Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Adela in Mi querida Señorita è una confessione intima, ma sotto ha desiderio, vergogna, fame di contatto e paura del corpo. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri fragilità senza piagnisteo e tensione emotiva senza alzare troppo il volume, questo fa per te. Il bello è proprio qui: devi reggere il conflitto interno senza “spiegarlo” troppo.
Film/Serie: Mi querida Señorita
Personaggio: Adela
Attrice: Elisabeth Martínez
Minutaggio: scena indicata tra 31:30 e 40:04
Durata monologo: 1 minuto e 26 secondi
Difficoltà: 8/10 — intimità, rottura emotiva, cambi di impulso
Emozioni chiave: vergogna, desiderio, confusione, sollievo, paura
Adatto per: provini drama, ruoli introversi, scene di confessione, self tape intensi
Dove vederlo: Netflix
Nel monologo di Adela in Mi querida Señorita, il personaggio si apre con José, il suo amico più vicino, che è anche una figura ambigua e protettiva insieme: ascolta, comprende, ma non può risolvere il suo conflitto. Adela è in un punto delicatissimo. Da una parte ha appena ricevuto il bacio di Santiago, che le restituisce una forma di riconoscimento rassicurante. Dall’altra sente una forza molto più destabilizzante verso Isabel. Il nodo non è solo sentimentale: è fisico, identitario, quasi esistenziale. Adela non ha ancora gli strumenti per capire cosa le stia accadendo davvero, ma percepisce che il corpo, il desiderio e il bisogno di essere toccata non possono più restare anestetizzati.

