Monologo di Lidia da Mis muertos tristes: testo e analisi

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Articolo a cura di...

~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Lidia da "Mis muertos tristes": testo e analisi

Se stai cercando un monologo femminile maturo che permetta di mostrare dolore trattenuto, senso di colpa e vergogna senza trasformarsi subito in un pianto, quello di Lidia in Mis muertos tristes può funzionare molto bene. È un pezzo difficile perché parte dal ricordo quasi quotidiano di una madre e arriva lentamente all’ammissione più dolorosa: non aver saputo capire sua figlia quando era ancora possibile farlo.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Mis muertos tristes

  • Anno: 2026

  • Personaggio: Lidia

  • Interprete: Alejandra Flechner

  • Stagione/Episodio: Episodio 4

  • Timecode/Minutaggio: 9:20-11:39

  • Durata monologo: 2 minuti e 19 secondi

  • Numero di battute/righe: 18 nuclei di lavoro

  • Difficoltà: 9/10 — dolore, ironia e vergogna devono convivere

  • Emozioni chiave: lutto, vergogna, colpa, impotenza, tenerezza

  • Adatto per: madri complesse, drammi familiari, confessioni intime, ruoli maturi

  • Età scenica consigliata: 55-65 anni

  • Grado di diffusione: raro / poco usato in provino

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Lidia ha appena perso sua figlia Julie. Per anni la ragazza aveva manifestato comportamenti che i genitori non erano riusciti a comprendere: isolamento, sofferenza psicologica, un rapporto apparentemente impossibile con presenze che soltanto lei sembrava percepire.

Dopo la morte di Julie, Lidia ripercorre alcuni momenti della sua adolescenza parlando con Ema. Non sta semplicemente raccontando ciò che è successo: sta ricostruendo, pezzo dopo pezzo, tutti i segnali che allora aveva interpretato come sintomi di una malattia.

Il vero centro della scena arriva quando ricorda Julie dire di essere felice perché durante la notte faceva sesso con i suoi “amici”. Lidia aveva visto soltanto una figlia che apparentemente si muoveva e gridava da sola. Adesso sa che la realtà potrebbe essere stata diversa. La posta in gioco è quindi terribile: capire se ha cercato di curare sua figlia oppure se, non credendole, ha contribuito alla sua solitudine.

Testo del monologo

La prima volta che siamo venute a Buenos Aires, Julie aveva 14 anni. Siamo andati in spiaggia. A Miramar, con Caro e con te, ti ricordi?

Quando siamo tornati da quel viaggio in Oregon, ci ha chiamato la scuola, uno psicologo, e… l’abbiamo dovuta ritirare da scuola, perché… troppo bullying, capisci?

Le sputavano addosso, loro… la picchiavano, le tiravano in continuazione i capelli, la martoriavano. Un disastro.

Per fortuna, Tommy è riuscito a farle fare homeschooling, però Julie non voleva uscire dalla camera.

Stava tutto il giorno sul letto in camera a mangiare, a mangiare… Mangiava porcherie senza sosta.

Una notte ho sentito una cosa strana.

“Tesoro, ti senti bene?”

“Sono felice mamma. Perché di notte I’m fucking with my friends”.

Mia figlia adolescente mi dice che ha degli amanti, e io la vedo scopare… da sola.

Tutta la notte a scopare da sola, ogni due ore.

E io…

E i vicini chiamano la polizia perché… è minorenne. E per le grida.

Abbiamo provato tutto, è… tutto abbiamo provato.

Medici comuni, medici alternativi, preti anche… psichiatri, ipnosi, riunioni dei dipendenti anonimi.

Mancavano i mormoni.

Mia marita prendeva 12 pasticche al giorno.

E tutta quella… quella vergogna, What shame…

Shame on me. Shame on us.

Versione ridotta a 60 secondi

Per un self-tape da circa un minuto conviene conservare il passaggio dal bullismo alla scoperta notturna e soprattutto la chiusura sulla vergogna. È lì che il racconto smette di essere una cronaca sulla figlia e diventa una confessione della madre.

Quando siamo tornati da quel viaggio in Oregon, ci ha chiamato la scuola, uno psicologo, e abbiamo dovuto ritirarla. Troppo bullying, capisci?

Le sputavano addosso, la picchiavano, le tiravano i capelli. La martoriavano.

Julie non voleva più uscire dalla camera. Stava tutto il giorno sul letto.

Una notte ho sentito una cosa strana.

“Tesoro, ti senti bene?”

