Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Roi da Berlino e la dama con l’ermellino è interessante perché ti costringe a reggere una dichiarazione d’amore senza trasformarla in zucchero o disperazione. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri desiderio, ferita, immaginazione e bisogno di futuro senza cadere nel vittimismo, questo fa per te. È un pezzo che vive tutto su una linea sottile: non devi implorare Cameron, devi farle vedere il mondo che state buttando via.
Film/Serie: Berlino e la dama con l’ermellino
Personaggio: Roi
Attore/Attrice: Julio Peña Fernández
Stagione/Episodio: Episodio 3
Durata monologo: 3 minuti
Difficoltà: 8/10 — romanticismo acceso senza scivolare nel melodramma
Emozioni chiave: amore, rabbia, nostalgia, desiderio, speranza
Adatto per: provini drammatici contemporanei, ruoli romantici intensi, self-tape emotivi
Dove vederlo: Netflix
In Berlino e la dama con l’ermellino, Roi e Cameron sono già una coppia ferita, piena di non detti e dolore. In questa scena si trovano insieme su una barca, nel mezzo di una tensione che potrebbe portarli a chiudere tutto oppure a riaprire uno spazio. Roi sceglie la seconda strada. Non le fa un discorso razionale, non le presenta prove, non le chiede un processo. Le racconta una possibilità. Le descrive la città, la notte, i corpi, le cose stupide e bellissime che potrebbero ancora vivere insieme. Questo monologo di Roi in Berlino e la dama con l’ermellino funziona perché l’amore qui passa dall’immaginazione concreta: non “ti amo” in astratto, ma “guarda cosa potremmo essere”.

