Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Sam da Unchosen è una trappola perfetta per un provino: sembra una confessione lineare, ma in realtà chiede all’attore di tenere insieme colpa, vergogna, bisogno d’amore e manipolazione senza mai strafare. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri fragilità vera senza cadere nel pianto facile, questo fa per te. Il punto è non recitarlo come una semplice ammissione: qui il dolore è reale, ma anche il bisogno disperato di essere creduto.
Film/Serie: Unchosen
Personaggio: Sam
Attore/Attrice: Fra Fee
Stagione/Episodio: Episodio 5
Minutaggio: 34:40 - 38:30
Durata monologo: 3 minuti e 50 secondi
Difficoltà: 8/10 — dolore autentico e manipolazione nello stesso respiro
Emozioni chiave: vergogna, rimorso, paura, bisogno di perdono, disperazione
Adatto per: provini drama, ruoli ambigui, personaggi spezzati, self tape intensi
Dove vederlo: Netflix
Sam, interpretato da Fra Fee, arriva a questo momento dopo che la sua immagine di “salvatore” ha iniziato a incrinarsi. Rosie ha scoperto parti sempre più oscure del suo passato e pretende finalmente una verità chiara. Il monologo nasce quindi in uno spazio molto delicato: Sam non sta solo raccontando un trauma, sta cercando di trattenere Rosie, di farsi ascoltare, di rientrare dentro una possibilità di umanità. In Unchosen questa scena funziona proprio perché la confessione non cancella l’ambiguità del personaggio. Il dolore è vero, ma non basta a renderlo innocente.

