Articolo a cura di...
~ La redazione di RC
Per anni Matthew McConaughey è stato quello delle commedie romantiche, del sorriso sghembo, del fascino texano un po’ pigro e di quella sicurezza da protagonista che sembrava perfetta per film da multisala del sabato sera. E invece fermarsi lì sarebbe un errore enorme. Perché la sua carriera è una delle trasformazioni più nette e interessanti del cinema americano degli ultimi trent’anni: da volto da rom-com a interprete drammatico, fino a diventare qualcosa di più raro, quasi una presenza “filosofica” dentro il cinema moderno.
McConaughey non arriva dal nulla. Dopo l’esordio che lo rende immediatamente riconoscibile in Dazed and Confused e il salto di popolarità con A Time to Kill, Hollywood capisce molto presto come venderlo: bello, rilassato, magnetico, perfetto per ruoli romantici o da leading man accessibile. E infatti nei primi anni 2000 si consolida la fase più commerciale della sua carriera, quella di The Wedding Planner, Come farsi lasciare in 10 giorni, A casa con i suoie altri titoli che lo fissano in un’immagine precisa. Un’immagine redditizia, certo, ma anche limitante.
Il punto è proprio questo: Matthew McConaughey a un certo punto diventa prigioniero del suo stesso personaggio. Funzionava, vendeva, piaceva. Ma era un recinto. Il passaggio decisivo della sua parabola stia qui: nel momento in cui capisce che continuare a essere “quello che il pubblico si aspetta” significava smettere di crescere davvero come attore. Non è una cosa che capita a tutti i divi. Molti restano dove il mercato li mette. Lui, invece, ha deciso di staccarsi da quella comodità. E non senza rischio.
La svolta non è stata soltanto artistica. È stata una presa di posizione. In diverse interviste McConaughey ha raccontato quanto fosse importante uscire dall’etichetta da rom-com guy e aspettare ruoli capaci di rimetterlo in discussione. Questa fase, che poi sarebbe stata battezzata “McConaissance”, non nasce da una semplice operazione d’immagine, ma da una scelta di sottrazione: meno film “facili”, più attese, più rifiuti, più fame. È lì che il suo percorso cambia davvero direzione.

I film chiave arrivano tutti in una manciata di anni, ed è impressionante rivederli oggi uno accanto all’altro. The Lincoln Lawyer, Bernie, Killer Joe, Mud, Magic Mike, The Wolf of Wall Street, Dallas Buyers Club, True Detective, Interstellar. Messa così, sembra quasi una provocazione: come se in pochi anni avesse voluto recuperare il tempo perso e dimostrare a tutti che sotto la superficie del divo da locandina c’era un interprete molto più scomodo, sporco, affamato, perfino disturbante. E devo dirlo, è qui che McConaughey diventa davvero interessante.
Il titolo che cambia tutto, anche simbolicamente, è Dallas Buyers Club. La performance di Ron Woodroof è il momento in cui McConaughey spezza l’immagine precedente davanti agli occhi del grande pubblico. Il corpo si assottiglia, il carisma resta ma si fa feroce, la seduzione lascia spazio alla sopravvivenza. L’Oscar come miglior attore nel 2014 certifica questa rinascita, ma in realtà il premio arriva a coronare un percorso già in atto. Non è l’inizio del cambiamento: è la prova ufficiale che il cambiamento è riuscito.
Poi però sarebbe riduttivo fermarsi all’idea del “bravo attore drammatico”. Perché McConaughey, a quel punto, fa qualcosa di ancora più particolare: trasforma la propria presenza scenica in un dispositivo concettuale. In True Detective, nei panni di Rust Cohle, non interpreta un investigatore tormentato. Diventa una voce filosofica, nichilista, ipnotica. Ogni momento sembra arrivare da un confine strano tra pulp, metafisica e disperazione. E il bello è che funziona, perché la sua recitazione non cerca mai di sembrare colta: ti fa credere che quell’uomo pensi davvero così, che viva davvero dentro quelle ossessioni.
Questa fase è quella che cambia il suo statuto nel cinema contemporaneo. Da attore che “fa bene i personaggi” a interprete che porta con sé un mondo di idee. È una differenza enorme. In Interstellar, per esempio, Christopher Nolan usa la sua energia in modo completamente diverso rispetto a True Detective, ma il risultato è simile: McConaughey diventa il volto di un cinema che vuole parlare di tempo, morte, amore, memoria, destino. Anche quando il film è spettacolare, lui porta sempre dentro l’inquadratura una vibrazione ulteriore, qualcosa che spinge il personaggio oltre il semplice ruolo narrativo.
Ed è qui che arriviamo al punto cruciale: perché oggi Matthew McConaughey può essere considerato quasi un riferimento filosofico del cinema moderno? Perché la sua immagine pubblica e i suoi ruoli hanno finito per fondersi. Il suo linguaggio, il suo modo di parlare, il motto “just keep livin’”, il memoir Greenlights, la sua tendenza a muoversi tra aforisma, autobiografia e riflessione spirituale hanno costruito una figura che non appartiene solo al cinema, ma anche a una certa idea contemporanea di ricerca interiore. Perfino nelle interviste più recenti insiste su temi come fede, autoconsapevolezza, speranza contro il cinismo, disciplina personale. Non è più soltanto un attore che recita personaggi profondi: è diventato uno di quei divi che il pubblico percepisce come portatori di una visione del mondo.

Naturalmente c’è anche un rischio. Quando un attore diventa così riconoscibile nel pensiero, nella voce e nell’aura, può finire per sembrare sempre “Matthew McConaughey che riflette sulla vita” anche quando il film chiederebbe altro. Devo dirlo, questo è il punto debole della sua terza fase. A volte il personaggio viene un po’ inghiottito dal personaggio pubblico. È il prezzo da pagare quando costruisci una presenza tanto forte da diventare marchio, filosofia, tono, meme e insieme star persona. Ma il cinema moderno, che spesso ha disperato bisogno di figure riconoscibili e non intercambiabili, da questo rischio guadagna anche molto.
Alla fine, l’evoluzione attoriale di Matthew McConaughey è questo: una parabola che parte dall’essere facilmente consumabile, passa attraverso la fame di legittimazione artistica e arriva a una forma di autorevolezza più strana e affascinante, quella dell’attore che ormai incarna idee oltre che ruoli. Da Come farsi lasciare in 10 giorni a Dallas Buyers Club, da True Detective a Interstellar, il suo viaggio è diventato il racconto di un uomo che ha smesso di chiedere a Hollywood chi dovesse essere. E ha iniziato a imporsi per ciò che era diventato.

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