“Sono felice mamma. Perché di notte I’m fucking with my friends”.

Mia figlia adolescente mi dice che ha degli amanti, e io la vedo scopare… da sola.

Abbiamo provato tutto. Medici, psichiatri, preti, ipnosi… tutto.

E tutta quella… quella vergogna. What shame.

Shame on me. Shame on us.

Cosa si perde: scompare una parte della quotidianità familiare e soprattutto l’ironia amara dell’elenco dei tentativi terapeutici, compresa la battuta sui mormoni.

Cosa si guadagna: il percorso diventa più compatto. Bullismo, isolamento, rivelazione e colpa materna costruiscono un arco chiarissimo e molto efficace davanti alla camera.

Note di recitazione riga per riga

“La prima volta che siamo venute a Buenos Aires, Julie aveva 14 anni.”: Non iniziare nel dolore. Cerca il ricordo. Lidia per un momento sta realmente tornando indietro nel tempo. Puoi lasciare che lo sguardo perda brevemente l’interlocutrice, come quando proviamo a ricostruire un’immagine precisa.

“Siamo andati in spiaggia. A Miramar, con Caro e con te, ti ricordi?”: Qui c’è ancora una normalità quasi rassicurante. “Ti ricordi?” non è retorico: prova davvero ad agganciare l’altra persona a quel ricordo. Un piccolo sorriso può apparire, ma non deve durare.

“Quando siamo tornati da quel viaggio in Oregon…”: Il ricordo cambia direzione. Non segnalare il passaggio con un grande cambio facciale: basta un respiro leggermente più corto. Lidia sa già dove sta andando, ma vorrebbe poter restare ancora sulla spiaggia.

“…ci ha chiamato la scuola, uno psicologo…”: Puoi far percepire la precisione di una madre che ha ripetuto questa storia molte volte. Non interpretare ancora il trauma: elenca i fatti, quasi amministrativamente.

“Troppo bullying, capisci?”: “Capisci?” è importante. Non chiede informazioni, cerca complicità. Guarda direttamente l’interlocutrice: Lidia vuole che qualcuno finalmente capisca quanto grave fosse diventata la situazione.

“Le sputavano addosso…”: Rallenta. Ogni azione deve arrivare come un’immagine separata. Non accumulare tutto velocemente perché perderesti il peso delle violenze.

“La picchiavano, le tiravano in continuazione i capelli…”: Evita il pianto. Prova invece a trattenere la mascella o il respiro. È più interessante vedere una madre che deve continuare a parlare nonostante il corpo le dica di fermarsi.

“La martoriavano. Un disastro.”: “Un disastro” può essere quasi insufficiente rispetto a ciò che ha appena descritto. Questa sproporzione è utile: a volte utilizziamo parole piccole proprio quando il dolore è troppo grande.

“Per fortuna, Tommy è riuscito a farle fare homeschooling…”: “Per fortuna” va trattato con attenzione. Oggi Lidia sa che quella soluzione non ha risolto davvero nulla. Può esserci quindi un’ombra di dubbio mentre lo dice.

“Julie non voleva uscire dalla camera.”: Abbassa il ritmo. È la prima immagine vera dell’isolamento. Non aggiungere tristezza: lascia semplicemente esistere quella porta chiusa.

“Stava tutto il giorno sul letto in camera a mangiare…”: Attenzione a non giudicare Julie. Lidia sta ricordando il comportamento che allora vedeva come un problema. Adesso, però, potrebbe capire che era una conseguenza della sofferenza.

“Mangiava porcherie senza sosta.”: Questa frase può contenere ancora una traccia della vecchia Lidia: la madre esasperata. Lasciala comparire per un secondo. È utile perché rende più dolorosa la consapevolezza successiva.

“Una notte ho sentito una cosa strana.”: Qui arriva il cambio principale. Fai una pausa prima della frase. Riduci il volume anziché aumentarlo: stai entrando nel ricordo che ancora oggi non riesci a sistemare.

“Tesoro, ti senti bene?”: Non imitare genericamente una madre premurosa. Ricrea il momento. Potresti inclinare appena la testa, come se stessi ancora ascoltando qualcosa provenire dalla stanza di Julie.

“Sono felice mamma.”: Quando riporti la voce della figlia non serve fare un personaggio. Basta un cambio minimo di ritmo. Quella parola, “felice”, oggi deve fare male perché Lidia sa quanto poco aveva compreso quella felicità.

