La Presidentessa di Le Beatrici: analisi del monologo di Stefano Benni

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“La Presidentessa” in Le Beatrici: trama, personaggio e analisi del monologo

Stefano Benni, in Le Beatrici, costruisce una galleria di figure femminili molto diverse tra loro, ognuna portatrice di una voce riconoscibile, di una ferita, di una deformazione del presente o di una maschera sociale. Non siamo davanti a personaggi realistici nel senso più piatto del termine: Benni lavora spesso per eccesso, caricatura, ritmo, graffio satirico. Ed è proprio per questo che i suoi monologhi funzionano così bene a teatro. Hanno una superficie comica immediata, ma sotto fanno emergere un mondo grottesco, cinico, spesso spietato.

“La Presidentessa” rientra perfettamente in questa logica. Il monologo mette in scena una donna di potere mentre parla al telefono con un uomo altrettanto inserito in una rete di favori, raccomandazioni e fedeltà interessate. Il tono è rapido, aggressivo, pieno di scarti improvvisi, di ordini, di battute triviali e di frasi che mostrano senza filtri un sistema malato. La forza del testo sta nel fatto che la Presidentessa non si percepisce come ridicola. Anzi: si muove con assoluta naturalezza dentro un universo di privilegi, clientele e autocelebrazione.

Per questo il monologo è molto utile in un percorso di studio attoriale: obbliga a lavorare sul ritmo comico, sul sottotesto, sulla costruzione del potere in voce e sul rapporto tra personaggio pubblico e vuoto privato. E funziona bene anche sul piano dell’analisi, perché in poche battute riesce a concentrare una satira precisa della politica-spettacolo, della televisione e del narcisismo istituzionale.

Di cosa parla Le Beatrici di Stefano Benni?

Per inquadrare bene il monologo, bisogna partire dall’opera che lo contiene. Le Beatrici è un testo teatrale di Stefano Benni composto da una serie di monologhi femminili. Ogni personaggio rappresenta un punto di vista specifico sul mondo contemporaneo, sulle relazioni, sul potere, sulla fragilità, sulla memoria o sull’assurdo sociale.

Non c’è una trama unica e lineare come in una commedia tradizionale. Piuttosto, Le Beatrici si presenta come un insieme di ritratti. Sono voci autonome, spesso molto forti, costruite con un linguaggio che alterna comicità, amarezza, deformazione e critica sociale. Benni usa questi personaggi per osservare il presente da angolazioni diverse, senza mai trasformare il teatro in lezione. La scrittura rimane sempre scenica, concreta, sonora.

“La Presidentessa” si inserisce in questo mosaico come figura di potere. Il suo monologo non racconta una vicenda nel senso classico, ma mette il pubblico davanti a un frammento di realtà estremamente eloquente: una telefonata in cui il favore personale, la raccomandazione e l’uso privato delle istituzioni vengono trattati come prassi normale. In pochi minuti, il personaggio rivela molto più di quanto vorrebbe.

Perché il contesto di Le Beatrici è importante per capire “La Presidentessa”?

Perché il monologo non va letto come un semplice sketch comico. È un ritratto satirico. E, come spesso accade in Benni, la caricatura è uno strumento per rendere più visibile una verità sociale.

Dentro Le Beatrici, ogni donna parla da un luogo preciso del mondo. La Presidentessa parla da una posizione di vertice, o comunque da una posizione percepita come intoccabile. La sua voce è quella di chi non deve spiegarsi, di chi dà ordini, di chi è abituata a essere ascoltata, adulata, temuta. Questo modifica completamente il tono del monologo: non è una donna isterica che urla nel vuoto, ma una figura abituata a piegare la realtà ai propri interessi.

Il riferimento continuo alla televisione, ai ruoli assegnati per conoscenze, ai nomi segnalati, ai contatti col premier e ai finanziamenti colloca il testo in una dimensione molto precisa: il potere non come responsabilità, ma come gestione della visibilità, dei favori e delle relazioni utili. La satira non colpisce un singolo ambiente soltanto. Colpisce la contiguità tra politica, spettacolo, istituzioni e servilismo.

Testo del monologo

“La Presidentessa” in “Le Beatrici” di Stefano Benni

(Parla al telefono) Sì, ciao… va bene dai, basta smancerie… ascoltami bene, devo chiederti il solito favore… Va bene, va bene… lo so che sei contento di farmi un favore… ma basta!… cos’è questo rumore, che fai scodinzoli?

