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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Angeli in Goodbye June è uno dei passaggi più intimi e silenziosamente devastanti del film, perché parla del lutto senza spettacolarizzarlo. In poche frasi, Angeli racconta a Connor la perdita della madre e smonta con lucidità le consolazioni di rito, trasformando un dolore antico in una responsabilità presente. Questa scena non offre risposte rassicuranti, ma una direzione emotiva chiara: non possiamo controllare la morte, ma possiamo garantire un addio vero.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 46:30-48:24
Durata: 2 minuti
Contesto di "Goodbye June"
Il film si apre in una mattina d’inverno. Una coppia di anziani si prepara per andare a dormire. L’uomo si allontana un attimo, mentre la donna crolla improvvisamente sul pavimento della cucina. Il bollitore continua a fischiare, unico suono in una casa ormai sospesa. Il figlio, svegliato dal rumore, accorre e capisce subito che qualcosa non va. La donna viene portata d’urgenza in ospedale. Parallelamente, il racconto introduce gli altri membri della famiglia, ognuno immerso nella propria quotidianità: Jules, madre di tre figli, impegnata a gestire la routine tra scuola, spettacoli natalizi e un figlio più piccolo con un ritardo cognitivo; Molly, ossessivamente attenta all’alimentazione biologica del figlio Tibalt; e Connor, il figlio maschio, che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia già fragile. Un’altra sorella, Helen, è inizialmente irraggiungibile, impegnata in pratiche olistiche lontane dal contesto familiare.
Quando la notizia arriva, capiamo subito che non è la prima volta: June combatte contro il cancro da tre anni. Le reazioni dei figli non sono di panico, ma di stanchezza emotiva. In sala d’attesa emergono vecchie tensioni, soprattutto tra le sorelle, che si salutano con la distanza di due estranee. L’aria è tesa, carica di non detti. La diagnosi è definitiva: June si è ripresa dall’episodio acuto, ma il tumore è ormai fuori controllo. Non esistono più cure efficaci. Le restano poche settimane di vita, che trascorrerà in ospedale. Molly esplode in un attacco nervoso contro un medico per un gesto insignificante, segno di un dolore che non trova sfogo. Rimasti soli, i figli iniziano a rinfacciarsi colpe e assenze, rivelando ferite familiari mai rimarginate.
Quando finalmente si riuniscono attorno al letto di June, la donna è vigile, lucida a tratti, e sorprendentemente ironica. Racconta la sensazione di mancanza d’aria provata quella mattina e propone, con una leggerezza spiazzante, di “fare l’oca” per Natale. Nessuno ha il coraggio di dirle la verità sulla diagnosi. Entrano in scena le cure palliative e due giovani inservienti, Julia e Patrick, che rivelano come June avesse già pianificato tutto con loro. Molly però tenta di controllare ogni decisione, convinta di sapere cosa sia giusto per la madre. Il conflitto tra le figlie diventa sempre più evidente, soprattutto con Jules, accusata persino di indossare l’anello della madre, affidatole proprio da June.
Helen arriva infine, incinta. La sua gravidanza apre un nuovo livello emotivo: la consapevolezza che il figlio nascerà senza nonna. In un momento di fragilità, Helen confessa di essersi separata dal compagno e di aver concepito il bambino tramite una procedura legale con un donatore, scelta che la fa sentire giudicata e inadeguata. Intanto Connor, sopraffatto dall’ansia, si rifugia nella chiesa dell’ospedale, dove incontra Angeli Ikande, l’infermiere che segue June. Angeli racconta di aver perso sua madre da bambino e di aver dedicato la vita a dare dignità alle persone nel momento della morte. Il suo sguardo esterno diventa una guida silenziosa per la famiglia.
La situazione domestica precipita quando la casa dei genitori viene allagata a causa di una distrazione del padre, Bernard, sempre più disorientato e incline a bere. Anche lui sta vivendo il lutto prima della perdita, senza sapere come gestirlo. Nei giorni successivi, tra visite, piccoli regali e tentativi maldestri di normalità, June affronta il dolore fisico con lucidità. In uno dei momenti più delicati, chiede a Jules di dirle la verità: morirà? Jules non mente. June si commuove, poi chiede semplicemente di stare insieme. Le chiede anche se la odierà dopo la sua morte. È una domanda che pesa più di qualunque diagnosi.