“Perché di notte I’m fucking with my friends.”: Non cercare l’effetto provocatorio dell’inglese. Lidia sta citando esattamente una frase che le è rimasta impressa. È una memoria, non una battuta brillante.

“Mia figlia adolescente mi dice che ha degli amanti…”: Qui torna la logica della madre di allora. Lidia cerca ancora di spiegare perché fosse sconvolta. Ritmo leggermente più veloce: quasi una difesa.

“…e io la vedo scopare… da sola.”: La pausa prima di “da sola” è fondamentale. Lidia oggi sa che forse Julie non era sola. È lì che il significato del ricordo cambia completamente.

“Tutta la notte a scopare da sola, ogni due ore.”: Non aumentare il disgusto. Il sottotesto non è più “mia figlia faceva qualcosa di assurdo”, ma “io guardavo qualcosa che non riuscivo a capire”.

“E io…”: Non riempire il silenzio. Lascia davvero la frase incompleta. È uno dei punti migliori del monologo per permettere alla camera di leggere il pensiero.

“E i vicini chiamano la polizia…”: Lidia torna ai fatti perché stare nel ricordo è troppo doloroso. Puoi aumentare leggermente la velocità, quasi per scappare dal vuoto precedente.

“Abbiamo provato tutto.”: Questa è una difesa. Guardala come tale. Lidia deve convincere qualcuno — forse soprattutto se stessa — di essere stata una buona madre.

“Medici comuni, medici alternativi, preti anche…”: L’elenco può crescere di ritmo. Non serve sottolineare ogni elemento: la quantità deve diventare quasi soffocante.

“Psichiatri, ipnosi, riunioni…”: Qui non stai ricordando professionisti: stai dimostrando di aver fatto tutto quello che potevi. È una dichiarazione di innocenza.

“Mancavano i mormoni.”: Non cercare la risata. Più la battuta è asciutta, più funziona. È ironia da sopravvivenza: per mezzo secondo Lidia prende distanza dall’orrore del ricordo.

“Mia marito prendeva 12 pasticche al giorno.”: Dopo l’ironia, ritorna immediatamente alla realtà. Nessuna pausa comica. Il salto brusco deve quasi disturbare.

“E tutta quella… quella vergogna…”: Qui finalmente la parola viene nominata. Non sottolinearla. Puoi avere difficoltà a guardare l’interlocutrice proprio adesso, perché la vergogna funziona spesso spostando lo sguardo.

“What shame…”: È quasi un’eco. Non serve recitarla “in inglese”: trattala come una frase che Lidia ha sentito troppe volte dentro la propria testa.

“Shame on me. Shame on us.”: Non piangere necessariamente. Io proverei una prima versione completamente ferma. “Me” è responsabilità individuale; “us” allarga la colpa alla coppia, alla famiglia, forse a tutti gli adulti che hanno tentato di aggiustare Julie senza comprenderla.

Tre varianti di intenzione

1. Se lo giochi come una richiesta di assoluzione

Lidia vuole che Ema le dica che ha fatto tutto ciò che poteva. “Abbiamo provato tutto” diventa il centro del pezzo. Il ritmo accelera negli elenchi perché la donna sta costruendo una difesa.

2. Se lo giochi come una confessione

Lidia non cerca giustificazioni: ricostruisce il passato perché finalmente riesce a vedere i propri errori. Le pause diventano più importanti, soprattutto prima di “da sola” e nell’incompleto “E io…”.

3. Se lo giochi come un atto d’accusa contro se stessa

Ogni ricordo diventa una prova. La violenza subita da Julie e i tentativi di cura non assolvono Lidia: la conducono verso “Shame on me”. In questa versione la chiusura non esplode, ma arriva come una sentenza.

Perché questo monologo funziona

Io credo che il cuore della scena sia nella frase “e io la vedo scopare… da sola”. Prima della morte di Julie, quella parola — “sola” — sembrava descrivere ciò che Lidia vedeva. Dopo ciò che è successo, assume un significato completamente diverso. Julie potrebbe non essere mai stata sola. Erano gli altri a non riuscire a vedere ciò che lei vedeva. È qui che nasce il vero conflitto. Lidia racconta una storia in cui, apparentemente, lei e il marito hanno fatto tutto ciò che ci si aspetterebbe da due genitori: l’hanno tolta da una scuola violenta, hanno organizzato l’istruzione a casa, hanno consultato medici, psichiatri, terapeuti, figure religiose. Eppure il monologo termina con “Shame on me. Shame on us.” Perché?