Puoi anche illuderti quanto vuoi, e pensare che ti ho obbligata a stare con me. Ma tu mi amavi, Cameron. E io ti amo ancora. Berlino ha ragione. Siamo in una barca sul fiume della città più bella della Spagna, e perdiamo tempo a odiarci. Quando ora potrei baciarti, e questa merda finirebbe così.
Poi ci prenderemmo per mano. E scenderemmo dalla barca. E metteremmo sottosopra la città. Io e te. Ci perderemmo tra le vecchie taverne di Triana. Piene di rumore e di gente. E dovremmo parlarci da vicino per sentirci. Ti è sempre piaciuto che ti parlassi all’orecchio. Dicevi che ti facevo il solletico.
E tu che non hai paura di niente balleresti il flamenco. E tutti ti guarderebbero imbambolati. Io per primo. Proverei ad accompagnarti con le mani, ma senza eleganza, perché non so cos’è un compás. E poi finiremmo per baciarci. Fermi nella marea di gente.
Faremmo tutte le cose ridicole che fanno i turisti, ma sentendo che siamo i primi a farle. Andremmo nella boutique più cara della città, dove gli aristocratici comprano i vestiti, vestendoci come loro per un po’. E cazzo, saremmo bellissimi. Poi saliremmo su una carrozza, e passeggeremmo per Siviglia, per farci vedere da tutti. E, per finire, passeremmo la notte nell’hotel più lussuoso della città, e lì non dormiremmo neanche per un minuto.
Cameron. Quella notte è stato così orrendo da cancellare quello che potremmo essere?
“Puoi anche illuderti quanto vuoi, e pensare che ti ho obbligata a stare con me.”: Attacca con una rabbia controllata, non esplosiva. Non accusarla come in una lite da soap: qui Roi sta cercando di rompere una difesa. Sguardo diretto, corpo in avanti appena, come se volessi costringerla a restare nella conversazione.
“Ma tu mi amavi, Cameron. E io ti amo ancora.”: Su “mi amavi” metti fermezza. Su “ti amo ancora” cambia qualità: meno durezza, più verità nuda. Rallenta leggermente tra le due frasi, perché lì il monologo passa dal confronto alla confessione.
“Berlino ha ragione.”: Battuta breve ma utile. Dilla come una resa momentanea, quasi infastidita dal fatto che qualcun altro abbia visto giusto. Non caricarla troppo.
“Siamo in una barca sul fiume della città più bella della Spagna…”: Qui comincia il vero motore della scena. Il tono si apre, l’immaginazione prende spazio. Allarga il respiro e fai sentire che Roi sta guardando oltre il litigio presente.
“E perdiamo tempo a odiarci.”: Stringi di nuovo. Questa frase deve atterrare come una constatazione amara. Niente pianto: solo il fastidio doloroso di vedere sprecato qualcosa di enorme.
“Quando ora potrei baciarti, e questa merda finirebbe così.”: Non dirla come una minaccia né come una battuta sexy. È una fantasia semplice, quasi infantile nella sua urgenza. Un piccolo gesto della mano su “così” può aiutare, come a chiudere davvero la faccenda con uno scatto.
“Poi ci prenderemmo per mano. E scenderemmo dalla barca.”: Qui entra il ritmo del sogno. Le frasi devono avere un andamento fluido, quasi narrativo. Non aver paura della semplicità: sono immagini piccole che preparano quelle più grandi.
“E metteremmo sottosopra la città. Io e te.”: Su “Io e te” fermati appena. È il centro affettivo della visione. Lo sguardo può stringersi su di lei, come se il resto della città sparisse.
“Ci perderemmo tra le vecchie taverne di Triana. Piene di rumore e di gente.”: Questa parte va colorata di spazio e atmosfera. Fai vedere Triana con gli occhi, non solo con la voce. Più concreto sei, più il pezzo si accende.
“E dovremmo parlarci da vicino per sentirci.”: Abbassa un po’ il tono, avvicina l’energia. È una frase sensoriale, quasi tattile. La vicinanza qui conta più delle parole.
“Ti è sempre piaciuto che ti parlassi all’orecchio. Dicevi che ti facevo il solletico.”: Qui lascia entrare tenerezza e memoria. Mezzo sorriso breve su “solletico”, ma niente nostalgia caricata. È un ricordo vivo, non un album da guardare piangendo.
“E tu che non hai paura di niente balleresti il flamenco.”: Su “non hai paura di niente” fai sentire l’ammirazione. Roi non sta solo desiderando Cameron, la sta anche guardando come qualcuno che lo incanta.
“E tutti ti guarderebbero imbambolati. Io per primo.”: La seconda frase è il colpo vero. La prima allarga la scena, la seconda la restringe. Rallenta su “Io per primo”, come a confessare qualcosa di ovvio ma intimo.
“Proverei ad accompagnarti con le mani, ma senza eleganza…”: Qui serve un tocco di goffaggine affettuosa. Non trasformarti in comico, ma fai sentire che Roi immagina anche il proprio lato imperfetto dentro questa fantasia.
“Perché non so cos’è un compás.”: Piccola autoironia. Dilla leggera, quasi buttata via. Serve a evitare che il monologo diventi troppo levigato o solenne.
“E poi finiremmo per baciarci. Fermi nella marea di gente.”: Su questa immagine non correre. Lasciala respirare. Il bacio qui non è erotismo puro: è sospensione del caos intorno.
“Faremmo tutte le cose ridicole che fanno i turisti…”: Bellissima battuta. Va detta con ironia affettuosa, non con superiorità. L’idea è: sì, sarebbe ridicolo, ma sarebbe nostro.
“Ma sentendo che siamo i primi a farle.”: Qui c’è il cuore romantico del pezzo. Roi non vuole imitare una storia d’amore, vuole rifondarla. Dillo con convinzione semplice, non con enfasi poetica.
“Andremmo nella boutique più cara della città…”: Continua a dipingere il mondo. Il ritmo qui deve restare pieno, quasi cinematografico. Stai costruendo un sogno che deve sembrare improvvisato ma dettagliato.
“E cazzo, saremmo bellissimi.”: Non esagerare sulla parolaccia. È proprio la sua naturalezza a renderla bella. Qui esce il ragazzo innamorato, non il grande poeta.
“Poi saliremmo su una carrozza…”: Attenzione a non perdere energia nel finale del viaggio immaginario. Questa frase deve ancora aprire spazio, non chiuderlo.
“E lì non dormiremmo neanche per un minuto.”: Tono più basso, più sensuale, ma senza cambiare genere. Non è una battuta da seduttore: è la prosecuzione naturale di tutta la fantasia.
“Cameron.”: Fermati. Dille il nome come se la riportassi dentro la realtà dopo averle mostrato il possibile. È uno scalino emotivo fortissimo.
“Quella notte è stato così orrendo da cancellare quello che potremmo essere?”: Chiudi con una domanda vera, non retorica. L’errore più comune è caricarla come ultima carta disperata. Invece deve suonare come una ferita aperta, semplice, quasi incredula.
Questo monologo maschile per provino funziona perché non cerca di vincere una discussione: cerca di riaprire l’immaginazione. E questa è una cosa molto più difficile da recitare. Roi non sta dicendo “hai sbagliato”. Sta dicendo “guarda cosa stiamo perdendo”. La forza del pezzo sta proprio lì: sostituisce il conflitto con una visione.
Io credo che il cuore di questa scena sia l’uso del futuro ipotetico come gesto d’amore. Ogni frase costruisce una città emotiva, una specie di film dentro il film. Il punto chiave è che Roi non racconta solo Siviglia: racconta Cameron come la vede lui. Coraggiosa, bella, viva, capace di occupare il mondo. Se questa ammirazione non si sente, il monologo si svuota.
L’errore più comune sarebbe farlo tutto romantico e morbido, dimenticando che nasce da una ferita reale. L’altro rischio è l’opposto: restare arrabbiati e non aprirsi mai alla fantasia. Julio Peña Fernández in Berlino e la dama con l’ermellino regge il pezzo proprio perché tiene insieme le due cose. C’è dolore, sì, ma c’è soprattutto desiderio di vita.

Funziona per:
provini per ruoli romantici contemporanei e impulsivi
self-tape con dichiarazione d’amore non convenzionale
scene da accademia su desiderio, memoria e possibilità
casting per personaggi giovani, intensi, feriti ma vitali
Evitalo se:
cerchi un monologo più duro o più minimalista
tendi a rendere tutto uniforme e sentimentale
il provino richiede tensione fredda o ironia asciutta
Si abbina bene con: un secondo monologo più spigoloso e trattenuto, magari di rabbia o distacco, per mostrare il contrasto tra slancio romantico e controllo.
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Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sulla dichiarazione e più sulle immagini. Il testo vive quando tu, per primo, vedi davvero quella notte a Siviglia. Questo monologo di Roi da Berlino e la dama con l’ermellino non convince perché è romantico: convince perché rende l’amore un luogo concreto in cui tornare.

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