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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Arturo in La Captura è una trappola perfetta per un attore: sembra uno sfogo rabbioso, ma se lo interpreti soltanto urlando perdi quasi tutto quello che lo rende utile per un provino. Alfonso Herrera lavora su un uomo stanco, moralmente esasperato e finalmente disposto a guardare in faccia chi considera responsabile di anni di violenza.
Film/Serie: La Captura
Personaggio: Arturo Carmona
Attore: Alfonso Herrera
Minutaggio: 1:16:11 – 1:17:36
Durata monologo: circa 1 minuto e 25 secondi
Difficoltà: 8/10 — Rabbia crescente senza perdere precisione e ascolto
Emozioni chiave: rabbia, disgusto, dolore, fermezza, sfida
Adatto per: provini crime, thriller, poliziotti, uomini sotto pressione
Dove vederlo: Netflix
Arturo Carmona è un agente della Polizia Federale che si ritrova a custodire Joaquín “El Chapo” Guzmán dopo la sua cattura. Nel Motel del Puerto, il narcotrafficante continua a esercitare pressione sul poliziotto: gli offre denaro, gli ricorda quanto sia estesa la corruzione e cerca di convincerlo che opporsi al suo potere sia inutile.
Arturo, però, non cede. Il personaggio interpretato da Alfonso Herrera porta inoltre con sé il peso di episodi violenti vissuti durante il servizio, compresa la morte di persone innocenti coinvolte nella guerra al narcotraffico. Il monologo nasce proprio da questo accumulo. Non è soltanto una risposta a un criminale ammanettato: Arturo sta finalmente dicendo a quell'uomo tutto ciò che associa al sistema di violenza che rappresenta.