Allora, questo favore… sì, certo, è un onore per te ma… zitto!… Sì, va bene, sono la migliore di tutte. Allora… ho qui una lista di nomi, di rompiballe che vogliono fare la televisione… Attori? Ma che ne so! Sono amici di amici, amanti, reggipalle eccetera…

Allora (guardando una lista di nomi che ha in mano) segnati questi nomi: Repetti Gianfranco e Fabri Federico. Vorrebbero fare i carabinieri in una fiction… Quale fiction? Non so, quante ce n’è sui carabinieri? Dieci, venti? Ne basta una… Appuntati o marescialli? Ma che ne so! Dai, sono amici del ministro che mi deve dare dei finanziamenti.. Se va bene una fiction sulla guardia di finanza? Mah, non so… credo di sì… Ecco, uno finanziere e uno pompiere… Hai solo una parte da centurione? Va bene dai, è sempre un soldato, fa lo stesso. Poi, Saverini Samuele. Questo c’ha il curriculum: guardia del corpo, body building, concorso di poesia per culturisti, primo premio, nome di battaglia Rambaud. Ecco, lui vorrebbe fare il.. tronista?! Ma che cazzo è un tronista?… Ah, è un obiettivo difficile, hai mille richieste… Beh, la mia non è una richiesta qualsiasi… Se LO dà? “Lo dà” cosa? Ma non lo so, voi uomini siete peggio di noi! Va bene, allora fai il possibile! …

Poi Lupi Giuseppe, vorrebbe fare le previsioni del tempo… No, non è un meteorologo, però si presenta bene: faceva l’apriporta in divisa da Cartier… Poi Benito Balestra. Qualsiasi parte purché non parli, è balbuziente. E poi Mazzaferri Gesuino, questo lo raccomanda il Vaticano, vorrebbe fare… vorrebbe fare qualcosa su Padre Pio. Leggo dal curriculum: ha sessant’anni, la barba bianca… (viene interrotta nella lettura) Ma che cazzo ne so! Arrangiati, fagli fare un prete qualsiasi!

Poi, per finire: Gino Giarretta, vorrebbe fare… la velina. Va beh, io te lo mando, poi cazzi tuoi, inventati qualcosa!… Va bene… basta lo so, sì, sono una donna speciale… Sì, certo.. resterai lì altri dieci anni, farai i funghi su quella poltrona!.. Certo, domani ne parlo col premier. Di lì non ti sposta nessuno! Ciao Vinavil.. ciao!

(Chiude la telefonata. Al pubblico.) Madonna che ruffiano! (Consultando ancora il foglio che ha in mano) Allora, questi della lista sono sistemati.. Cosa c’è qui.. Premio letterario.. Festa di beneficenza… Riunione dei giovani industriali a Taormina. No, io non ci vado, apparirò in video che fa tanto first lady!

Che noia questi rampantelli che chiedono consigli e sviolinano “Ma lei come ha fatto ad arrivare lassù, signora presidentessa?” e io rispondo “Con la dolcezza, con lo charme… con la mia intatta femminilità”.

Chi è davvero “La Presidentessa”?

La Presidentessa è una donna che ha interiorizzato il linguaggio del comando e quello della rappresentazione pubblica. Sa di occupare una posizione forte e la esercita con brutalità disinvolta. Il suo modo di parlare è fondamentale: interrompe, zittisce, umilia, accelera, decide, archivia. Tutto le appartiene già, anche il tempo degli altri.

Non è costruita per suscitare empatia immediata. Anzi, la prima reazione che provoca è spesso il divertimento misto a fastidio. È volgare, spietata, altezzosa, opportunista. Eppure il personaggio non va ridotto a una figurina monocorde. La sua efficacia scenica nasce proprio dal fatto che non si percepisce mai come cattiva. È perfettamente a suo agio dentro il sistema che abita.

Questo è il nucleo interessante. La Presidentessa non si sente corrotta: considera normale sistemare persone senza merito, trattare il potere come scambio personale, distribuire opportunità sulla base delle conoscenze. La sua arroganza è diventata metodo. E quando, alla fine, immagina di rispondere ai giovani ambiziosi dicendo di essere arrivata “lassù” grazie alla dolcezza, allo charme e alla sua “intatta femminilità”, il ritratto si chiude in modo perfetto: il personaggio si autoracconta come icona raffinata mentre il pubblico ha appena assistito alla prova contraria.

Che cosa succede nel monologo?

Il meccanismo è semplice e molto efficace. La Presidentessa è al telefono con un interlocutore complice, probabilmente uomo di apparato o figura di potere legata al mondo televisivo o istituzionale. Fin dalle prime battute il rapporto appare chiaro: lui è servile, insistente, ruffiano; lei lo tollera, lo usa, lo rimette al suo posto e intanto gli chiede favori.

Il contenuto della telefonata è una lista di nomi da sistemare. Persone senza una reale competenza o con competenze irrilevanti vengono proposte per ruoli televisivi di ogni tipo: carabinieri nelle fiction, meteorologi senza esserlo, personaggi da inserire in programmi, persino richieste assurde come quella della “velina”. La logica non è quella della selezione professionale, ma quella del favore da restituire.

Il catalogo dei candidati è comico proprio perché assurdo e riconoscibile insieme. Ogni nome porta con sé una piccola deformazione grottesca: il culturista poeta, il balbuziente che vuole una parte purché muta, il raccomandato del Vaticano, il corpo fuori contesto che va comunque piazzato da qualche parte. Ma la comicità non è gratuita: serve a mostrare il livello di arbitrarietà e incompetenza che il sistema è disposto a tollerare.

