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~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo è una trappola perfetta: sembra richiedere soltanto autorevolezza, ma in realtà obbliga l’attore a tenere insieme precisione giudiziaria, dolore trattenuto e capacità narrativa. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri controllo, presenza e progressione emotiva senza cadere nell’enfasi, il monologo del giudice dell’accusa in La bomba sul volo Pan Am 103 offre un materiale impegnativo e molto concreto.
Film/Serie: La bomba sul volo Pan Am 103
Personaggio: Giudice dell’accusa
Attore: Alastair Mackenzie
Stagione/Episodio: Episodio 6, dal minuto 40:00 al 46:40
Durata del monologo: 6 minuti e 40 secondi
Difficoltà: 8/10 — Richiede controllo, precisione tecnica e crescita emotiva graduale
Emozioni chiave: determinazione, indignazione, lucidità, dolore, responsabilità
Adatto per: provini giudiziari, ruoli istituzionali, autorità morali, uomini sotto pressione
Dove vederlo: Netflix
Il monologo arriva durante il processo contro Abdelbaset al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah, accusati di aver partecipato all’attentato contro il volo Pan Am 103. Il rappresentante dell’accusa deve riunire dodici anni di indagini in una ricostruzione comprensibile per la corte. Non sta semplicemente elencando prove: sta cercando di trasformare frammenti, documenti, viaggi e testimonianze in una sola catena narrativa.
Il personaggio conosce le lacune del caso e le ammette apertamente. Proprio per questo, non può sembrare un uomo che recita una verità assoluta. Deve apparire come qualcuno che ha studiato ogni dettaglio e che considera l’insieme degli indizi sufficiente per attribuire una responsabilità. Il dolore delle vittime entra soltanto alla fine, dopo una lunga parte tecnica e controllata.

La storia di Lockerbie è complessa e ci sono ancora delle lacune in merito ai fatti. Sono dei buchi in cui immaginiamo di essere finiti. Buchi che speriamo sia il tempo a colmare.
Comunque, dopo ben dodici anni di indagini e lunghe settimane di testimonianze, ci sono molte cose che sappiamo ora.
Sappiamo che la notte del 21 dicembre 1988 una bomba fece esplodere il Pan Am 103, che si disintegrò in cielo. Sappiamo che la cittadina di Lockerbie quella notte divenne una vasta scena del crimine, divisa in settori. E sappiamo che il recupero dei corpi iniziò proprio quella notte.
Gli esami forensi indicarono che l’esplosione proveniva da una valigia Samsonite, che si trovava nel container 4041. Ora, la difesa non ha contestato questo fatto, né le prove che l’ordigno esplosivo fosse un radioregistratore del marchio Toshiba, con annesso un timer della MEBO.
Parti della radio e del timer della MEBO vennero trovate nelle fibre di alcuni vestiti, tra cui i pantaloni della Yorkie, che il signor Gauci ricorda di aver venduto a un uomo libico corrispondente alla descrizione del primo imputato nel dicembre 1988, quando il signor al-Megrahi, per sua stessa ammissione, si trovava a Malta.
E nonostante neghi di essere tornato a Malta il 20 dicembre, i registri dell’immigrazione dicono che era lì. Ma utilizzò uno dei suoi passaporti, quello rilasciato a nome di Abdusamad, del quale afferma di non essere a conoscenza.
Ma ha mentito sul luogo in cui si trovava, come fa un uomo colpevole che vuole impedire che il proprio castello di menzogne crolli.
(Breve pausa. Si rivolge direttamente alla corte.)
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Signori della corte, faremo riferimento ancora una volta al filmato dell’intervista che il signor Salinger fece al signor al-Megrahi per ABC News.
Più avanti, nell’intervista, il signor al-Megrahi disse di nuovo: “Io non mi trovavo a Malta quel giorno”. Il signor Salinger gli chiese se fosse sicuro e il signor al-Megrahi disse: “Questa è una sorpresa, ma se avessi tempo riuscirei a trovare la prova che ero a Tripoli. E ne sono certo, perché io ho solamente un passaporto. Uno”.
Ecco come un piano omicida, o un piano qualsiasi, o una storia prendono forma. Una catena di devastazione che possiamo ripercorrere a ritroso: inganno dopo inganno, falsità dopo falsità dopo falsità. Ma questo vale anche per le verità.
La notte prima dell’attentato, il signor al-Megrahi si registrò all’Holiday Inn di Malta. Poi, secondo noi, lui e il signor Fhimah videro un altro uomo. Noi riteniamo che questo terzo individuo fosse Abu Agila Masud.
