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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Ana in Mis muertos tristes è un pezzo drammatico femminile per un’età scenica intorno ai 60-70 anni, particolarmente utile per mostrare controllo, ironia difensiva e rabbia senza partire subito dall’esplosione emotiva. È interessante per un provino perché attraversa colpa, stanchezza e denuncia sociale in appena 79 secondi, obbligando l’attrice a cambiare continuamente bersaglio senza perdere il filo.
Film/Serie: Mis muertos tristes
Anno: 2026
Personaggio: Ana
Interprete: Mercedes Morán
Episodio: Episodio 3
Timecode: 22:35-23:54
Durata monologo: 1 minuto e 19 secondi
Numero di battute: 1
Numero di righe di lavoro: 14
Difficoltà: 8/10 — molti cambi emotivi senza pause narrative nette
Emozioni chiave: esasperazione, colpa, stanchezza, rabbia, sarcasmo
Adatto per: provini realistici, drammi sociali, personaggi autoritari sotto pressione
Età scenica consigliata: 60-70 anni
Grado di diffusione: raro / poco diffuso in provino
Dove vederlo: Netflix
Ana arriva allo sportello dell’ufficio che si occupa della manutenzione e della pulizia delle acque perché nel quartiere c’è un problema concreto con la rete idrica. La donna, però, si trova già in una condizione di pressione estrema.
È stata medico durante il Covid e porta ancora addosso il peso delle decisioni prese per salvare i pazienti che avevano maggiori possibilità di sopravvivere.
Sua madre è morta, ha perso il lavoro, sua nipote è scomparsa e teme che possa essere morta; inoltre ha problemi economici e un rapporto difficile con la figlia. A tutto questo si aggiunge una situazione apparentemente impossibile da spiegare: Ana sente e vede i morti.
Quando l’impiegata le chiede dei dettagli, quindi, la risposta non riguarda più soltanto l’acqua. La donna usa quella domanda come detonatore e scarica in pochi secondi anni di responsabilità, accuse e sensi di colpa, fino a trasformare la confessione personale in un attacco diretto contro chi ha davanti.

Dettagli? Nonono, non mi servono i dettagli. I dettagli li conosco a memoria. Te li posso dire io. Te li dico? Te li dico. Annota.
Ho ammazzato dieci anziani che stavano morendo di COVID, gli ho tolto l’ossigeno e l’ho dato ad altri che potevano salvarsi, quindi mi hanno definita un’assassina. Mi hanno massacrata.
Poi è morta mia madre.
E poi mi hanno mandato via.
E ora mia nipote è scomparsa e sicuramente è morta per colpa mia.
E sto cercando di affittare il mio appartamento per non diventare povera, perché non so quando mi daranno la pensione.
E mia figlia non mi risponde al telefono.
È un po’ incasinata, per colpa mia.
Mia madre, che è morta, mi sgrida tutto il tempo, ma nessuno la sente perché è morta, anche se adesso alcuni hanno cominciato a sentirla… per colpa tua.
Per colpa tua e per colpa di questa impresa di merda che dà l’acqua dolce ai ricchi però a noi poveri dà l’acqua contaminata del Riachuelo.
Mhm?
“Dettagli?”: Non partire arrabbiata. L’errore più comune sarebbe entrare nel monologo già al massimo. La prima parola può essere quasi incredula: Ana ha appena sentito qualcosa che per lei è assurdo. Guarda l’interlocutrice come se stessi verificando di aver capito bene.
“Nonono, non mi servono i dettagli.”: Il triplo “no” non deve diventare una gag. Può essere rapido, quasi automatico. Il corpo anticipa la frase: un piccolo gesto della mano basta a fermare l’altra persona. Ana sta prendendo il controllo della conversazione.
“I dettagli li conosco a memoria.”: Qui rallenta leggermente. È la prima frase che apre la porta al dolore. Non sottolineare “memoria”: lascia che il peso venga dal fatto che Ana non può dimenticare.
“Te li posso dire io. Te li dico? Te li dico. Annota.”: Cambia ritmo. Le frasi brevi permettono una sorta di aggressione metodica. “Annota” può essere quasi professionale: per un istante torna il medico abituato a dare istruzioni. Più è asciutta, più il sarcasmo funziona.
“Ho ammazzato dieci anziani…”: Attenzione a non giocare immediatamente il senso di colpa. Ana usa volontariamente la formulazione più brutale possibile. Potrebbe quasi citare l’accusa che le è stata rivolta. La domanda utile in prova è: “Sto confessando o sto restituendo le parole con cui mi avete distrutta?”
