendo qualcosa di più preciso. Molti commentatori hanno letto il film come attraversato da paure post-11 settembre, e lo stesso Spielberg parlò del film come di un “wake-up call” per affrontare le nostre paure. Reuters e altre fonti recenti hanno anche sottolineato come Disclosure Day si collochi in dialogo con questi titoli precedenti, da Incontri ravvicinati a E.T., passando proprio per La guerra dei mondi.

Ecco il punto: nel 2005 l’alieno spielberghiano non è più il volto della speranza o della meraviglia. È il volto dell’insicurezza globale. Della civiltà che può crollare in un attimo. Della famiglia come ultimo rifugio mentre tutto il resto va in pezzi.

Ho sempre pensato che questo sia uno dei film più sottovalutati di Spielberg. Perché molti lo riducono al blockbuster distruttivo con i tripodi. In realtà è un film nerissimo, quasi isterico, in cui il regista usa gli alieni per dire che il mondo contemporaneo non si sente più protetto. E che il padre spielberghiano, stavolta, non salva il mondo: prova soltanto a non perdere i figli.

4. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008): l’alieno come mitologia pop

Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull (Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo) è un caso diverso. Non è un film “sugli alieni” nel senso pieno di E.T. o La guerra dei mondi. È un film d’avventura che a un certo punto assorbe in pieno l’immaginario UFO anni Cinquanta: Area 51, Roswell, teschi di cristallo, esseri interdimensionali, paranoia da Guerra Fredda. Però gli extraterrestri — o comunque l’origine non umana di quel potere — sono centrali nell’identità del film.

Spielberg non usa l’alieno sempre nello stesso modo. In Crystal Skull lo usa come mito popolare, come pezzo di immaginario collettivo americano. Non c’è l’intimità di E.T.. Non c’è il terrore realistico di La guerra dei mondi. C’è piuttosto il gusto per il racconto pulp, per la leggenda archeologica che sfocia nel cosmico.

Questa componente extraterrestre non si integra alla perfezione con Indy come il soprannaturale religioso dei film precedenti. Funziona come idea, molto meno come equilibrio complessivo. Ma proprio per questo il film è interessante dentro il discorso più ampio su Spielberg: dimostra che per lui l’alieno non è solo creatura, è anche forma culturale, fantasia americana, folklore sci-fi.

Come Spielberg ha sempre trattato gli alieni

Mettendo tutto in fila, il disegno è chiarissimo.

Spielberg ha trattato gli alieni in almeno quattro modi principali.

Il primo è quello della meraviglia. In Incontri ravvicinati il cielo si apre e l’uomo comune sente il richiamo dell’ignoto. È il cinema del “guardare in su”.

Il secondo è quello della vicinanza emotiva. In E.T. l’extraterrestre entra in casa, diventa amico, fratello, creatura da proteggere. È il cinema del “guardare accanto”.

Il terzo è quello della paura storica. In La guerra dei mondi l’alieno coincide con il trauma, con l’invasione, con il collasso improvviso della sicurezza. È il cinema del “guardare attorno”, cercando una via di fuga.

Il quarto è quello del mito pop. In Il regno del teschio di cristallo l’extraterrestre si mescola alla leggenda, alla cospirazione, all’avventura seriale. È il cinema del “guardare indietro”, all’America che sognava e temeva gli UFO.

E c’è una costante che li unisce tutti: Spielberg non tratta mai l’alieno come semplice effetto speciale. Anche quando lo spettacolo è enorme, l’extraterrestre è sempre una scorciatoia per parlare di esseri umani. Della loro solitudine. Della loro curiosità. Della loro paura di non essere soli. E, paradossalmente, della loro paura di esserlo davvero.

Perché Disclosure Day conta così tanto

Spielberg ha presentato Disclosure Day come un film con “più verità che finzione”, ispirato anche dai moderni report sugli UFO/UAP e pensato per interrogarsi su cosa accadrebbe se l’esistenza di vita extraterrestre venisse dimostrata davvero. Le anticipazioni parlano di un ritorno pieno al tema del contatto alieno, con Emily Blunt, Josh O’Connor, Colman Domingo e Colin Firth nel cast.

Questo significa una cosa molto semplice: Spielberg oggi non torna agli alieni per nostalgia. Ci torna perché il mondo, rispetto al 1977 o al 1982, è cambiato. Oggi viviamo tra teorie, disclosure, video militari, paranoia digitale, crisi di fiducia nelle istituzioni. Il mistero extraterrestre non è più solo fiaba cosmica. È anche fatto mediatico, politico, quasi antropologico.

Ed è per questo che Disclosure Day incuriosisce così tanto. Perché può diventare il film in cui Spielberg prova a fondere tutte le sue anime precedenti: la meraviglia di Incontri ravvicinati, l’emozione di E.T., l’ansia contemporanea di La guerra dei mondi.

Il bello del suo cinema alieno è sempre stato questo: anche quando parla di creature venute da lontano, in realtà sta parlando della Terra. Di noi, mentre alziamo gli occhi verso il cielo cercando una risposta.

Non è detto che Disclosure Day sarà il suo miglior film sugli alieni. Sarebbe chiedere tantissimo. Ma una cosa è certa: pochi registi hanno saputo raccontare gli extraterrestri con una gamma così ampia di sentimenti. Spielberg li ha resi misteriosi, affettuosi, terrificanti, mitologici. E ogni volta li ha riportati a misura d’uomo.

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