Abbiamo più volte sentito la difesa insinuare che il signor Masud non esista. Forse il tempo lo dirà. Ma sappiamo dove si trovavano il signor al-Megrahi e il signor Fhimah.
Dal telefono della sua camera all’Holiday Inn, il signor al-Megrahi chiamò il signor Fhimah. Erano esattamente le 7:11 del mattino del 21 dicembre, il giorno in cui il Pan Am 103 sarebbe caduto.
E avevano un piano: andare all’aeroporto con la valigia contenente la bomba.
La bomba fu imbarcata sul volo Air Malta KM180 con un’etichetta “rush”, che indicava come destinazione finale della valigia New York, via Francoforte e Londra.
La valigia doveva subire controlli in molteplici momenti. Ma gli imputati sapevano ciò che era noto anche ad altri nel settore aereo del 1988: certi protocolli venivano spesso ignorati.
Quando la valigia raggiunse Francoforte, furono utilizzate apparecchiature a raggi X molto datate come unico strumento di difesa. Quando poi giunse a Londra, la valigia fu caricata sul Pan Am 103.
Il piano era arrivato a un punto di non ritorno.
(Pausa.)
Mancava poco meno di un’ora perché il timer della MEBO, collegato al registratore Toshiba BomBeat che si trovava nella valigia, scattasse. Il tempo stringeva e la possibilità di salvare delle vite era ormai perduta.
Da questo momento in poi, il resto è storia.
Fu questione di minuti, nei quali centinaia di famiglie persero figli, figlie, mariti e mogli. Persone provenienti da tutto il mondo, che tornavano dai propri cari per Natale, senza avere idea che molto presto sarebbero precipitate su una piccola cittadina scozzese, mentre i suoi abitanti avrebbero sentito il cielo crollare.
Tanti futuri furono spezzati quella fredda notte di dicembre. E il mondo cambiò per sempre il proprio modo di concepire il terrorismo internazionale e gli omicidi di massa.
“La storia di Lockerbie è complessa…”: comincia senza solennità. Voce medio-bassa, postura ferma, mani quasi immobili. Sulla parola “complessa” rallenta leggermente, come se stessi riconoscendo un limite reale dell’accusa.
“Sono dei buchi in cui immaginiamo di essere finiti”: evita il tono poetico. Guarda per un momento gli appunti, poi torna verso la corte. La frase deve sembrare una riflessione formulata sul momento, non una metafora preparata per impressionare.
“Dopo ben dodici anni di indagini…”: aumenta appena il volume su “dodici anni”. Non sottolineare “lunghe settimane”; usalo invece per impostare un ritmo più ordinato, come se stessi aprendo un fascicolo.
“Sappiamo che la notte del 21 dicembre…”: le tre ripetizioni di “sappiamo” devono avere intensità diverse. La prima è fattuale, la seconda più visiva, la terza più dolorosa. Sul “recupero dei corpi” abbassa leggermente lo sguardo, senza fermarti troppo.
“Gli esami forensi indicarono…”: entra in una modalità tecnica. Ritmo più rapido, articolazione netta di “Samsonite”, “container 4041”, “Toshiba” e “MEBO”. Non caricare emotivamente i termini: sono prove, non immagini.
“La difesa non ha contestato questo fatto”: rivolgiti idealmente verso il banco della difesa. Non usare aggressività; basta un piccolo spostamento del mento e una pausa prima di “né le prove”.
“Il signor Gauci ricorda…”: rallenta. Qui stai introducendo una persona e una memoria, non un reperto. Lascia mezzo secondo dopo “uomo libico”, così che la corte possa collegare la descrizione all’imputato.
“I registri dell’immigrazione dicono che era lì”: pronuncia questa frase con semplicità assoluta. Niente rabbia. Il peso deve stare nel documento, non nella tua interpretazione.
“Ma ha mentito…”: prima vera accelerazione emotiva. Fai una pausa breve dopo “mentito”, poi continua senza alzare troppo la voce. Su “castello di menzogne” evita il gesto largo: un mezzo sorriso amaro è più efficace.
“Signori della corte…”: reset fisico. Inspira, raddrizza la schiena e torna formale. Questa battuta deve interrompere la precedente tensione e riportare tutti sul materiale probatorio.
“Io ho solamente un passaporto. Uno”: nella citazione di al-Megrahi non imitare il personaggio. Cambia soltanto il ritmo. Isola “Uno” con una pausa netta e poi guarda la corte, lasciando che sia la contraddizione a parlare.
“Falsità dopo falsità dopo falsità”: costruisci una progressione senza gridare. Prima ripetizione controllata, seconda più dura, terza quasi stanca. Il personaggio non è sorpreso dalle bugie: è logorato dall’averle dovute ricostruire.
