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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Oliver in La probabilità statistica dell’amore a prima vista è uno dei momenti più toccanti e centrali del film, non tanto perché alza il tono drammatico, ma perché fa crollare definitivamente quella barriera emotiva che il personaggio si era costruito fino a quel momento. È il punto in cui Oliver, che fin lì aveva cercato di mantenere il controllo razionale su tutto — anche sul dolore — si lascia finalmente andare a un linguaggio più umano, più incerto, più vero.
MINUTAGGIO: 1:01:30-1:03:30
RUOLO: Oliver
ATTORE: Ben Hardy
DOVE: Netflix
Bene, non ho avuto occasione di parlare durante gli elogi, quindi… eccomi qui. Trentasette sono le opere teatrali scritte da William Shakespeare, e sono le volte in cui mia madre, a letto, ha recitato per me e mio fratello quando eravamo piccoli. 1900 sono i giorni in cui ci ha accompagnato a scuola prima che io cominciassi a guidare. 2 sono le volte in cui mi ha fatto il rotolo alla marmellata, dopo che una ragazza mi aveva spezzato il cuore. Il fatto è che… Che io… Ho cercato di… misurare la vita di mia madre con i numeri. Perché io… io faccio così. Mamma, tu lo sai. Io faccio così con tutto. Per aiutarmi a dare un senso al mondo, almeno credo. Ma il fatto è che… ecco… Tessa Jones, non è un numero. Non è le opere che ha recitato, o… i pasti che ha preparato. O i consigli che ha elargito. Lei è mia madre. Mi mancherai tantissimo.

“La probabilità statistica dell’amore a prima vista” (Love at First Sight, 2023) è un film diretto da Vanessa Caswill e tratto dall’omonimo romanzo di Jennifer E. Smith. Dietro questo titolo che suona da commedia romantica leggera — e in parte lo è — si nasconde una storia che gioca con il caso, il tempo, le coincidenze e i non detti, scegliendo di raccontare una giornata fuori dal comune attraverso due personaggi che si incrociano in un momento molto preciso delle loro vite.
Siamo a New York. Hadley Sullivan (Haley Lu Richardson) ha 20 anni, è americana, vive con la madre, ed è in partenza per Londra per partecipare a un matrimonio a cui non vuole andare: quello del padre, con una donna che conosce appena. È in ritardo. Per quattro minuti perde l’aereo.
È proprio in quell’aeroporto, in quel momento sfasato, che incontra Oliver Jones (Ben Hardy), un ragazzo inglese che studia statistica a Yale. È gentile, brillante, e porta con sé un senso di mistero e distanza emotiva che Hadley nota subito. I due parlano, si siedono vicini in aereo, si aprono, si osservano. Ed è qui che il film inizia davvero: durante quel volo, di qualche ora appena, nasce qualcosa di molto più profondo di una semplice attrazione.
Ma l’incontro finisce con un distacco imprevisto. Non si scambiano i numeri. Nessuna promessa, solo un “chissà”. Da qui in poi, il film si gioca su una domanda molto semplice, e molto cinematografica: riusciranno a ritrovarsi?
Il cuore del film non è il “colpo di fulmine” in senso romantico. È l’idea che due persone possano capirsi più in una conversazione durante un volo transatlantico che in una vita passata accanto a qualcun altro. E che quell’intesa, se vera, possa lasciare una traccia tale da spingere entrambi ad agire contro ogni probabilità.
Quello che in apparenza è un classico della rom-com, in realtà è costruito attorno a un doppio tema molto preciso: la perdita e il bisogno di contatto umano. Entrambi i protagonisti stanno affrontando un momento di transizione e dolore — Hadley per la nuova vita del padre, Oliver per qualcosa che scopriremo man mano — e quel dialogo casuale su un aereo diventa una forma di scambio quasi terapeutico.
Il monologo si apre con una dichiarazione semplice: “Bene, non ho avuto occasione di parlare durante gli elogi, quindi… eccomi qui.” È un’apertura titubante, quasi impacciata. Oliver non è abituato a parlare in pubblico di sentimenti. Il “quindi… eccomi qui” non è retorico: è un salto nel vuoto, un gesto vulnerabile.
Subito dopo, inizia a quantificare:
“Trentasette sono le opere teatrali scritte da William Shakespeare, e sono le volte in cui mia madre, a letto, ha recitato per me e mio fratello quando eravamo piccoli.”
“1900 sono i giorni in cui ci ha accompagnato a scuola prima che io cominciassi a guidare.”
“2 sono le volte in cui mi ha fatto il rotolo alla marmellata, dopo che una ragazza mi aveva spezzato il cuore.”
Questa parte è costruita come un elenco, ma non è fredda. Al contrario: ogni cifra è legata a un gesto di cura. Shakespeare a letto non è teatro, è intimità. I 1900 giorni non sono solo tragitti in macchina, ma presenze costanti. Le 2 volte del rotolo alla marmellata sono una forma d’amore silenzioso. Oliver tenta di misurare il valore della madre secondo il suo schema mentale — ma ogni numero che pronuncia rivela qualcosa di affettivo, di fragile.
Poi arriva il punto di rottura: “Il fatto è che… Che io… Ho cercato di… misurare la vita di mia madre con i numeri. Perché io… io faccio così. Mamma, tu lo sai. Io faccio così con tutto.”
Qui Oliver si espone del tutto. Confessa di aver usato la logica per sopravvivere al dolore. Ma si accorge che quel metodo, in questo caso, non basta. “Ma il fatto è che… ecco… Tessa Jones, non è un numero.” Questa frase è il centro emotivo del monologo. La madre diventa persona. Non più dati, non più cifre. È nome e identità. Ed è in questo punto che Oliver smette di cercare senso nelle statistiche, e si affida alla verità più semplice e indifesa:
“Lei è mia madre. Mi mancherai tantissimo.” Una dichiarazione finale che non spiega, non quantifica, non analizza. Dice solo la cosa più difficile: che mancherà.

Con questo monologo, Oliver smette di essere il ragazzo brillante che ha sempre la risposta giusta. Diventa un figlio. Nient’altro. Il fatto che dica queste parole in pubblico, davanti a sconosciuti, lo rende ancora più umano, perché mostra come il dolore non si possa contenere in un codice, né camuffare con eleganza.

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