Si chiamava Aisling. Aisling Quinn. Andavamo a scuola insieme, ehm…Ci siamo conosciuti a 14 anni. E’ stata la mia prima vera ragazza. E…e l’amavo. Comunque l’ultimo anno di scuola sono andati tutti insieme in gita, la mia classe…in canoa e in campeggio. Io non potevo andare, noi…non avevamo i soldi per quelle cose, ehm…e quando sono tornati ho sentito…delle voci che dicevano che Aisling era stata con un altro, un nostro compagno di classe. E così l’ho invitata alla mia fattoria solo per…solo per parlarne, no?! E mi sono ubriacato…cazzo se ero sbronzo e, ehm…io l’ho affrontata. Aisling, le ho chiesto se fosse vero e lei disse che era vero, che voleva chiudere la storia con me. E io…mi ricordo le grida, lei che stava piangendo, avevo le mani intorno al suo collo… cazzo, ero solo un ragazzino. Non mi sono mai perdonato, ecco perchè mi sono fatto questo in prigione con una penna rotta…cenere e saliva, cazzo quanto faceva male…ma lo volevo. Volevo punirmi, non dimenticare mai quello che avevo fatto. Non è un compleanno, è un anniversario di morte.
E il cugino di Aisling…lui era dentro per qualche altro reato, non sapeva nemmeno che fossi lì…deve avermi riconosciuto e ha provato ad uccidermi. Te lo giuro Rosie, è stata legittima difesa. Ormai mancava così poco, cazzo. Avevo scontato la mia pena, settimane se non giorni prima che venissi rilasciato…e ora per quello che è successo sono di nuovo al punto di inizio, voglio solo uscirne…non provare più dolore, più vergogna.
“Si chiamava Aisling. Aisling Quinn.”: attacco semplice, quasi spoglio; non partire già devastato. Dai peso al secondo nome come se nominarla per intero fosse una forma di rispetto tardivo. Sguardo basso per un istante, poi torna su Rosie.
“Andavamo a scuola insieme, ehm…Ci siamo conosciuti a 14 anni.”: usa gli “ehm” come inciampi veri, non come effetto. Ritmo leggermente irregolare, come se stessi cercando di entrare in un ricordo che fa male.
“E’ stata la mia prima vera ragazza. E…e l’amavo.”: qui attenzione a non fare il romantico. “L’amavo” va quasi strozzato, con una sincerità che dura un secondo e subito imbarazza chi parla.
“Comunque l’ultimo anno di scuola…”: piccolo cambio di energia. Stai entrando nel racconto pratico dei fatti, quindi prova a ordinarti. Spalle un po’ più rigide, come chi tenta di controllarsi.
“Io non potevo andare, noi…non avevamo i soldi per quelle cose”: lascia entrare qui una vergogna sociale, non solo sentimentale. Rallenta su “non avevamo i soldi”, senza vittimismo, ma con il fastidio di una ferita antica.
“e quando sono tornati ho sentito…delle voci”: non correre. Fai sentire che “voci” è la parola che avvelena tutto. Occhi che si spostano di lato, come se quel ricordo fosse ancora sporco.
“E così l’ho invitata alla mia fattoria solo per…solo per parlarne, no?!”: qui c’è già autoassoluzione. Il “no?!” non va urlato: va lanciato come una giustificazione disperata, quasi cercando approvazione da Rosie.
“E mi sono ubriacato…cazzo se ero sbronzo”: non giocartela tutta sull’aggressività. Meglio un misto di disgusto e vergogna. Piccolo sorriso nervoso che muore subito.
“io l’ho affrontata.”: battuta breve, secca. Dilla quasi senza fiato, perché sai benissimo che “affrontata” è un eufemismo.
“Aisling, le ho chiesto se fosse vero e lei disse che era vero”: qui serve precisione chirurgica. Niente melodramma. Come chi ripete un fatto che gli è rimasto inchiodato dentro.
“che voleva chiudere la storia con me.”: pausa prima di questa parte. È il colpo che fa esplodere tutto. Lo sguardo può salire appena, come se stessi rivedendo il momento esatto in cui sei crollato.
“E io…mi ricordo le grida”: fermati davvero dopo “io”. Lascia il vuoto. È il punto in cui il personaggio smette di raccontare e ricomincia a sentire.
“lei che stava piangendo, avevo le mani intorno al suo collo…”: non mimare. Non portare le mani al collo. Tienile invece bloccate, magari chiuse o rigide, proprio per far sentire la lotta a non vedere troppo.
“cazzo, ero solo un ragazzino.”: questa è una battuta delicata. Non usarla come scusa piena. Deve suonare a metà tra constatazione e tentativo di alleggerire un orrore che non si alleggerisce.
“Non mi sono mai perdonato”: dilla quasi piano. Dopo il racconto, abbassa il volume. Il dolore qui diventa più interno.
“ecco perchè mi sono fatto questo in prigione”: se nel pezzo mostri un tatuaggio o un segno, fallo senza enfasi. È un reperto, non una rivelazione teatrale.
“con una penna rotta…cenere e saliva, cazzo quanto faceva male…ma lo volevo.”: qui il corpo deve irrigidirsi. Piccolo sorriso amaro su “ma lo volevo”, come se il dolore fisico fosse stato almeno comprensibile, a differenza di quello morale.
“Volevo punirmi, non dimenticare mai quello che avevo fatto.”: questa frase va tenuta dritta. Niente singhiozzo. È il manifesto del personaggio.
“Non è un compleanno, è un anniversario di morte.”: ottima chiusa di blocco. Pausa prima e dopo. Qui serve freddezza, quasi rituale. È una frase che deve restare addosso.
“E il cugino di Aisling…”: nuovo cambio. Entri nella parte in cui non vuoi solo confessare: vuoi anche convincere. Il ritmo si fa più urgente.
“Te lo giuro Rosie, è stata legittima difesa.”: guarda finalmente negli occhi. Qui il bisogno di essere creduto è totale. Non gridare: implora con controllo.
“Ormai mancava così poco, cazzo.”: fai sentire la frustrazione concreta. Non è più solo colpa, è anche rabbia per una libertà quasi raggiunta.
“Avevo scontato la mia pena”: accenta “mia”. È il punto in cui Sam sente di aver pagato abbastanza, almeno secondo la sua logica.
“e ora per quello che è successo sono di nuovo al punto di inizio”: qui entra la disperazione vera. Il busto può cedere appena in avanti, come se il corpo perdesse struttura.
“voglio solo uscirne…”: rallenta molto. È la frase più pericolosa del pezzo, perché può diventare melodrammatica. Tienila semplice, quasi svuotata.
“non provare più dolore, più vergogna.”: chiusura sottovoce. Non cercare il pianto obbligatorio. Meglio un’esaurimento emotivo basso, quasi consumato.
Questo monologo è interessante perché in Unchosen non chiede all’attore di essere solo colpevole o solo pentito. Chiede di stare esattamente nel punto in cui confessione e manipolazione si toccano. Sam sta dicendo la verità? In gran parte sì. Sta anche cercando di farsi perdonare e trattenere Rosie? Assolutamente sì.
Il punto chiave è non scegliere una sola lettura. Se lo fai tutto da mostro, il pezzo si chiude e perde profondità. Se lo fai tutto da vittima spezzata, lo addolcisci troppo. L’errore più comune sarebbe cercare la simpatia del pubblico. Non devi chiedere di essere amato. Devi far vedere che il personaggio ha bisogno disperato di esserlo.
In mano a Fra Fee, questo monologo in Unchosen funziona perché resta sporco, imperfetto, umano nel modo peggiore. Ed è proprio lì che un attore può far male davvero, in senso buono: non nella lacrima, ma nell’ambiguità.

Funziona per:
provini per ruoli maschili tormentati e ambigui
self tape drammatici con forte sottotesto
personaggi con colpa, dipendenza affettiva, bisogno di perdono
scene da drama contemporaneo o thriller psicologico
Evitalo se:
il casting chiede leggerezza o brillantezza
hai poco tempo e devi mostrare cambio di registro rapido
non sai ancora gestire bene pause e silenzi senza riempirli tropp
Si abbina bene con: un secondo pezzo più controllato e freddo, magari da personaggio autoritario o lucido, per mostrare contrasto.
Monologo di Connell da Normal People — vergogna, blocco emotivo, vulnerabilità
Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa sola: non cercare di “spiegare” Sam. Lascia che siano le pause, gli inciampi e il bisogno di essere creduto a raccontarlo. In un provino, questo monologo può colpire molto proprio quando smetti di volerlo rendere simpatico.

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