“…gli ho tolto l’ossigeno e l’ho dato ad altri che potevano salvarsi”: Qui entra la precisione clinica. Niente pianto. Il personaggio conosce perfettamente la logica della decisione e sa perché l’ha presa. Cerca un tono quasi da cartella medica: causa, scelta, conseguenza.
“Quindi mi hanno definita un’assassina. Mi hanno massacrata.”: La prima frase può avere una punta di ironia amara; sulla seconda, invece, togli qualcosa. “Mi hanno massacrata” funziona meglio se non viene gridato. È una constatazione consumata.
“Poi è morta mia madre.”: Lascia un piccolo vuoto prima di questa frase. Non devi necessariamente abbassare gli occhi. Può essere molto più duro restare sull’interlocutrice e pronunciarla senza cercare compassione.
“E poi mi hanno mandato via.”: Non trattarla come un nuovo picco drammatico. È quasi un’altra voce nell’elenco. Proprio questa normalizzazione racconta quanto Ana sia satura.
“E ora mia nipote è scomparsa…”: Qui cambia qualcosa. È un problema ancora aperto, non un evento già archiviato. Puoi far comparire per la prima volta una piccola esitazione nel respiro.
“…e sicuramente è morta per colpa mia.”: Questa è una delle frasi più pericolose. Non trasformarla automaticamente in una confessione piangente. Ana sembra avere sviluppato un automatismo: qualsiasi cosa succeda, la responsabilità torna a lei. Prova a dirla quasi troppo velocemente, come se fosse una conclusione ormai inevitabile.
“E sto cercando di affittare il mio appartamento…”: Il quotidiano entra violentemente dopo la morte. È proprio questo il bello. Non rendere la frase meno importante: il rischio di diventare povera, per Ana, è concretissimo. Cambia leggermente energia e torna pratica.
“E mia figlia non mi risponde al telefono.”: Qui puoi concederti una frazione di silenzio dopo “telefono”. Non cercare la figlia con lo sguardo: resta nel presente. L’assenza deve stare nella pausa.
“È un po’ incasinata, per colpa mia.”: Io credo che questa sia una delle frasi più rivelatrici del pezzo. Può comparire un mezzo sorriso amaro, brevissimo. Ana ormai si attribuisce perfino la confusione emotiva degli altri.
“Mia madre, che è morta, mi sgrida tutto il tempo…”: Non cambiare registro perché entra il soprannaturale. Per Ana vedere una madre morta è normale. Se giochi la stranezza, perdi il personaggio. Dillo come parleresti di una madre viva che telefona troppo spesso.
“…anche se adesso alcuni hanno cominciato a sentirla…”: Qui serve un rallentamento. Ana arriva finalmente al punto che riguarda davvero l’ufficio. Lo sguardo può stringersi sull’interlocutrice: non stai più raccontando, stai preparando un’accusa.
“Per colpa tua.”: Pausa prima. Questa è la svolta del monologo. Fino a questo momento quasi tutto era “per colpa mia”. Adesso il pronome cambia. Non serve alzare la voce: basta che per la prima volta Ana smetta di essere l’imputata e trasformi l’altra persona nell’imputata.
“Per colpa tua e per colpa di questa impresa di merda…”: Ora puoi lasciare entrare più energia fisica. Non necessariamente volume: può essere una rabbia precisa, frontale. Il corpo, che fino a questo momento poteva essere più trattenuto, può avanzare leggermente.
“…che dà l’acqua dolce ai ricchi però a noi poveri dà l’acqua contaminata del Riachuelo.”: Non perdere il pensiero politico dentro l’esplosione. “Ai ricchi” e “a noi poveri” sono il vero contrasto della frase. Ana non sta soltanto insultando un’azienda: sta indicando una struttura sociale.
“Mhm?”: Non chiudere con enfasi. È più interessante se diventa una richiesta di risposta: “Adesso che sai tutto, cosa mi dici?”. Mantieni lo sguardo. Non liberare la tensione subito dopo l’ultima parola.
1. Se lo giochi come un attacco
Ana vuole mettere l’impiegata all’angolo. Le prime frasi diventano quasi un interrogatorio rovesciato e il ritmo è rapido. Il vantaggio è un arco molto netto verso “per colpa tua”; il rischio è perdere il dolore che sta sotto.
2. Se lo giochi come una richiesta disperata di aiuto
Ana non vuole realmente distruggere l’altra persona: vuole finalmente trovare qualcuno che faccia qualcosa. Le accuse diventano il linguaggio di una donna che non sa più chiedere. Le pause acquistano maggiore peso.