“Noi riteniamo che questo terzo individuo fosse Abu Agila Masud”: abbassa il ritmo e articola il nome. È una conclusione investigativa delicata, quindi il tono deve restare prudente, non trionfale.
“Erano esattamente le 7:11…”: guarda idealmente un orologio o un documento. “7:11” va pronunciato con precisione quasi fredda. La frase successiva, “il giorno in cui…”, deve invece rallentare e aprire la prospettiva sulla tragedia.
“E avevano un piano”: pausa lunga prima della frase. Corpo immobile, sguardo diretto. Non serve volume: è una battuta breve che deve suonare come la conclusione inevitabile di tutto ciò che precede.
“La valigia doveva subire controlli…”: utilizza un ritmo progressivo. Ogni aeroporto rappresenta un’occasione mancata. Puoi segnare Francoforte e Londra con piccoli spostamenti dello sguardo, senza mimare un percorso geografico.
“Il piano era arrivato a un punto di non ritorno”: rallenta completamente. Lascia cadere la frase e mantieni il silenzio per almeno due secondi. Non abbassare subito gli occhi.
“Il tempo stringeva…”: inserisci un filo di urgenza, ma non accelerare troppo. La tragedia nasce proprio dal contrasto tra il tempo che corre e la voce dell’accusa, che ormai sa come tutto finirà.
“Da questo momento in poi, il resto è storia”: pronunciala quasi sottovoce. Non è una frase celebrativa. Deve contenere la sensazione che i dati tecnici stiano lasciando spazio alle conseguenze umane.
“Figli, figlie, mariti e mogli”: non trasformare l’elenco in una commemorazione. Guarda punti differenti della sala, come se ogni parola appartenesse a una persona reale.
“Avrebbero sentito il cielo crollare”: pausa prima di “il cielo”. Qui puoi lasciare emergere per la prima volta un’immagine piena. Non piangere: trattieni il respiro e fai durare un istante in più l’ultima parola.
“Tanti futuri furono spezzati…”: chiudi senza aumentare il volume. Lo sguardo resta sulla corte, la postura stabile. Dopo “omicidi di massa”, non aggiungere gesti o espressioni: il silenzio finale deve completare il monologo.
Io credo che il cuore di questa scena sia il passaggio dalla prova alla conseguenza. Per quasi tutto il monologo il personaggio costruisce una catena: valigia, radio, timer, vestiti, passaporto, telefonata, aeroporto. Ogni elemento conduce al successivo. L’attore deve far percepire che non sta elencando informazioni, ma restringendo lentamente lo spazio intorno agli imputati.
Il punto chiave è la fiducia. La corte deve credere che il personaggio conosca perfettamente il caso, anche quando ammette che esistono delle lacune. Per questo l’interpretazione non può partire già arrabbiata. L’autorevolezza nasce dal controllo dei dettagli, dalla capacità di pronunciare nomi, orari e codici senza esitazioni.
L’errore più comune sarebbe trasformare l’ultima parte in un discorso apertamente commosso. Il dolore deve arrivare, ma va trattenuto. Se l’attore cerca subito le lacrime, la scena perde credibilità e sembra una richiesta emotiva alla corte. Il rappresentante dell’accusa non vuole impietosire: vuole dimostrare che dietro ogni elemento tecnico esiste una vita interrotta.
Attenzione anche alla durata. Sei minuti e quaranta secondi sono molti per un provino. Bisogna costruire variazioni interne precise: dubbio iniziale, esposizione tecnica, attacco alle menzogne, ricostruzione dell’operazione e chiusura umana. Senza queste cinque tappe, il monologo rischia di diventare una lunga relazione letta ad alta voce.
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Funziona per:
ruoli di magistrati, avvocati, investigatori o funzionari pubblici;
personaggi autorevoli che devono controllare una forte emozione;
provini per legal drama, thriller politici e serie investigative;
attori tra i 35 e i 60 anni con buona presenza vocale.
Evitalo se:
il casting richiede un pezzo inferiore ai due minuti;
cerchi un monologo fisico, brillante o apertamente comico;
non hai ancora sicurezza con nomi, codici e dati tecnici.
Si abbina bene con: un secondo monologo più intimo e quotidiano, nel quale il personaggio perda il controllo che qui mantiene.
Se lavori sul monologo del giudice dell’accusa in La bomba sul volo Pan Am 103, concentrati prima sulla chiarezza e soltanto dopo sull’emozione. La scena funziona quando il dolore emerge attraverso il controllo, non quando lo sostituisce.
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