Pensa di potermi comprare? Si sbaglia.
Non ci tiene tutti per le palle, mi dispiace.
Lei crede davvero di essere una brava persona, si sente un santo?
Ho dovuto uccidere un ragazzo che spacciava la sua roba.
E poi sono morti due bambini.
Perché siamo in guerra.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Degli innocenti continuano a perdere la vita in guerra, nel fuoco incrociato, per gente come voi che ammazza, che avvelena.
Mi sono sempre chiesto come facciate a dormire tranquilli, davvero.
E credete che costruendo delle cappelle vi ripuliate la coscienza, no cazzo.
Voi siete la merda che siamo costretti a ingoiare ogni santo giorno.
Ma se lei non finirà in carcere, uscirà morto da qui.
“Pensa di potermi comprare? Si sbaglia.”: non iniziare già al massimo della rabbia. Arturo risponde a qualcuno che ha provato ripetutamente a piegarlo: parti quindi con fermezza, quasi con incredulità. Guarda direttamente l'interlocutore durante la domanda, poi fai una pausa minima prima di “Si sbaglia”. Quest'ultima frase può essere più bassa e asciutta, come una sentenza.
“Non ci tiene tutti per le palle, mi dispiace.”: rallenta su “tutti”. Arturo sta contestando il principio sul quale El Chapo costruisce il proprio potere. Il “mi dispiace” non deve essere realmente conciliante: puoi accompagnarlo con un accenno di sorriso amaro, immediatamente cancellato. Mantieni il busto stabile.
“Lei crede davvero di essere una brava persona, si sente un santo?”: qui cambia obiettivo. Non stai più rifiutando il denaro: stai attaccando l'immagine che l'altro ha di sé. Lascia una piccola pausa tra “brava persona” e “si sente un santo?”. La seconda domanda può essere pronunciata più lentamente, quasi studiando il volto di chi hai davanti.
“Ho dovuto uccidere un ragazzo che spacciava la sua roba.”: togli energia invece di aggiungerla. Questa frase arriva dalla memoria. Abbassa leggermente lo sguardo oppure lascialo perdere per un istante nel vuoto, come se l'immagine di quel ragazzo tornasse davanti ad Arturo. Evita il tono vittimistico: il personaggio non sta cercando consolazione.
“E poi sono morti due bambini.”: questa è una delle frasi più delicate. Non sottolineare “morti” con enfasi. Fai il contrario: rallenta e lascia che il peso cada sulla semplicità della frase. Dopo “bambini” concediti una pausa reale, abbastanza lunga da permettere al ricordo di cambiare il respiro.
“Perché siamo in guerra.”: torna gradualmente a guardare El Chapo. Pronunciala come una conclusione che Arturo si ripete da tempo, non come uno slogan. Puoi irrigidire leggermente la mandibola. Il ritmo deve essere netto, quasi spezzato rispetto alla frase precedente.
“Degli innocenti continuano a perdere la vita in guerra, nel fuoco incrociato…”: aumenta progressivamente la velocità, ma senza correre. Qui il pensiero si allarga dai due bambini a tutte le altre vittime. Non gesticolare troppo: lascia che sia il respiro a mostrare che Arturo sta facendo maggiore fatica a contenersi.
“…per gente come voi che ammazza, che avvelena.”: torna completamente sull'interlocutore. Segna una minima separazione tra “ammazza” e “avvelena”. Non serve gridare entrambe le parole: puoi colpire maggiormente la seconda abbassando il tono, come se “avvelenare” descrivesse qualcosa di più lento e profondo della violenza immediata.
“Mi sono sempre chiesto come facciate a dormire tranquilli, davvero.”: attenzione, perché qui il pezzo può diventare molto interessante. Arturo non sta necessariamente insultando: per un attimo vuole davvero capire. Abbassa il volume su “davvero” e mantieni lo sguardo fermo. Una breve inspirazione prima della frase può far percepire il passaggio dalla rabbia alla domanda personale.
“E credete che costruendo delle cappelle vi ripuliate la coscienza…”: usa un tono più amaro che furioso. Puoi scuotere appena la testa, una sola volta, senza trasformare il gesto in commento illustrativo. Rallenta su “ripuliate la coscienza”: Arturo sta mettendo a nudo quella che considera un'ipocrisia.
“…no cazzo.”: qui può arrivare una rottura. La parolaccia funziona se tutto ciò che la precede è stato trattenuto. Breve scatto vocale, mascella più rigida, poi torna immediatamente al controllo. Se inizi a urlare da questo momento fino alla fine, elimini l'effetto.
“Voi siete la merda che siamo costretti a ingoiare ogni santo giorno.”: non correre. Dividi mentalmente la frase in due: “Voi siete la merda” / “che siamo costretti a ingoiare ogni santo giorno”. La prima è l'accusa; la seconda racconta l'esaurimento. Su “ogni santo giorno” fai sentire più stanchezza che aggressività.
“Ma se lei non finirà in carcere, uscirà morto da qui.”: questa è la chiusura e non ha bisogno del volume più alto. Anzi, prova a ridurlo. Ferma il corpo, guarda El Chapo e lascia una piccola pausa dopo “carcere”. “Uscirà morto da qui” deve essere pronunciato con precisione, senza compiacimento. Non è una minaccia da gangster: Arturo sta dichiarando che non intende più arretrare.
Arturo non sta semplicemente dicendo a El Chapo che lo odia. Parte da una provocazione molto concreta — il tentativo di comprarlo — e progressivamente porta nella stanza tutto quello che quell'uomo rappresenta per lui: corruzione, morti, bambini coinvolti nel fuoco incrociato, criminali che continuano a esercitare potere anche mentre sono arrestati.
Il punto chiave è capire che Arturo non parla dall'esterno del conflitto. È sporco di quella guerra anche lui. Dice di avere ucciso un giovane spacciatore e ricorda due bambini morti. Questo impedisce al monologo di diventare la predica di un “buono” contro un “cattivo”. Il personaggio interpretato da Alfonso Herrera conosce il costo materiale della violenza perché vi ha partecipato professionalmente. Quando domanda come facciano quegli uomini a dormire tranquilli, sotto l'accusa c'è anche qualcosa di personale: lui, invece, tranquillo non riesce a dormire.
L'errore più comune sarebbe quindi recitare la rabbia invece del pensiero. Se ogni frase viene urlata, “sono morti due bambini” e “uscirà morto da qui” finiscono per avere lo stesso peso. Non devono averlo. Il testo attraversa rifiuto, provocazione, memoria, dolore, disgusto e infine determinazione. È questa variazione che rende il monologo di Arturo in La Captura utile per un provino.
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Monologo di Quint tratto dal capolavoro "Lo Squalo", di Steven Spielberg.

Funziona per: ruoli di poliziotti o militari sotto pressione; uomini moralmente rigidi ma feriti; protagonisti di thriller e crime; personaggi che devono affrontare qualcuno più potente senza arretrare.
Evitalo se: il casting richiede leggerezza o comicità; cerchi un personaggio molto giovane e inesperto; hai la tendenza a spingere subito rabbia e volume senza costruire una progressione.
Si abbina bene con: un secondo monologo più intimo e vulnerabile, magari legato a una relazione familiare o sentimentale, per mostrare un registro opposto alla durezza di Arturo.
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Se lavori su questo pezzo, concentrati soprattutto sul passaggio tra “Ho dovuto uccidere un ragazzo” e la minaccia conclusiva. È lì che Arturo smette di essere semplicemente un poliziotto arrabbiato e diventa un uomo che porta addosso le conseguenze di ciò che sta combattendo. Prima trova il dolore; soltanto dopo permettiti di arrivare alla durezza.


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