Connor, lei ti vuole molto bene, sai? Mia madre è morta in ospedale. Avevo otto anni. Non ero lì, ero a scuola, quella mattina. Tutti gli adulti intorno a me mi dicevano che ormai non soffriva più, e che… avrebbe vissuto sempre nel mio cuore. Ed è così, lei è… nel mio cuore, ma… Mi hanno raccontato un mucchio di sciocchezze. Mi hanno detto tutti che era pronta. Ma non lo saprò mai. Sarebbe stato più facile sapendo quando sarebbe finita. Perciò io… faccio tutto il possibile, perché le persone ricevano l’addio che meritano. Conta solo questo.
“Connor, lei ti vuole molto bene, sai?”: attacco semplice, quasi quotidiano; usa “Connor” come ancoraggio (lo riporta nel presente); “sai?” non deve suonare consolatorio ma verificativo; sguardo diretto e morbido, voce bassa, ritmo lento.
“Mia madre è morta in ospedale.”: frase detta senza enfasi, come un fatto che
porta dentro da anni; micro-pausa prima di “morta”; niente melodramma: è un’offerta di verità, non un colpo di scena.
“Avevo otto anni.”: lascia cadere il numero con peso; pausa subito dopo, perché l’immagine arrivi a Connor; sguardo che si abbassa un istante, come se vedesse quel bambino.
“Non ero lì, ero a scuola, quella mattina.”: tono più personale, quasi colpevole; spezza leggermente “Non ero lì” con una micro-esitazione; “quella mattina” va detto come un dettaglio indelebile, con un respiro più lungo.
“Tutti gli adulti intorno a me mi dicevano che ormai non soffriva più, e che… avrebbe vissuto sempre nel mio cuore.”: qui entra il registro delle frasi fatte; “tutti gli adulti” va detto con una punta di distanza (non rabbia, disillusione); pausa vera sui tre puntini dopo “che…”, come se risentisse quelle parole; “sempre nel mio cuore” non va ironizzato, va lasciato sospeso.
“Ed è così, lei è… nel mio cuore, ma…”: doppia esitazione fondamentale; “è così” è una concessione; pausa su “lei è…” come a cercare un modo onesto per dirlo; “ma…” resta aperto, non chiuderlo: è il punto in cui l’attore mostra la frattura tra consolazione e verità.
“Mi hanno raccontato un mucchio di sciocchezze.”: non esplodere; dillo con calma ferma, quasi stanca; sguardo più fermo su Connor, come a dire “non voglio mentirti”; “sciocchezze” va pronunciato senza sarcasmo, come una parola necessaria.
“Mi hanno detto tutti che era pronta.”: rallenta; “tutti” pesa, perché sottolinea l’uniformità delle bugie buone; piccola pausa dopo “pronta”, come se la parola fosse ancora irritante.
“Ma non lo saprò mai.”: frase breve, definitiva; qui il volume cala leggermente; lo sguardo si allontana per un secondo, come se accettasse l’irrisolvibile; lascia un silenzio dopo.
“Sarebbe stato più facile sapendo quando sarebbe finita.”: tono riflessivo, non lamentoso; “più facile” va detto con amarezza controllata; su “finita” evita di appesantire: è la parola che Angeli non ama usare, ma la usa.
“Perciò io… faccio tutto il possibile, perché le persone ricevano l’addio che meritano.”: i tre puntini sono un passaggio interno: Angeli si ricompone e torna professionista; “faccio tutto il possibile” va detto con responsabilità quieta; “l’addio che meritano” è la sua missione, quindi più nitido, più presente, con uno sguardo che torna a Connor.
“Conta solo questo.”: chiusura asciutta, senza cercare applauso emotivo; lascia il peso nel silenzio; niente sorriso finale, al massimo un accenno di pace negli occhi: non consola, orienta.
Il monologo di Angeli è uno dei momenti più silenziosamente potenti di Goodbye June perché non nasce dal bisogno di raccontarsi, ma dalla necessità di dare a Connor un orientamento emotivo nel caos. Angeli non prende spazio: lo crea. Le sue parole non cercano consolazione, né promettono sollievo. Offrono qualcosa di più raro e più onesto: una cornice di senso.