Perché sotto la frase “abbiamo provato tutto” ce n’è un’altra che Lidia non pronuncia: “non abbiamo provato a crederle”. Per un’attrice è questa la chiave. L’errore più comune sarebbe interpretare l’intero pezzo come il dolore di una madre che ha perso una figlia. Il lutto c’è, ovviamente, ma da solo rende il monologo monotono. Bisogna lavorare invece sul cambiamento della memoria.

Ogni episodio che Lidia racconta oggi significa qualcosa di diverso rispetto a quando lo ha vissuto. Il bullismo sembrava il problema. Poi sembrava esserlo l’isolamento. Poi il cibo. Poi il sesso. Poi la salute mentale. Adesso Lidia teme che il problema fosse anche il modo in cui gli adulti guardavano Julie. È questa scoperta che deve avvenire durante il monologo, non prima che inizi.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • ruoli di madri che portano un senso di colpa familiare senza essere personaggi vittimistici;

  • casting per donne mature costrette a raccontare un trauma mantenendo il controllo;

  • personaggi che utilizzano ironia e razionalità per evitare di crollare;

  • self-tape in cui serve mostrare una trasformazione emotiva progressiva senza grandi movimenti fisici.

Evitalo se:

  • il casting cerca un personaggio apertamente aggressivo o dominante;

  • vuoi mostrare soprattutto energia brillante o leggerezza;

  • tendi a utilizzare facilmente il pianto come unico motore drammatico: questo pezzo richiede molto più controllo.

Si abbina bene con:

  • un secondo monologo in cui il personaggio abbia potere sull’interlocutore, sia ironico o aggressivo. Il contrasto permette di mostrare una gamma molto diversa rispetto alla vulnerabilità di Lidia.

Se questo monologo è troppo usato, prova questi

Il monologo di Lidia ha un grado di diffusione basso, quindi oggi non sembra esserci un particolare rischio di presentare materiale eccessivamente riconoscibile. Se vuoi comunque lavorare sullo stesso territorio:

Mildred Hayes da Tre manifesti a Ebbing, Missouri — dolore materno trasformato in un’altra forma di resistenza.

Monologo da "Tre manifesti a Ebbing, Missouri"

Monologo - La Vergogna in Pieces of a Woman

Monologo della madre di Martha dal film "Pieces of a Woman". Monologo sul dolore del crescere ai tempi dell'Olocausto e sulle difficoltà di andare avanti dopo una gravidanza finita con la prematura morte del bambino.

FAQ sul monologo di Lidia

Quanto dura il monologo di Lidia in Mis muertos tristes?

Il monologo dura circa 2 minuti e 19 secondi, dal minuto 9:20 all’11:39 dell’episodio 4. È quindi più lungo del formato normalmente richiesto per un self-tape breve, ma può essere ridotto a circa un minuto mantenendo bullismo, isolamento di Julie, rivelazione sugli “amici” e chiusura sulla vergogna.

In quale episodio si trova il monologo di Lidia?

La scena si trova nell’episodio 4 di Mis muertos tristes. Lidia, interpretata da Alejandra Flechner, parla dopo la morte di Julie e ricostruisce alcuni episodi dell’adolescenza della figlia, dal bullismo subito a scuola fino ai comportamenti che la famiglia aveva interpretato come segnali di un grave problema psicologico.

Il monologo di Lidia è adatto a un provino?

Sì, soprattutto per un’attrice con età scenica tra 55 e 65 anni che voglia mostrare vulnerabilità senza rinunciare al controllo. Il pezzo permette di lavorare su memoria, ironia, senso di colpa, vergogna e lutto. È particolarmente efficace davanti alla camera perché gran parte della trasformazione può avvenire attraverso pause, respiro e piccoli cambi dello sguardo.

Come posso ridurre il monologo di Lidia a 60 secondi?

Conviene eliminare i dettagli sul viaggio iniziale, parte della quotidianità domestica e l’elenco completo dei tentativi terapeutici. Mantieni invece la violenza subita da Julie, il suo isolamento, la frase sugli “amici”, il ricordo di Lidia che la vede apparentemente sola e soprattutto “Shame on me. Shame on us”, perché contiene la trasformazione finale del personaggio.

Chiusura

Se lavori su questo pezzo, prova una volta a recitarlo senza concederti il pianto. Concentrati sui momenti in cui il significato dei ricordi cambia mentre Lidia li racconta. Il valore del monologo non sta nel mostrare quanto soffre una madre, ma nel vedere una donna capire troppo tardi qualcosa che aveva avuto davanti agli occhi per anni.

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