3. Se lo giochi come una confessione involontaria
Parte convinta di parlare dell’acqua e finisce per raccontare se stessa. In questa versione il bersaglio cambia lentamente. “Per colpa tua” diventa sorprendente perfino per Ana: per qualche secondo scopre che forse non tutto è responsabilità sua.
Io credo che il cuore della scena sia racchiuso nella ripetizione di “per colpa mia” e nel momento in cui questa struttura si spezza.
Ana elenca una serie di eventi nei quali ha finito per assumersi, volontariamente o perché costretta dagli altri, il ruolo della responsabile: i pazienti morti durante il Covid, la nipote scomparsa, i problemi della figlia. Il personaggio sembra aver interiorizzato l’idea di essere la causa delle tragedie che la circondano. Poi arriva il cambio. “Per colpa tua.”
Il vero conflitto non è quindi semplicemente una donna arrabbiata contro un’impiegata. È una donna che, dopo essersi processata per oltre un minuto, improvvisamente sposta lo sguardo fuori da sé e riconosce una responsabilità esterna. Questo monologo è interessante perché permette di lavorare sulla rabbia come punto di arrivo, non come stato iniziale. L’errore più comune sarebbe gridarlo. Se ogni frase possiede lo stesso livello emotivo, COVID, madre, nipote, povertà, figlia e acqua diventano un elenco indistinto. Bisogna invece permettere al pensiero di modificare continuamente Ana: medico, figlia, zia, madre, donna economicamente fragile e infine cittadina furiosa.

Funziona per:
ruoli di donne autorevoli che stanno perdendo il controllo senza diventare fragili;
personaggi di medici, dirigenti, madri o professioniste abituate a prendere decisioni difficili;
casting realistici in cui serve mostrare rabbia trattenuta e capacità di cambiare interlocutore emotivo;
self-tape che richiedono un arco completo in circa un minuto.
Evitalo se:
il ruolo richiede leggerezza, seduzione o un registro apertamente comico;
vuoi mostrare principalmente vulnerabilità romantica o intimità sentimentale;
il casting chiede un personaggio molto più giovane e non consente adattamenti.
Si abbina bene con: un secondo pezzo più silenzioso e relazionale, nel quale il conflitto sia affettivo anziché sociale. Permetterebbe di mostrare due modalità opposte di gestire la pressione.
In questo caso il grado di diffusione indicato è basso, quindi non c’è una reale necessità di evitarlo. Se però vuoi costruire una rosa di alternative nello stesso territorio attoriale:
Mildred Hayes da Tre manifesti a Ebbing, Missouri — rabbia concreta e dolore trasformato in attacco; simile per energia e conflitto.
Monologo da "Tre manifesti a Ebbing, Missouri"
Monologo - La Vergogna in Pieces of a Woman
Monologo della madre di Martha dal film "Pieces of a Woman". Monologo sul dolore del crescere ai tempi dell'Olocausto e sulle difficoltà di andare avanti dopo una gravidanza finita con la prematura morte del bambino.
Il monologo dura circa 1 minuto e 19 secondi nella scena dell’episodio 3, dal minuto 22:35 al 23:54. Per un self-tape con limite di un minuto può essere ridotto senza perdere l’arco principale, eliminando soprattutto il passaggio economico sull’appartamento e sulla pensione e mantenendo il cambio da “per colpa mia” a “per colpa tua”.
Il monologo si trova nell’episodio 3 di Mis muertos tristes, disponibile su Netflix. La scena indicata è compresa tra 22:35 e 23:54. Ana parla con una ragazza allo sportello dell’ufficio che si occupa della manutenzione e della pulizia delle acque e trasforma una richiesta burocratica in uno sfogo personale.
Sì, soprattutto per attrici con un’età scenica indicativa tra 60 e 70 anni. È utile perché permette di mostrare autorevolezza, ironia, colpa, stanchezza e rabbia all’interno dello stesso pezzo. Funziona meglio in casting realistici o drammatici che cercano personaggi forti e complessi, meno in provini basati su leggerezza o vulnerabilità sentimentale.
Il punto è non partire dalla rabbia. All’inizio Ana deve ancora dominare l’interlocutrice attraverso precisione e sarcasmo. Lascia che COVID, madre, nipote e figlia modifichino progressivamente il respiro e il ritmo. Conserva l’energia più frontale per “per colpa tua”: se il volume emotivo è alto dall’inizio, il vero punto di svolta scompare.
Se lavori su questo pezzo, concentrati soprattutto sul passaggio da “la colpa è mia” a “la colpa è tua”. Prima di registrarlo, provalo una volta vietandoti di alzare la voce: ti costringerà a trovare i cambi nel pensiero, nello sguardo e nel respiro invece che nel volume.

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