L’attacco è immediato e delicato. Rivolgendosi a Connor per nome e affermando l’amore di June, Angeli non parla ancora di sé, ma stabilisce una base di sicurezza. È un gesto fondamentale: prima di aprire una ferita personale, si assicura che l’altro sia visto. Solo dopo introduce la propria esperienza, e lo fa con una frase secca, priva di carica emotiva apparente. La morte della madre non è un ricordo vivo, ma una verità sedimentata. Proprio per questo pesa.
L’età, otto anni, è il primo vero colpo. Non viene spiegata, viene lasciata lì. Angeli non cerca empatia attraverso il dettaglio, ma attraverso la sottrazione. Il racconto dell’assenza (“non ero lì, ero a scuola”) introduce un tema centrale del monologo: la distanza forzata, l’impossibilità di partecipare all’addio. È una colpa infantile che non si risolve mai del tutto, ed è ciò che trasforma quel lutto in una ferita.
Quando Angeli riporta le parole degli adulti, “non soffriva più”, “vivrà sempre nel tuo cuore”, il tono cambia. Non c’è rabbia, ma una disillusione calma. Quelle frasi, spesso usate per proteggere, vengono smontate senza violenza. Angeli riconosce che sono vere solo in parte. Sua madre è davvero nel suo cuore, ma questo non basta. Il monologo si muove esattamente in questo spazio ambiguo: tra ciò che consola e ciò che manca.
La frase “mi hanno raccontato un mucchio di sciocchezze” è una presa di posizione etica. Angeli afferma una scelta. Il punto di non ritorno arriva con l’ammissione più dura: non saprà mai se sua madre fosse pronta. L’assenza di una risposta diventa il vero trauma, più della morte stessa. Sapere quando tutto sarebbe finito avrebbe reso il dolore più gestibile, più umano.
Da qui nasce la sua missione. Quando Angeli dice “perciò io faccio tutto il possibile”, il monologo smette di guardare al passato e si ancora al presente. Il dolore non viene superato, ma trasformato in responsabilità. Garantire un addio dignitoso non è un atto eroico, è un gesto necessario per chi resta. La chiusura, “conta solo questo”, non cerca risonanza emotiva. È una frase asciutta, definitiva, che orienta Connor senza illuderlo.

June osserva la tabella degli orari di visita ideata da Molly e capisce che le figlie non stanno mai insieme. Con l’aiuto di Angeli, orchestra un ultimo tentativo di riconciliazione. Riunisce Molly e Jules e affida loro un compito: scrivere una lettera per il nipotino che deve nascere. In realtà, la lettera parla di loro, del loro legame spezzato. Le due sorelle, costrette a condividere lo spazio, finalmente si aprono, ammettendo rancori e fragilità. È una riconciliazione imperfetta, ma reale. Anche Connor affronta il padre, accusandolo di non essere presente e di rifugiarsi nell’alcol. Bernard reagisce fuggendo in un pub, dove però sorprende tutti salendo su un piccolo palco e dedicando una canzone a June e ai suoi figli. È il suo modo goffo, ma sincero, di dire “io ci sono”.
Con le forze ormai al limite, June viene sorpresa dal marito con un Natale anticipato. In una sala dell’ospedale, la famiglia ricrea la notte della nascita di Gesù. È un gesto ingenuo, forse ridicolo, ma profondamente umano. Bernard mantiene la promessa: le canta una canzone mentre June, esausta, si spegne circondata dall’amore dei suoi cari. Il film si chiude un anno dopo. È di nuovo Natale. La famiglia è riunita. June non c’è più, ma qualcosa è cambiato. I rapporti, seppur segnati, sono più veri. Il suo ultimo miracolo non è stato guarire, ma lasciare dietro di sé una famiglia finalmente capace di stare insieme.
June diventa consapevolmente il perno emotivo che costringe i figli a guardarsi, a parlarsi, a smettere di fuggire. La sua eredità non è morale né materiale, ma relazionale: insegna che l’amore non è ordine, controllo o perfezione, ma presenza.
Il salto temporale finale conferma questa idea. La famiglia sopravvive alla perdita non perché sia guarita, ma perché ha imparato a condividere il dolore. June “torna come neve a Natale”, come aveva detto: non come fantasma, ma come memoria che unisce.
Regia: Kate Winslet
Sceneggiatura: Joe Anders
Cast: Kate Winslet: Julia Helen Mirren: June Timothy Spall: Bernard "Bernie" Andrea Riseborough: Molly Johnny Flynn: Connor Toni Collette: Helen
Dove vederlo: Netflix

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