Una volta chiusa la telefonata, il monologo cambia leggermente direzione. La Presidentessa si rivolge al pubblico e commenta il proprio interlocutore con disprezzo, definendolo un ruffiano. Poi consulta ancora la lista degli impegni e mostra un altro lato del personaggio: la gestione della propria immagine pubblica. Beneficenze, premi, incontri con giovani industriali, apparizioni video da first lady. Qui il potere si salda al narcisismo. Non importa partecipare davvero: conta apparire nel modo giusto.

Perché il monologo è una satira così efficace?

Perché Benni non ha bisogno di spiegare. Fa parlare il personaggio e lascia che sia il linguaggio stesso a denunciarlo. Non c’è commento morale esterno, non c’è un narratore che dica al pubblico cosa pensare. Il marcio emerge da solo, nella naturalezza con cui la Presidentessa organizza favori, smista carriere, misura le persone in base alla loro utilità.

La satira funziona anche per contrasto. Da una parte c’è il linguaggio del potere reale: premier, ministri, finanziamenti, Vaticano, incarichi, poltrone. Dall’altra c’è il contenuto meschino e farsesco delle richieste: tronisti, fiction, previsioni del tempo, ruoli improbabili. È proprio questa sproporzione a generare il riso amaro del testo. I grandi apparati istituzionali vengono messi al servizio di piccole miserie.

Un altro elemento molto forte è il rapporto tra potere e adulazione. L’interlocutore al telefono non è mai presente in scena, ma esiste benissimo attraverso le risposte della Presidentessa. Si capisce che è uno di quei personaggi che sopravvivono stando incollati al potere, lodandolo, blandendolo, rendendosi utili. La Presidentessa lo disprezza apertamente, ma allo stesso tempo se ne serve. È una relazione perfetta di complicità degradante.

Come si analizza teatralmente “La Presidentessa”?

Dal punto di vista scenico, il monologo è molto più complesso di quanto sembri. La prima tentazione è farne un pezzo solo urlato, aggressivo, magari tutto giocato su una comicità esteriore. Sarebbe un errore. Il testo ha bisogno di precisione.

La Presidentessa non deve sembrare fuori controllo. Al contrario: il suo controllo è totale. Anche quando esplode in espressioni volgari o in stoccate improvvise, resta una donna abituata a comandare. Questo significa che l’attrice deve lavorare non solo sul volume della voce, ma soprattutto sull’autorità. La battuta deve cadere come un ordine, non come uno sfogo casuale.

Il ritmo è fondamentale. Il monologo è costruito su continue accelerazioni, cambi di bersaglio, interruzioni. C’è il telefono, c’è la lista da leggere, ci sono le reazioni all’adulazione, ci sono i commenti al pubblico. Tutto questo crea un movimento serrato che chiede una respirazione molto consapevole. Se il ritmo crolla, il pezzo perde mordente. Se invece si corre troppo, si perdono il sottotesto e la precisione del ridicolo.

Molto importante anche il lavoro sugli oggetti invisibili o reali: il telefono, il foglio con la lista, l’agenda mentale degli impegni. La Presidentessa pensa mentre parla, seleziona, valuta, scarta. Il testo deve sembrare in costante produzione, non solo recitato. Quando legge i nomi, l’attrice non elenca: classifica il mondo.

Qual è il tono giusto per interpretare il personaggio?

Il tono giusto sta a metà tra realismo e deformazione. Troppo realismo e il monologo diventa cronaca piatta. Troppa caricatura e si trasforma in macchietta. Benni chiede una linea più sottile: il personaggio deve essere esagerato, ma credibile nella propria logica interna.

La Presidentessa può far ridere molto, ma non deve cercare il riso a tutti i costi. Funziona meglio quando crede profondamente in ciò che dice. La comicità nasce dalla distanza tra la serietà con cui gestisce l’assurdo e l’assurdità di ciò che sta gestendo.

Anche la sensualità del potere è un aspetto da non perdere. Nel finale, quando si immagina ammirata dai giovani “rampantelli”, emerge un’autopercezione studiata, quasi glamour. È una donna che vuole essere potente e desiderabile, temuta e celebrata, istituzionale e seduttiva insieme. Questo doppio registro rende il personaggio più interessante. Non è solo cinica: è anche un prodotto perfetto della propria messa in scena.

Cosa rivela il finale del monologo?

Il finale è il punto in cui la satira si chiude in modo più netto. Dopo aver mostrato il funzionamento spiccio del potere, la Presidentessa immagina la narrazione ufficiale di sé. I giovani le chiedono come sia arrivata così in alto e lei, invece di rispondere con la verità del sistema di favori, si costruisce un autoritratto impeccabile: dolcezza, charme, intatta femminilità.

Qui Benni centra il bersaglio con grande lucidità. Il potere contemporaneo non si limita a esercitarsi: produce anche il proprio racconto pubblico. Non basta occupare una posizione. Bisogna trasformarla in immagine, in leggenda personale, in formula rassicurante da offrire a chi guarda.

Il termine “first lady”, usato poco prima, spinge ancora di più in questa direzione. La Presidentessa non pensa in termini di responsabilità, ma di presenza scenica. Essere vista conta più che esserci. Apparire in video vale più della partecipazione concreta. È una battuta, ma dentro c’è un intero modello di rappresentanza svuotata.

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