Santiago mi ha baciata. Mi è piaciuto, moltissimo. Però, non appena ho chiuso gli occhi l’unico volto nella mia mente era di lei. Sì, Isabel. Quando con Santiago, mi sento bella. Ma quando sono con Isabel, mi sento libera. E io non sono mai stata libera… Finalmente ero riuscita a essere invisibile, José. A essere sola del tutto. Mi… mi era tutto indifferente. Il mio corpo, la mia infertilità, le medicine, tutte le cose che non ho mai saputo su di me. E adesso… adesso voglio vivere. Adesso… voglio che mi tocchino. Voglio che mi tocchino tanto, mi capisci? Mi… mi viene la nausea al pensiero di dover avere il controllo della mia vita.
“Santiago mi ha baciata.”: Qui non partire già “carica”. Dillo quasi come una notizia che ti sei tenuta addosso troppo a lungo. Sguardo basso all’inizio, poi un micro-sollevamento degli occhi verso José, come per testare la sua reazione. La voce può essere piana, ma non neutra: sotto ci deve essere imbarazzo.
“Mi è piaciuto, moltissimo.”: Non andare sull’entusiasmo. Il punto non è la gioia romantica, ma la sorpresa di esserti sentita bene. Rallenta leggermente su “moltissimo”, con un accenno di sorriso che subito si spegne. La postura resta chiusa: il corpo non deve confermare la frase, deve quasi contraddirla.
“Però, non appena ho chiuso gli occhi l’unico volto nella mia mente era di lei.”: Qui cambia il vettore emotivo. Il “però” va sentito come una frattura, non come una semplice congiunzione. Fai una piccola pausa dopo “però”. Su “ho chiuso gli occhi” puoi quasi rivivere quel momento, con uno stacco minimo del respiro. “Di lei” va lasciato cadere con paura e verità.
“Sì, Isabel.”: Battuta breve ma decisiva. Non sottolinearla troppo. Meglio un’ammissione quasi inevitabile. Puoi farla con un piccolo cenno del capo, come se stessi smettendo di mentire. La voce qui può abbassarsi appena.
“Quando con Santiago, mi sento bella.”: Non farne una frase sentimentale. “Bella” qui non è vanità: è riconoscimento, forma, ordine. Dilla come se per una volta qualcuno ti avesse rimessa in una cornice leggibile. Tieni le spalle un po’ ferme, come se questa sensazione fosse rassicurante ma stretta.
“Ma quando sono con Isabel, mi sento libera.”: Questa è la prima vera apertura. Il ritmo cambia: meno controllo, più aria. Su “libera” non spingere, apri. Anche il busto può cedere in avanti di un millimetro, come se il corpo sapesse prima della testa cosa significa. Attenzione a non farla “poetica”: deve essere una scoperta fisica.
“E io non sono mai stata libera…”: Qui serve il vuoto. Lascia una pausa prima di questa frase. Lo sguardo si può perdere per un attimo, non su José ma da qualche parte oltre. La chiusa con i puntini va lasciata sospesa, come se Adela stesse sentendo la gravità di quello che ha appena detto.
“Finalmente ero riuscita a essere invisibile, José.”: Questa frase va capita bene: non è serenità, è sopravvivenza. “Finalmente” qui è amaro. Dillo con lucidità, quasi con vergogna per aver trovato rifugio nell’annullarti. Su “José” cerca contatto: lo nomini perché hai bisogno che davvero capisca.
“A essere sola del tutto.”: Più bassa, più secca. Non aggiungere colore emotivo. È una constatazione brutale. Tieni il viso fermo, quasi svuotato. Questa linea funziona se la fai senza orpelli.
“Mi… mi era tutto indifferente.”: La ripetizione di “mi” non va corretta: è utile. Falla sentire come un inceppo del pensiero. Qui puoi introdurre una piccola stretta delle mani, o un gesto nervoso minuscolo. “Indifferente” va detto come qualcosa che ti ha protetta ma ti ha anche uccisa dentro.
“Il mio corpo, la mia infertilità, le medicine, tutte le cose che non ho mai saputo su di me.”: Non correre l’elenco. Ogni elemento deve avere un peso diverso. “Il mio corpo” è la cosa più intima. “La mia infertilità” può uscire con più durezza, quasi come una parola imparata male. “Le medicine” è concreto, quotidiano, brutto. L’ultima parte — “tutte le cose che non ho mai saputo su di me” — va con smarrimento più che con rabbia.
“E adesso… adesso voglio vivere.”: Qui nasce il monologo vero. Prima era confessione, qui diventa desiderio. La ripetizione di “adesso” va caricata in modo diverso: il primo è incredulo, il secondo è deciso. Respira prima di “voglio vivere”. Non urlarlo. Più è semplice, più arriva.
“Adesso… voglio che mi tocchino.”: Questa è la frase più pericolosa da recitare. L’errore sarebbe farla seduttiva. Non lo è. È fame di esistenza, di contatto, di conferma corporea. Tienila vulnerabile. Una pausa prima di “voglio” aiuta. Gli occhi qui possono restare bassi, perché il desiderio è ancora difficile da sostenere.
“Voglio che mi tocchino tanto, mi capisci?”: Qui il bisogno sale. “Tanto” non è erotismo esibito: è urgenza. La richiesta “mi capisci?” va lanciata davvero a José, con uno scatto di sguardo diretto. Per un attimo il controllo si rompe e cerchi disperatamente un testimone.
“Mi… mi viene la nausea al pensiero di dover avere il controllo della mia vita.”: Chiudi tornando al corpo. “Nausea” è fisica, non intellettuale. La frase deve quasi torcerti un po’ il respiro. Non farne un manifesto, ma una resa: sei stanca di sorvegliarti. L’ultimo pezzo, “il controllo della mia vita”, meglio se esce con amarezza che con rabbia.
Questo monologo tiene insieme due movimenti opposti: il bisogno di lasciarsi andare e la paura di esistere davvero. Adela non sta solo dicendo chi desidera. Sta dicendo che per anni ha scelto l’assenza, l’invisibilità, l’indifferenza come forma di difesa. E adesso quel sistema non regge più.
Il punto chiave è che il desiderio, in questo pezzo, non è decorativo. È una minaccia e una liberazione insieme. Per questo il monologo tratto da Mi querida Señorita può essere fortissimo: ti obbliga a lavorare sul sottotesto, non sulla superficie. Se lo fai bene, si vede una persona che per la prima volta vuole abitare il proprio corpo. Se lo fai male, diventa solo una confessione sentimentale.
L’errore più comune sarebbe spingere tutto verso il melodramma o, al contrario, raffreddarlo troppo. Adela non è isterica, ma neanche composta. Sta cercando parole che non ha mai usato davvero. Elisabeth Martínez, in un pezzo del genere, chiede all’attore una cosa precisa: non “interpretare il tema”, ma lasciar trapelare il conflitto riga dopo riga.

Funziona per:
provini drama contemporanei
ruoli femminili introversi ma intensi
scene di coming of age adulto o risveglio identitario
self tape dove serve verità emotiva più che virtuosismo
Evitalo se:
il casting cerca energia brillante o comic timing
hai poco controllo sulle pause e sulle mezze tonalità
il provino richiede un pezzo molto estroverso o aggressivo
Si abbina bene con: un secondo monologo più frontale e deciso, magari da un personaggio che usa ironia o rabbia invece della vulnerabilità.
Se lavori sul monologo di Adela da Mi querida Señorita, concentrati meno sul “tema” e più sui passaggi di impulso. Il pezzo vive lì: nel momento in cui una frase si spezza, una verità scappa fuori, e il corpo capisce prima della testa.

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